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Medio Oriente: all’ONU l’enigma resta avvolto nelle violenze

Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel García-Margallo y Marfil, che ha presieduto la riunione del Consiglio di Sicurezza sul Medio Oriente (Foto ONU/Mark Garten)

Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel García-Margallo y Marfil, che ha presieduto la riunione del Consiglio di Sicurezza sul Medio Oriente (Foto ONU/Mark Garten)

Mentre il Consiglio di Sicurezza discute la situazione in Medio Oriente, nelle "zone calde" di Siria, Libia e Palestina nulla sembra migliorare: la"guerra fredda" tra USA e Russia non favorisce lo sblocco della crisi siriana; le divisioni tra i partiti libici lasciano il paese nel caos e le tensioni tra Israele e Palestina sono al massimo 

Si è tenuta il 22 ottobre la riunione del Consiglio di Sicurezza sulla situazione in Medio Oriente, Libia e nei Territori Palestinesi. Il consiglio, presieduto dal ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel García-Margallo y Marfil, ha visto la partecipazione di numerosi Paesi coinvolti che hanno esposto le proprie posizioni e le proprie soluzioni per le crisi in corso.

Sulla situazione libica sono emersi tutti i dubbi riguardanti un processo di pace che fino a pochissimi giorni fa sembrava concluso ma che si è arenato improvvisamente per colpa dell’ostruzionismo di alcune fazioni integraliste dei parlamenti di Tobruk e Tripoli, non convinti del piano, promosso dall’inviato speciale delle Nazioni Unite Bernardino Leon, che prevedeva la creazione di un governo di unità nazionale e la cessazione delle ostilità tra le due fazioni, per aumentare gli interventi congiunti contro gli integralisti islamici presenti nell’area. Molti stati hanno espresso dubbi sulla effettiva volontà dei due parlamenti di giungere ad un accordo, e lo stesso presidente del Consiglio di sicurezza non ha esitato ad affermare davanti ai giornalisti che l’idea di una Libia instabile è un problema per l’intera Europa (il ministro ha ricordato come nel Mediterraneo orientale il numero dei migranti sia aumentato di esponenzialmente dall’inizio del conflitto libico) e che non verranno accettati ulteriori ritardi immotivati nella stesura degli accordi, visto il peggioramento della situazione a cui si assiste ogni giorno, con tribù sempre più divise e sempre più inclini a combattere tra loro per il controllo di piccole aree.

Riguardo la situazione siriana invece sono emerse diverse spaccature tra i Paesi che non hanno intenzione di mediare con Bashar Al-Assad e intendono rovesciare il dittatore siriano, e quelli convinti che per una transizione più rapida verso la democrazia sia necessario accordarsi con Assad, affinchè ceda il potere e aiuti a ristabilire l’ordine in un paese devastato da anni di guerre fratricide e terrorismo. L’unico punto di convergenza tra le posizioni delle due fazioni è il rifiuto di qualsiasi mediazione con i miliziani di ISIS e Al-Nusra, che vanno sconfitti sul campo. Diversi paesi europei hanno chiesto un cessate il fuoco momentaneo, per assicurare aiuti umanitari ai milioni di rifugiati che stanno attraversando i confini siriani verso la Turchia, il Libano e la Giordania, creando problemi ai paesi ospitanti, e per assicurare ai circa cinque milioni di sfollati che ancora si trovano nel Paese. Tuttavia l’ostilità aperta tra le fazioni anti Assad (guidata dagli USA) e quella pro Assad (capeggiata dalla Russia, che ha recentemente iniziato operazioni militari a sostegno del leader siriano, ospite pochi giorni fa a Mosca nel suo primo viaggio oltre confine dall’inizio della guerra civile) sembrano non favorire una soluzione rapida al problema. Interrogato sulla possibilità di un intervento armato dell’intera coalizione anti Assad in territorio siriano, Garcia-Margallo ha risposto che allo stato attuale delle cose il governo di Assad, seppur dittatoriale e repressivo, è riconosciuto come legittimo dalla comunità internazionale, ed una operazione militare sul suolo siriano sarebbe “un atto di guerra in aperta opposizione alle norme internazionali” (posizione questa condivisa dall’Italia, che pur partecipando alla coalizione anti-ISIS ha limitato il suo intervento in Iraq, senza mai intervenire apertamente in Siria).

Più complicata la situazione dello Yemen, dove, dopo il voto della risoluzione 2216 nello scorso aprile, che imponeva un cessate il fuoco e sanzionava alcuni dei capi delle milizie Huti, la situazione sembrava migliorare lievemente, grazie anche alla mediazione dell’Oman. Tuttavia negli ultimi mesi le tensioni sono riemerse rapidamente, lasciando nuovamente il campo libero ad organizzazioni terroristiche come al-Qaida e diversi gruppi separatistiche non interessate ad accordarsi per un processo di pace. La comunità internazionale, anche a seguito della lettera aperta inviata ai paesi membri del Consiglio di Sicurezza da diverse associazioni umanitarie, ha riaffermato coesa la necessità di pacificare la situazione senza ulteriori azioni militari (sono già in corso da tempo diversi raid sauditi sullo Yemen) e Garcia-Margallo ha sottolineato come “il vuoto di potere lascia spazio ai terroristi” paventando grossi rischi nel caso non so intervenga in modo efficace.

 

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Durante la discussione sulla questione palestinese invece si sono levate da diverse parti voci contro le affermazioni del presidente palestinese Mahmud Abbas, che durante il suo intervento all’Assemblea Generale un mese fa aveva dichiarato che “la Palestina è fuori da Oslo” riferendosi alle violazioni da parte dei militari e dei coloni israeliani degli accordi di pace di Oslo del 1993, che comporterebbero secondo lui la nullità dei trattati, istituiti all’epoca secondo il principio “due popoli due stati”.

Contro la posizione palestinese si sono espressi i rappresentanti di diversi paesi europei, che hanno ricordato la necessità per i due stati di non interrompere il processo di pace, anche nei momenti di maggior tensione. La Nuova Zelanda, recentemente eletta membro non permanente del Consiglio, ha presentato una mozione per una calendarizzazione del processo di pace, in modo da assicurare una soluzione, anche parziale, in tempi certi, per venire incontro alle esigenze palestinesi del ritiro dei coloni israeliani dai territori palestinesi occupati. Per quel che concerne la Spianata delle Moschee, zona di Gerusalemme considerata sacra dai musulmani, e spesso teatro di scontri tra questi e la popolazione israeliana, è stata avanzata dalla Francia la proposta di inviare truppe ONU sul posto e cedere alla comunità internazionale il controllo dell’area, per evitare ulteriori tensioni.

La proposta è stata immediatamente bocciata dal rappresentante permanente israeliano Danny Danon, alla sua prima apparizione davanti al Consiglio da quando ha preso il posto del suo predecessore Ron Prosor, che ha accusato alcuni membri (non meglio specificati) della comunità internazionale di fomentare l’odio verso Israele e di voler screditare lo Stato imponendo la presenza di truppe internazionali. Danon ha anche affermato che appellarsi alla sproporzione di forze tra Israele e Palestina è comunque errato, in quanto, come dimostra anche la recente “intifada dei coltelli” (portata avanti da semplici giovani palestinesi spesso cittadini israeliani che, armati di coltelli, pugnalano israeliani scelti a caso) la possibilità di scatenare il terrore tra i civili israeliani è altissima e i danni conseguenti sono incalcolabili per il Paese. Danon ha poi aggiunto che accusare Israele voler approfittare della debolezza palestinese per occupare territori è errato in quanto “Israele è il primo ad esprimersi in favore del mantenimento dello status quo riguardo il modello dei due stati”

Il ministro degli Esteri spagnolo Garcia-Margallo invece non ha dubbi sul ruolo giocato dai coloni israeliani nell’acuirsi delle violenze: “Quello che vediamo è l’effetto della frustrazione di un popolo che non viene ascoltato” ha detto, riferendosi ai recenti scontri sulla spianata delle moschee, inoltre, ha affermato “una tale situazione potrebbe spingere i palestinesi verso ideologie estremiste e terroriste”. Il ministro ha poi auspicato un sostegno alla mozione francese per l’invio di truppe internazionali a Gerusalemme, ed ha presentato il progetto di una nuova conferenza, da tenersi in Spagna a venticinque anni esatti dalla prima conferenza di Madrid, per la creazione di una nuova road map che garantisca ad entrambi i paesi la sicurezza di cui hanno bisogno.

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Riyad al-Maliki, ministro degli Esteri dell'autorità palestinese, ha accusato a sua volta Israele di vivere una “paranoia anti palestinese” sostenendo che le autorità israeliane abbiano intenzionalmente esagerato la situazione attuale per colpevolizzare di fronte all’opinione internazionale il governo palestinese. Secondo Maliki i continui attacchi politici israeliani contro Abbas e contro la popolazione musulmana palestinese (di pochi giorni fa la dichiarazione del premier israeliano Netanyahu, che attribuiva l’idea dell’olocausto al muftì –guida religiosa islamica- di Gerusalemme dell’epoca, che avrebbe poi passato l’idea ad Hitler) mirano solo a destabilizzare i palestinesi ed a far schierare gli stati esteri contro di loro, nell’ottica di una ulteriore estensione territoriale israeliana a danno del popolo palestinese.

Durante lo "stakeout" con i giornalisti fuori dal Consiglio di Sicurezza,  La Voce di New York ha chiesto ad al-Maliki se ritenesse Israele una democrazia e quindi sul perché non sia stata messa in atto una campagna pacifista, di dimostrazioni non violente contro le ingerenze israeliane, per sensibilizzare l’opinione pubblica ed aumentare la pressione della comunità internazionale sul governo israeliano, che, in quanto democraticamente eletto, dovrebbe rispondere alla propria popolazione, all'opinione pubblica internazionale ed alla giustizia internazionale di un uso indiscriminato della forza contro civili disarmati che dimostrano pacificamente. Maliki ha risposto che “non consideriamo Israele una democrazia, non possiamo considerare democratico un Paese che compie occupazioni nel nostro territorio”, chiudendo così la porta alla possibilità di una protesta pacifista e democratica che costringa Israele al rispetto delle sue stesse leggi e della giurisprudenza internazionale in merito ai territori da liberare.

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