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L’ONU in soccorso degli apolidi: l’ex “stateless” Zhirair e la conquista del passaporto-trofeo

Zhirair Chichian

Zhirair Chichian

Alle Nazioni Unite, l'Alto commissario ONU per i rifugiati António Guterres ha organizzato un incontro dedicato al problema dei minorenni apolidi, bambini e ragazzi senza nazionalità che con l'aumento delle ondate migratorie ora sono in crescita anche nei paesi europei. Presentata la campagna #Ibelong e l'Italia, tra gli sponsor, ha illustrato le sue riforme sulla cittadinanza READ IN ENGLISH

Zhirair è un bel ragazzo di 19 anni. Il suo sorriso incornicia un volto buono e fiducioso, non si direbbe mai che dietro quello sguardo si celi una lunga storia di sofferenza e privazioni. Mentre parla in una delle infinite sale del Palazzo di Vetro, tiene una mano in tasca. Ma non è il portafoglio ciò a cui tiene di più, quanto piuttosto il passaporto. Jirair, infatti, è un apolide e per ottenere quel documento ha dovuto affrontare molte battaglie. “Sono nato senza una cittadinanza –  dice Zhirair – A 5 anni mi trasferii in Russia dai miei nonni. È lì che sono cresciuto e lì che ho studiato. È in Russia che ho trovato la mia seconda famiglia, la squadra in cui facevo wrestling. Eravamo molto forti, così un giorno l’allenatore venne in palestra e disse che dovevamo preparare i nostri passaporti, perché saremmo presto andati in Europa. Tutti erano felici e io ero contento per i miei compagni, ma sapevo di non poter partecipare alla competizione e soffrivo. Anche il mio allenatore sapeva della mia situazione e ne era dispiaciuto. Mi disse che per fare il passaporto servivano dei soldi, ma io non li avevo. Così mi trovò un impiego e cominciai a lavorare sodo per ottenere ciò che desideravo. Messi da parte i soldi, andai da un’organizzazione per ottenere i documenti. Non mi scorderò mai quel giorno. Diedi tutti i miei risparmi a una donna, che mi disse che avrei dovuto aspettare un paio di mesi per le pratiche burocratiche. Dopo qualche tempo tornai a cercarla, ma lei non c’era. Neanche i miei documenti c’erano. Così nel giro di poco persi tutto ciò per cui avevo lottato: i miei soldi e i documenti per il visto. Mi sentivo legato, disabile, come un uccello senza ali. Poi, in Georgia, trovai una persona che mi aiutò realmente: il Ministro della Giustizia. Lui cominciò a occuparsi del mio caso e dopo un po' venni invitato a un meeting. In quel posto c’erano tanti ragazzi con il mio stesso problema ma non riuscivo a capire quello che dicevano, tutti parlavano inglese, però sorridevano e mi trasmettevano tranquillità. È grazie a quest’uomo seduto qui accanto a me se oggi sono qui”.

L’uomo è António Guterres, l’alto commissario dell’ONU per i rifugiati. Zhirair lo ringrazia e gli stringe spontaneamente la mano. Poi tira fuori il passaporto e dice: “Per tanti questo documento qui è una cosa scontata, per me no. Lo tengo come un trofeo. Questa è la mia vittoria, ciò che ho tra le mani è la mia più grande vittoria”.

Zhirair non è solo un ragazzo vincente, ma anche uno dei testimonial della campagna #IBelong, lanciata un anno fa. Si stima che in tutto il mondo ci siano circa 10 milioni di apolidi e che ogni 10 secondi nasca un bambino sprovvisto di cittadinanza. A dare questi dati è la UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, che questa estate ha concluso il rapporto “I am here, I belong. The urgent need to end childhood statelessness”. Il lavoro ha impiegato varie persone in un intenso percorso attraverso sette stati (Costa d’Avorio, Repubblica Dominicana, Georgia, Italia, Giordania, Malesia e Thailandia) per parlare direttamente con i diretti interessati, circa 250 ragazzi apolidi sotto i 24 anni. Tutto ciò a un anno dall’inizio della campagna, che ha raccolto intorno alla propria causa non solo celebrità del calibro di Angelina Jolie e Cate Blanchette, ma anche l’azienda United Colors of Benetton, che ha creato le immagini pubblicitarie per diffondere l’iniziativa attraverso i media e i social network. mappa

L’obiettivo della campagna #IBelong è dei più ambiziosi: dare una fine alla condizione dei bambini apolidi entro il 2024. Per realizzarlo bisogna agire in primo luogo sulle cause, come per esempio le disparità di genere. Secondo il rapporto, infatti, in 27 nazioni del mondo le donne non possono dare la propria cittadinanza ai figli in base a legge discriminatorie. Il problema però sorge quando il padre non può passare lo stato di cittadinanza al figlio perché è ignoto, o non ha la cittadinanza, o non vuole provvedere alla raccolta della documentazione. Di questi 27 paesi, 12 si trovano nel Medio Oriente e nel Nord Africa, 8 nell’Africa subsahariana, 4 in Asia e 3 in America.

Un’altra delle cause è la mancanza di protezione dei migranti senza cittadinanza. A volte, infatti, all’immigrato non viene riconosciuto lo stato di apolide e può passare lunghi periodi di detenzione per mancanza di prove. Per agire lungo questa direzione, l’unica soluzione è quella di facilitare le pratiche di naturalizzazione nelle nazioni di arrivo. Uno dei problemi fondamentali da risolvere è poi quello della mancanza di un certificato che attesti la nascita del bambino. Stando a un recente rapporto dell’Unicef, infatti, sono circa 230 milioni i bambini senza certificato di nascita. Le stime però sono approssimative proprio per la difficoltà nel reperire i dati. Molti bambini non sono registrati perché sono nati al di fuori del matrimonio, altri perché sono figli di rifugiati o immigrati che risiedono illegalmente in un paese, altri ancora perché vengono da famiglie nomadi. Inoltre, come ha affermato il rappresentante della Costa d’Avorio, “ci siamo resi conto che in alcuni stati i bambini avevano più possibilità di essere registrati se nascevano in mezzo alla settimana piuttosto che nel week end, quando gli uffici sono chiusi”.

Tra i paesi che hanno dato l’apporto alla campagna #IBelong e che si impegnano maggiormente nel progetto dell’ONU c’è l’Italia. Secondo la dichiarazione del vice ambasciatore italiano alle Nazioni Unite, Inigo Lambertini, il Parlamento sta agendo su più fronti per risolvere la problematica. Il criterio di cittadinanza italiana, come ricordato dall’ambasciatore Lambertini, è lo ius sanguinis. “Questo deriva dal fatto che per decadi siamo stati un popolo di migranti. Una legge del genere era davvero importante per i migranti, perché li faceva sentire collegati al paese di origine anche quando i discendenti erano di generazioni lontane nel tempo. Il numero di bambini che arriva sulle coste italiane senza una cittadinanza però è in continuo aumento. Stiamo per questo cercando di cambiare la situazione. Da poco l’Italia ha approvato dei cambiamenti alla legge di cittadinanza”.

La proposta di legge, di iniziativa popolare e parlamentare, ha avuto l’approvazione della Camera e ora aspetta di passare al vaglio del Senato prima della promulgazione ufficiale. La legge introduce uno ius solis mitigato, concedendo la cittadinanza ai figli nati in Italia da almeno un genitore che sia provvisto del permesso di soggiorno europeo a lungo termine e che dimostri di essere in possesso dei requisiti economici richiesti. La vera novità soprattutto è però l’introduzione dello ius culturae, che garantisce la cittadinanza ai ragazzi nati in Italia che abbiano frequentato un ciclo di studi pari ad almeno 5 anni. 

Finita la conferenza una folla di giornalisti chiede a Jirair di posare per una foto con il passaporto in mano, simbolo della sua vittoria, che diventa quella di tutti coloro che si battono tenacemente per difendere la propria causa. La vittoria infatti è di tutti gli organizzatori e i volontari della campagna #IBelong, dell’Alta Commissione delle Nazioni Unite per i rifugiati e delle persone che aiutano quotidianamente i ragazzi ad acquisire una identità ufficiale, senza la quale in molti stati non si può accedere neanche alle cure sanitarie essenziali. 

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