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All’ONU Ban Ki-moon con l’Italia lancia la campagna contro la pena di morte

Il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon (al centro) con da sinistra l' Assistant Secretary-General Ivan Šimonovic, Under-Secretary-General Cristina Gallach, l'ambasciatore d'Italia Sebastiano Cardi e Kirk Bloodsworth (Foto ONU/Rick Bajornas)

Il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon (al centro) con da sinistra l' Assistant Secretary-General Ivan Šimonovic, Under-Secretary-General Cristina Gallach, l'ambasciatore d'Italia Sebastiano Cardi e Kirk Bloodsworth (Foto ONU/Rick Bajornas)

Al Palazzo di Vetro dell'ONU il Segretario di Stato Ban Ki-moon con il vice segretario per i diritti umani Ivan Šimonović e l'ambasciatore d'Italia Sebastiano Cardi, hanno lanciato la campagna contro la pena di morte presentando il libro Moving Away from the Death Penalty: Arguments, Trends and Perspectives. Con loro c'era Kirk Bloodsworth, ex condannato alla pena capitale negli USA, per anni nel braccio della morte e poi riconosciuto innocente 

Kirk Noble Bloodsworth è un signore sulla cinquantina. Ha gli occhi chiari e i pochi capelli che gli restano sono biondi.  Bloodsworth sembra un uomo dall’aspetto normale, ma dietro le apparenze si cela l’inferno che ancora oggi gli provoca incubi notturni: i due anni passati nel braccio della morte. 

In occasione di un incontro al Palazzo di Vetro dell'ONU per presentare il libro “Moving Away from the Death Penalty: Arguments, Trends and Perspectives, con la presenza speciale di Ban Ki-moon, dell’Ambasciatore italiano Sebastiano Cardi e dell’Assistente del Segretario Generale per i Diritti Umani Ivan Šimonović, Bloodworth ha potuto raccontare la sua storia al pubblico. “Sono la prima persona negli Stati Uniti – ha detto Kirk – a esser stata salvata dalla pena di morte grazie a un test del DNA”. La sua tragedia inizia del 1984. “Prima di quella data ero solo un umile uomo, avevo 23 anni e mi ero da poco sposato. Avevo prestato servizio nei marines per 4 anni e, soprattutto, non avevo trascorsi criminali. La mia vita cambiò nel giro di un’estate, quando la polizia venne a bussarmi alla porta e mi arrestò per l’omicidio di Dawn Hamilton, una bambina che era stata violentata e uccisa nella Contea di Baltimora”. Quella mattina Kirk era a casa, malato, un alibi considerato debole e insufficiente dagli organi giudiziari. Mentre Kirk prosegue con il suo tono calmo e pacato, il racconto che si delinea sembra acquistare sempre di più i toni di un romanzo kafkiano. “Secondo la descrizione fornita dai testimoni, l’uomo era magro, biondo e di altezza pari a un metro e novanta. Io all’epoca ero robusto, con capelli rossicci, delle spesse basette ed ero alto circa un metro e ottanta. Nonostante la descrizione non corrispondesse, una chiamata anonima alla polizia aveva suggerito il mio nome”. 

Da quel momento in poi, la vita di Kirk cambiò repentinamente. Nei 9 anni passati in prigione Bloodworth ha subito violenza fisica e psicologica. Fisica, per gli “scherzi” mancini tirati dalle guardie del penitenziario e dai detenuti. Psicologica, per l’umiliazione provata nel mancato riconoscimento della sua innocenza. “Nessuno mi credeva, tantomeno l’opinione pubblica. A quel tempo ero l’uomo più odiato del Maryland. Le guardie ridevano spesso in faccia al mio destino beffardo e quando dicevo di essere innocente, mi beffeggiavano dicendo 'non lo sai che qui sono tutti innocenti?'. Io continuavo a tener viva la speranza, ma il dilemma che mi divorava era il seguente: come potevo io, un ex marines senza precedenti né connessioni con la scena del crimine, essere stato condannato alla pena di morte per un reato che non avevo mai commesso?”. 

Per un tiro del destino, la sua cella era proprio accanto alla stanza in cui facevano l’iniezione letale. Per un tiro del destino, fu un miracolo a salvarlo, dispiegatosi nella forma di un libro. In uno dei tanti libri letti per non cadere vittima dell’oblio mentale, Kirk aveva scoperto che per la prima volta, in Inghilterra, era stato praticato il test del DNA per risolvere una serie di omicidi. Incuriosito, aveva chiesto quindi al suo avvocato di richiederne uno. Il DNA trovato sui pantaloni della vittima non corrispondeva a quello di Kirk, ma a quello di Kimberley Shay Ruffner, con diversi precedenti penali per stupro. Di nuovo per un tiro del destino, la cella di Kimberley era nello stesso punto in cui era quella di Kirk, ma al piano di sotto. I due si conoscevano, ma per tutto il tempo trascorso in carcere, Kimberley non aveva mai detto niente.

Come ha sottolineato Bloodworth, “il motivo per cui sono qui tra voi oggi, vivo, non è il funzionamento del sistema legislativo, ma una serie di miracoli avvenuti mentre ero in carcere: la passione per la lettura e l’avanzamento tecnologico sono stati provvidenziali nel mio caso. “Ci tengo anche e soprattutto a farvi capire che quello che è successo a me, potrebbe succedere a chiunque in questa sala. Io non voglio che vi succeda, per questo mi batto da anni contro la pena di morte”. 

Il segretario generale Ban Ki-moon, intervenendo alla presentazione, ha dichiarato che lui non smetterà mai di chiedere l'abolizione della pena di morte, dicendo che gli studi hanno provato che coloro che "sono poveri, disabili mentali, o sono minoranze sono ad un più alto rischio di ricevere la pena di morte, a prescindere dalla colpevolezza o innocenza". "Questo è sbagliato" ha continuato Ban. Sulle ingiustizie che sono descritte sul libro, Ban ha detto che "ti fanno star male, ma l'argomento per il cambiamento è convincente" e ha ricordato "che sempre più paesi e stati stanno abolendo la pena di morte" in tutte le regioni del mondo. 

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Ma Ban ha detto di essere anche molto preoccupato per "alcuni stati che stanno condannando più persone  alla pena di morte e altri stanno riattivando le esecuzioni". 

"Ci saranno sempre sentenze sbagliate – ha detto Ban – ma quando gli Stati impongono la pena di morte, in questi casi loro uccidono anche qualsiasi speranza di giustizia".  

L’Assistente del Segretario Generale per i Diritti Umani, Ivan Šimonović ha ricordato che nel 2014 c'e' stato un incremento nel numero di condannati a morte notando come resti alta la possibilità di condannare innocenti. Inoltre, come ha affermato Ivan Šimonović, quando si parla di pena di morte bisogna tener conto delle differenze culturali dei vari paesi. In alcuni paesi, soprattutto in Medio Oriente, la pena di morte va contro i presupposti su cui poggia le sue basi. La pena capitale dovrebbe costituire un monito per l’opinione pubblica, ma in alcuni casi è un incentivo a commettere reati. Pensiamo ai kamikaze che si fanno esplodere nelle piazze o sui mezzi pubblici. Se non temono la morte, allora perché dovrebbero aver paura della pena di morte? In questi casi, il governo gli fa un favore: quello di erigerli a martiri della società. Vogliamo davvero questo?

L’Ambasciatore italiano Sebastiano Cardi ha ricordato come l’Italia abbia lottato sempre in prima linea per l’abolizione della pena di morte. La prima bozza di risoluzione sui banchi del Palazzo di Vetro, battuta per soli 8 voti, arrivò proprio dall’Italia, nel 1994 con il Governo Berlusconi. Successivamente, nel 2006, il Governo Prodi propone una Dichiarazione contro la pena di morte, a nome dell’Unione Europea, che ottiene la firma di 85 paesi. L’anno di svolta però è il 2007, quando l’Italia, grazie allo sforzo continuo di dialogo con gli altri paesi e a una grande tenacia, riesce a far approvare la moratoria universale della pena di morte all’Assemblea Generale dell’ONU, con la firma di ben 104 paesi. Gli Stati Uniti hanno votato contro. Coscienti delle differenze culturali, ma anche del fatto che un paese democratico non dovrebbe uccidere i suoi cittadini, ci si chiede quando gli Stati Uniti aboliranno la pena di morte. Grazie a una decisione dell’Unione Europea, che ha interrotto l’esportazione della componente chimica usata per “addolcire” l’iniezione letale, l’ipotesi dell’abolizione non sembra essere tanto lontana. Nel frattempo, tra stagnazione, pronostici e schedine, possiamo almeno consolarci del fatto che il nostro paese continua a essere il leader e l’erede di una certa tradizione illuminata, accantonata ma mai del tutto scordata. Cesare Beccaria ne sarebbe contento. 

 

 

 

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