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Attentati di Parigi: una nuova strategia del terrore

Nel tentativo di dare una spiegazione alla follia terroristica che ha colpito Parigi, abbiamo intervistato Stefania Azzolina, analista del Centro Studi Internazionali di Roma. “A Parigi abbiamo assistito a un'evoluzione del concetto di attentato – ci ha detto – Si è trattato di una vera e propria operazione militare, con una regia”. L'obiettivo è chiaro: creare un clima diffuso di paura

Nella notte di venerdì 13 novembre una serie di attacchi terroristici ha colpito il cuore di Parigi, i luoghi del divertimento e dei giovani. Capire il perché di un attacco che ha i caratteri della follia può sembrare impossibile, ma per non rischiare di rimanere incastrati in troppo facili meccanismi di rancore, vendetta e violenza, servono risposte. Risposte che sappiano guardare a un'Europa che cambia e a un certo Islam che vuole farsi spazio nel mondo globalizzato a colpi di distruzione e morte. Stefania Azzolina, analista del Ce.Si. Centro Studi Internazionali di Roma, spiega in esclusiva per La VOCE come contestualizzare la follia.

Dopo la strage di Charlie Hebdo com’è cambiata Parigi dal punto di vista del terrorismo? È vero che è venuta a crearsi una realtà “a polveriera” con soldati dell’esercito con kalashnikov fuori da ogni scuola?

“Gli attentati di Charlie Hebdo hanno portato con sé un profondo mutamento per quanto concerne il modus operandi dei gruppi terroristici. In particolare, per la prima volta sono state svolte delle vere e proprie azioni di fuoco coordinate, più tipiche dell’atto militare che di quello terroristico. Le azioni “mordi e fuggi” effettuate con kalashnikov, che hanno segnato in maniera indelebile nelle nostre menti  lo scorso 7 gennaio, e quelle ancor più tetre di ieri sera, hanno comportato e comporteranno una reazione dedicata da parte delle forze dell’ordine e di sicurezza. Il tentativo di contrasto si è tramutato, pertanto, nel dispiegamento di unità volte al presidio dei vari luoghi sensibili, ma anche in grado di poter confluire, integrando così le forze a più alta prontezza e reazione, nel caso di minaccia terroristica”.

Un attentato di tale portata era prevedibile? In queste ore si sta parlando di servizi segreti aggiornati sui fatti. Nel mondo degli addetti ai lavori c’era qualche sentore? Se sì quale? 

“Prima di tutto è importante sottolineare come purtroppo ci si trova di fronte a una minaccia di tipo globale e permanente, che non riguarda solo una regione o un singolo Paese. Tale aspetto rende necessario che i servizi di sicurezza di tutti gli Stati attualmente coinvolti nella lotta al terrorismo siano in uno stato di costante allerta. Questo è vero soprattutto nel caso francese che, dopo Charlie Hebdo, ha cercato di massimizzare i suoi sforzi nell’opera di monitoraggio e prevenzione della minaccia terroristica, segnalando tra le 4.000 e le 5.000 persone potenzialmente pericolose per la sicurezza nazionale. I tragici eventi di ieri, hanno però rivelato una falla nell’apparato di sicurezza francese, soprattutto di fronte a un’operazione così complessa ed elaborata, che ha richiesto la partecipazione di almeno una decina di attentatori”.

Analizziamo il metodo terroristico utilizzato: ristorante, stadio e teatro colpiti in poche ore. Sia kamikaze che fucilate a volto scoperto. Cos’è cambiato dall’11 settembre? Come si sta muovendo l’ISIS? 

“A Parigi abbiamo assistito a una vera e propria evoluzione del concetto di attentato. A bene vedere, infatti, non è possibile fare alcun termine di paragone con le azioni terroristiche svolte fino a questo momento in occidente dal gruppo jihadista. In questo caso, si è trattato di una vera e propria operazione militare, nel corso della quale i diversi gruppi di fuoco hanno dimostrato di possedere una grande capacità di coordinamento. Questo denota la presenza, a differenza del passato, di un vero e proprio centro di comando e controllo, regia di tutte le azioni simultanee. Inoltre, l’utilizzo di cinture esplosive e mitragliatrici a sostituzione della tecnica di collocamento di ordigni in punti nevralgici della città, ha aperto un nuovo scenario sulle modalità di azione jihadista nel contesto occidentale. A questo aspetto si lega anche quello della natura degli obiettivi colpiti, che in questo caso non presentano un valore simbolico ma più che altro psicologico, con la volontà di creare un clima diffuso di paura e terrore in cui la popolazione si senta costantemente minacciata. La divulgazione del messaggio terroristico continua così a essere uno dei pilastri della propaganda dello Stato Islamico”.

Secondo lei, qual è il profilo di questi terroristi? Foreign fighters? Siriani mandati ad hoc e ben addestrati per compiere l’attacco? 

“Molto spesso, non si tratta di terroristi provenienti dall’estero: la maggiore minaccia deriva dal fenomeno dei foreign fighters. Quest’ultimi sono cittadini europei a pieno titolo, figli di immigrati di seconda o terza generazione, che attratti dalla propaganda jihadista, decidono di  recarsi nei territori sotto il controllo delle milizie jihadiste per acquisire il know-how necessario e poi tornare a colpire i Paesi di appartenenza. Nel contesto francese, questo fenomeno assume particolare rilevanza in virtù della tradizionale multiculturalità della sua società, che vede la più grande comunità musulmana in Europa”.

Dopo Parigi, ora "tocca a Roma, Londra e Washington": è il sinistro proclama che ha accompagnato le celebrazioni dei sostenitori dell'ISIS, su Twitter, con l'hashtag '#ParigiInFiamme'. Attacchi futuri all’Italia, quanta mitologia e quanta verità?

“Purtroppo non sono solo voci di corridoio. L’Italia potrebbe essere tra gli obbiettivi dei gruppi jihadisti, al pari di tutti gli altri Stati europei, per il suo impegno internazionale contro la minaccia terroristica, per l’alto numero di siti sensibili (monumenti, stadi, luoghi turistici) e per quello che rappresenta in quanto centro della cristianità mondiale. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che l’imminente Giubileo e i suoi milioni di pellegrini potrebbero rappresentare un target di alto valore per i terroristi. Ricordiamo che, alcuni mesi fa, presunti miliziani dello Stato Islamico avevano pubblicato minacciose foto su Internet e che i magazine jihadisti diffondevano fotomontaggi con la bandiera del Califfato sventolante sopra la Basilica di San Pietro. Certo è che l’Italia, per tradizione e composizione sociale, è differente dalla Francia e dunque, in linea potenziale, la minaccia potrebbe essere leggermente più bassa anche se non assolutamente escludibile. In ogni caso, il nostro Paese ha potenziato le misure di sicurezza già prese da mesi ed appare pronto ad affrontare una minaccia globale come quella dello Stato Islamico.  Ormai, non si può più parlare di minacce a singoli Paesi, ma di un unico fronte globale del terrore che coinvolge tutti gli Stati che vi si oppongono, dall’America all’Europa, fino all’Asia, alla Russia, all’Africa e al Medio Oriente. L’Italia, assieme ai propri alleati, è pronta a dare il suo contributo”.

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