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Gli attentati a Parigi? “I segnali c’erano tutti”

Intervista a Gian Joseph Morici, giornalista e scrittore che vive nella capitale framncese e che da anni segue le vicende legate al terrorismo. La sua analisi sulle strategie dell'Occidente che "ha ottenuto scarsi risultati e che ha ignorato chiari segnali di quanto poi avvenuto". E, ancora, la nuova tattica dei terroristi: "Le modalità e il numero di attacchi simultanei, sono un chiaro indice di un’evoluzione della strategia del terrore dell’IS"

Gian Joseph Morici, giornalista e scrittore di madre americana e di padre siciliano, da tanti anni, ormai, segue le vicende legate al terrorismo internazionale. Dalla Sicilia, dove ha vissuto a lungo (a lui si deve la nascita del battagliero giornale online lavalledeitempli.net), e, attualmente, da Parigi, dove si è straferito un paio di anni fa. Venerdì sera, la terribile notte degli attentati che hanno devstato il cuore della capitale francese lasciando sul campo 129 morti (tra i quali una ragazza veneta di 28 anni, Valeria Solesin)  e 300 feriti, era lì. Ha sentito "l'urlo delle sirene", ha vissuto in diretta il dramma che ha sconvolto l'Europa e, in particolare, la sua città. Gli abbiamo chiesto di raccontarci quella terribile notte e di descriverci Parigi all'indomani della carnage, la carneficina, così la chiamano i parigini. 

Morici

Gian Joseph Morici

Ma non solo. Gli abbiamo chiesto un parere sulle strategie (?) di difesa dei Paesi Occidentali. Diciamo subito che, secondo la sua opinione (e non solo sua) "si sta combattendo l'espansione dello Stato islamico con scarsi risultati". E che "i diversi interessi dei Paesi occidentali, USA inclusi, rendono evidente che la soluzione del conflitto è ben lontana dal suo epilogo". Critiche anche all'intelligence europea che non ha saputo cogliere "tutti i segnali" che lasciavano presagire i fatti di Parigi. E un punto fermo: "Tutto è cambiato. Le modalità e il numero di attacchi simultanei, sono un chiaro indice di come gli eventi di ieri rappresentino un’evoluzione della strategia del terrore dell’IS". Ma cominciamo dalla cronaca. 

Gian Joseph, innanzituuto grazie per la tua testimonianza a lavocedinewyork.com. Come si è svegliata stamattina Parigi? 
Stamattina, come ieri, Parigi si presenta come una città piegata in due sul proprio dolore. Strade semideserte, sguardi angosciati, poca voglia di ridere o parlare. Sette azioni terroristiche simultanee, centoventotto morti – e purtroppo il dato è ancora provvisorio – hanno shockato la Francia. Venerdì sera ero da poco rientrato a casa, quando ho appreso del primo attacco nel 10° arrondissement di Parigi nei pressi della Place de la République, dove erano stati sparati più colpi  di Kalashnikov. Il mio primo pensiero è stato che si trattasse di un episodio di terrorismo. Mentre da fuori sentivo l’urlo delle sirene della polizia, dei vigili del fuoco, delle ambulanze, grazie ai social network e ad amici che m’informavano nell’immediato di quello che stava avvenendo, apprendevo di una sparatoria in corso nell’11° arrondissement nella sala concerti “Bataclan”, delle esplosioni nei pressi dello Stade de France durante la partita di calcio Francia-Germania, del numero delle vittime che aumentava di minuto in minuto. La tv rimandava notizie che sui social media erano già superate dai più recenti sviluppi. Con orrore e riluttanza aprivo i miei canali d’informazione.  Mentre i raid delle forze speciali dell’esercito erano in corso nella capitale e sentivo il rumore degli elicotteri in volo, supporter e jihadisti dello Stato Islamico esultavano per la riuscita dell’attacco. Se è pur vero che l’ hashtag #AttackParis è nato solo dopo che su internet è rimbalzata la notizia delle sparatorie e degli attentati, altrettanto vero è il fatto che lo “spessore” dei profili dei simpatizzanti dell’IS che per primi si complimentavano con gli attaccanti, lasciavano ben pochi dubbi sulla matrice terroristica e sulla paternità dell’azione. Le notizie si susseguivano: sparatoria in corso nel quartiere centrale Les Halles e del centro Pompidou,  sparatorie anche vicino al Museo del Louvre, linee 3, 5, 8, 9 e 11 della metropolitana, chiuse. Una sparatoria anche nel 13° arrondissement, nei pressi di Place d’Italie, cinque esplosioni vicino al Batclan dove erano tenute in ostaggio tantissime persone e da dove una di loro postava su Facebook col telefonino, con tanto di nome e cognome: “Sono ancora al Bataclan, 1° piano. Ferita grave. Che diano l’assalto il più presto possibile. Ci sono sopravissuti all’interno. Abbattono tutti uno ad uno. 1° piano presto!”. Un messaggio subito rilanciato dai terroristi dello Stato Islamico, che ne pubblicavano lo screenshot.Terribile.  

Siamo tutti sotto shock. E' giusto dire che questi attentati rappresentano una svolta nella strategia terroristica?
 Penso proprio di si. Le modalità e il numero di attacchi simultanei, sono un chiaro indice di come gli eventi di venerdì rappresentino un’evoluzione della strategia del terrore dell’IS. Per la prima volta ci troviamo dinanzi alla realizzazione di un’azione su vasta scala, pianificata ed organizzata da tempo anche nei dettagli. Due diverse ondate. Attentatori kamikaze allo Stade de France, sparatorie in Boulevard de Charonne, Boulevard Voltaire, Rue Alibert, Rue de la Fontaine au Roi, nel 13° arrondissement e alla sala da concerti Bataclan, dove il numero finale dei morti è agghiacciante.  La mappa del terrore
Era prevedibile quello che è successo?  
Se l’opinione pubblica è rimasta scioccata dagli attacchi, altrettanto non dovrebbe potersi dire per gli addetti ai lavori. Intelligence, forze dell’ordine e giornalisti non dovrebbero essere così sorpresi. Nonostante non sarebbe stato possibile intervenire per evitare le stragi, diciamo che i segnali c’erano tutti. Dopo quello che era accaduto all'inizio del 2015, con la strage a Charlie Hebdo, era prevedibile che si verificassero altri episodi ad opera di lupi solitari pronti ad agire al primo input. Molti soggetti provenienti da Francia, Belgio, Inghilterra, Germania e altri stati, Italia compresa, da tempo si sono recati in Siria e in Iraq a combattere sotto l’egida del Califfato. Alcuni sono morti lì, altri ancora combattono e non pochi sono quelli tornati in Europa. Inoltre, il recente afflusso di rifugiati verso l'Europa ha aumentato il rischio che tra i tanti migranti che raggiungono il nostro continente possano infiltrarsi terroristi che hanno come obiettivo quello di compiere attentati in occidente. Un rischio sempre minimizzato dal nostro Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ma che è stato confermato dall’arresto a Lampedusa di Mohamed Ben Sar. L’uomo, che era stato arrestato nel 2008, condannato a sette anni di reclusione per terrorismo, e che finito di scontare la pena era stato espulso. Ce lo siamo ritrovato tra i migranti sotto falso nome. Pronto a dichiarare di essere un perseguitato politico che voleva chiedere asilo per andare in Nord Europa dove aveva alcuni parenti. A lui non è andata bene –  grazie alla polizia di Agrigento che lo ha tratto in arresto – ma quanti sono quelli a cui è andata meglio? Siamo certi che la nostra classe politica abbia di che vantarsi in materia di prevenzione e repressione del terrorismo? Io non ne sarei tanto sicuro… 
Anche il governo italiano ha, alla fine, ammesso che ci sono richi legati al flusso migratorio. Meglio tardi che mai?
E’ stato un altro aspetto, a mio avviso, sottovalutato. Ripeto: se è pur vero che la maggior parte del flusso migratorio la si deve a quanti fuggono dalle zone di guerra, è altrettanto vero che tra le tante decine di migliaia di persone che arrivano nei nostri paesi, ci sono combattenti di ritorno europei, ma anche soggetti che hanno disertato dalle forze armate siriane, da quelle irachene, o da gruppi paramilitari come le milizie sciite, oggi contrapposti allo Stato Islamico, ma che venivano fino a poco tempo fa considerati terroristi. E, se non nell’immediato, in un prossimo futuro potremmo trovarci costretti a confrontarci anche con quest’altra realtà. Tanto sotto il profilo del rischio terroristico, quanto sotto quello dell’ordine pubblico e di contrasto alla criminalità.
E in Francia?
La  situazione in Francia sotto il profilo della prevenzione, della reazione e dell’attività politica in risposta al terrorismo, non è diversa. Una delle cose che più mi ha colpito quando sono arrivato a Parigi due anni fa, fu l’aria marziale di questa città. Gli archi, le statue, oro, nero, bronzo,  i cannoni del museo delle armi, le bandiere. La Francia che sembra invidiare l’America. Quella dei missili, dei carri armati e dei marines, con i suoi militari che in città corrono a destra e a manca, con le loro scarpe che non hanno conosciuto la polvere e il sangue. Tutta apparenza. Lo dimostrano gli interventi nelle ore di Charlie Hebdo, lo dimostra la scarsa preparazione dell’assalto di venrd' notte alla sala da concerti Bataclan, quando hanno fatto irruzione con le torce accese, diventando facile bersaglio dei terroristi. Due anni fa, il presidente francese Hollande si presentò in conferenza stampa per annunciare l’espulsione di un giovane algerino ritenuto vicino a gruppi di estremisti islamici. La qualcosa mi fece sorridere amaramente. Paris
Perché?
Possibile mai che i francesi non si fossero accorti neppure del fatto che su Facebook c’era il gruppo “Sharia4France”? Altro che un algerino vicino a gruppi fondamentalisti, avevano un gruppo con oltre 400 iscritti di una delle frange più estreme del fondamentalismo islamico presenti in Europa, con cellule che avevano partecipato al reclutamento di jihadisti, e non lo vedevano neppure. Una breve ricerca, per scoprire che anche la stampa, la tanto decantata stampa d’oltralpe, aveva i prosciutti sugli occhi. Ogni ulteriore e possibile eventuale dubbio, veniva cancellato quando il 7 settembre 2014, il giornale francese Libération, riportava la notizia secondo la quale Mehdi Nemmouche, autore della strage al Museo Ebraico di Bruxelles, aveva pianificato un attentato sugli Champs Elysees a Parigi durante la parata del 14 luglio. Immediata la smentita da parte del ministro degli Interni francese, Bernard Cazeneuve, che dichiarava che i suoi uffici non erano a conoscenza  di un attacco pianificato, accusando il giornale di pubblicare “false informazioni”. Feci pervenire io stesso al quotidiano in questione, la copia di una rivista jihadista – voce ufficiale di al-Qaeda – che pubblicava nel mese di marzo, dunque molto prima della strage di Bruxelles e della parata militare ai Champs Elysees, indicazioni su come e dove  portare a termine attentati: Champs Elysees, 14 luglio!
E cosa ha fatto, a quel punto, il quotidiano?
Il giorno successivo, Libération, in un secondo articolo, precisava: “Le nostre rivelazioni su un attacco pianificato da Mehdi Nemmouche durante la sfilata a Parigi il 14 luglio, riportato da un ex ostaggio durante un debriefing con un servizio di intelligence, hanno provocato molte reazioni, smentite e polemiche. L’ufficio del procuratore di Parigi ha dichiarato che nessun record dell’udienza sollevata in un contesto giudiziario o qualsiasi altro atto di indagine svolta in seguito al rapimento e sequestro di Didier Francois, Edward Elias, Nicolas Henin e Pietro Torres, fa menzione di un attacco pianificato al paese, specialmente nel giorno del 14 luglio a Parigi. Libération, dal canto suo, ribadisce la correttezza nel riportare la notizia”. Il ministro Cazeneuve, taceva… sparatoria
Ma dove ha sbagliato l'intelligence? 
L’errore delle nostre intelligence, è stato quello di non aver compreso in tempo l’importante ruolo che internet ha svolto in questi ultimi anni. È difficile contrastare il fenomeno del terrorismo in generale. Ancora più difficile contrastare lo Stato Islamico che si è strutturato e organizzato come un vero stato. Uffici amministrativi, formazioni di combattenti e organizzazioni, che non esito a definire d’ “intelligence”, in grado di infiltrare i nostri apparati e condurre anche attacchi hacker ai nostri sistemi informatici. Un conto è prevenire grazie all’attività d’intelligence, un altro l’applicare misure di repressione dinanzi ad eventi che comunque è difficile gestire e contrastare. La stessa cancellazione dei profili jihadisti dai social network, è un errore che, nel non danneggiare minimamente i terroristi, rallenta l’attività investigativa. In un primo tempo, i supporter dello Stato Islamico per far fronte alla cancellazione dei loro profili, si erano organizzati costituendo dei gruppi chiusi all’interno dei quali utilizzavano un profilo diverso da quello pubblico. Ogni qualvolta il loro profilo pubblico veniva bloccato, nel giro di pochi minuti ne veniva registrato uno nuovo che a sua volta veniva riproposto con quello protetto all’interno dei gruppi chiusi. Gli altri componenti del gruppo, a loro volta, lo diramavano all’esterno utilizzando ulteriori diversi profili. Nell’arco di poche decine di minuti, al massimo qualche ora, il terrorista ritornava in contatto con tutti i suoi seguaci. Gli unici danneggiati risultavano essere gli investigatori che magari in quel momento stavano monitorando il profilo che era stato bloccato. Purtroppo, la mancanza di una legge antiterrorismo che permettesse agli appartenenti alle forze dell’ordine di infiltrarsi (la legge, tanto in Italia, quanto in Francia, è stata varata di recente), ha penalizzato fortemente l’attività investigativa. 
E gli USA?
Gli Stati Uniti, sotto questo profilo, hanno potuto meglio agire visto che oltre alla possibilità di infiltrarsi hanno potuto far uso di “agenti provocatori”. Non pochi estremisti sono infatti caduti nella trappola tesa loro da uomini del FBI che presentandosi loro come estremisti islamici pronti a compiere attentati, sono riusciti ad individuarli, contattarli e anche ad incontrarli, traendoli in arresto. Ma nel corso di questi ultimi mesi, i sistemi di comunicazione tra i terroristi sono cambiati. 

In che senso?

Maggiori precauzioni, sistemi più sofisticati, permettono loro di rimanere in contatto, correndo sempre meno rischi di essere individuati. Si tratta di aspetti sui quali al momento preferisco  non aggiungere maggiori dettagli. Ritornando alle stragi di Parigi, posso solo dirti che, oltre ai segnali di pericolo che quotidianamente mi capita di notare, negli ultimi due giorni i supporter dello Stato Islamico avevano messo in rete due diversi video che contenevano immagini riferite alla Francia . Il primo, l’undici novembre, con dei bambini vestiti da jihadisti, mostrava un aereo dell’AirFrance in fase di decollo e poi in volo.  il secondo Il secondo, pubblicato la sera successiva, con il quale si minacciava la Russia, conteneva immagini degli attentati dell'11 gennaio a Parigi. Se a questi e altri segnali aggiungiamo l’arresto di un uomo in Germania, diretto in Francia e armato di kalashnikov e granate, ci rendiamo conto che i segnali c’erano tutti. Gli attentati di venerd', dimostrano un cambio di strategie da parte dello Stato Islamico. Quello che distingueva l’IS da al Qaeda, è il fatto che il primo fino a ieri invitava i jihadisti europei a supportare il Califfato, recandosi in Siria e Iraq a combattere, lasciando ai soli lupi solitari il compito di portare a termine gli attentati in Occidente, mentre al Qaeda ha più volte organizzato gli attentati in altri paesi, inviando i suoi uomini per portarli a termine. Quella di venrdì non è opera di lupi solitari, bensì il risultato di un progetto studiato da tempo. Una questione importante per il futuro,  è capire se d’ora in avanti i terroristi che opereranno in Europa, riceveranno istruzioni e assistenza dall’estero, così come accadeva con al Qaeda. Le stragi di venerdì, che arrivano proprio nei giorni in cui la portaerei francese, Charles de Gaulle, è salpata per il Golfo Persico per effettuare azioni contro lo Stato Islamico in Iraq e la Siria, avranno sicuramente conseguenze politiche, come dimostra il fatto che è stato proclamato lo stato di emergenza che porterà ad arginare il flusso di migranti verso la Francia. 

Cosa accadrà in Italia? 

A mio modesto avviso il nostro paese ha strutture adeguate a fronteggiare le attività terroristiche. Purtroppo, è fallita la politica che non ha saputo dare risposte adeguate in tempo utile. Il varare la legge antiterrorismo con grande ritardo, il mancato adeguamento degli apparati alle nuove necessità, la mancanza di un’adeguata risposta, anche in termini di identificazione dei tanti rifugiati che arrivano nel nostro paese, ci espone a rischi notevoli. Quanti sono i migranti arrivati da noi nel solo 2015? Quanti di loro sono stati identificati? Dove si trovano adesso? Queste sono le domande che se potessi vorrei rivolgere al Ministro Alfano. Cosa accadrà nei prossimi mesi? Non dimentichiamo che Roma è nel mirino dell’IS, così come dimostrato dal documento con il quale oggi hanno rivendicato gli attacchi su Parigi. Vorrei poter dire che noi non corriamo rischi, ma mentirei a me stesso. Non ci resta che incrociare le dita… Sperare, quantomeno, che questi ultimi eventi portino ad una risposta, seppur tardiva, da parte del nostro Governo… territori ISis
Cosa pensi della strategia degli USA e della Russia  rispetto a questa organizzazione?
Tanto gli USA, quanto la Russia, stanno combattendo l’espansione dello Stato Islamico con scarsi risultati. Le difficoltà maggiori derivano dall’aver voluto evitare l’impegno di forze armate di terra, lasciando alla sola aviazione il compito di colpire le basi dello Stato Islamico. Una strategia che può offrire risultati in un conflitto simmetrico, ma che è assolutamente fallimentare in contesti quali quello attuale. Se a questo si aggiungono i diversi obiettivi che si propongono di raggiungere i due paesi, appare ovvio come la soluzione del conflitto sia ben lontana dal suo epilogo. Da una parte Washington, che guarda alla possibilità di rovesciare il regime di Assad rimescolando le carte sul futuro e sulle alleanze politiche della Siria, dall’altra Mosca che ha tutto l’interesse di mantenere al suo posto l’attuale governo. Senza entrare nel merito degli interessi sovrannazionali che ci portano ad una guerra dall’esito e dalle conseguenze incerte, non si può ignorare il fatto che la maggior parte dei raid aerei condotti dagli USA e dalla Russia, ha falcidiato più civili che terroristi. Il rischio di questo genere di interventi, è quello di rafforzare il fronte nemico. Nonostante, infatti, le due potenze vantino risultati ottenuti (più mediatici che reali) in danno dello Stato Islamico, chi da anni segue gli sviluppi delle rivolte e il fenomeno del terrorismo islamico, non può non accorgersi di come il numero dei combattenti sotto il vessillo nero aumentino giorno dopo giorno.
Su internet si legge di tutto. Anche la teoria secondo cui a finanziare l'IS sia stato l'Occidente… Chi li finanzia e a cosa si deve la loro forza?
A differenza di altri gruppi, lo Stato Islamico, si è evoluto in un’organizzazione strutturata in grado di stabilire una solida base di sostegno popolare fondata sul rilancio delle istituzioni civili e commerciali, offrendo così una certa sicurezza ed una parvenza di normalità economica a quanti risiedono nei territori controllati da gerarchia di strutture di governance che operano come forza di governo, gestendo la vita quotidiana dei cittadini, garantendo loro i servizi, mantenendo l’ordine, facendo rispettare la legge (in questo caso quella islamica, ovvero la Sharia). Come un qualsiasi altro Stato, anche lo Stato Islamico impone il pagamento delle tasse, calcolate secondo il reddito dei suoi cittadini. Per meglio comprendere come si tratti di un’organizzazione incomparabile ad al Qaida in termini di struttura, è sufficiente pensare al fatto che può permettersi di investire persino nel settore agricolo, mantenendo un ufficio speciale per sorvegliare l’irrigazione delle colture e i raccolti. Più di recente, ha offerto alle tribù arabe i territori sottratti al regime siriano, costituendo l’Ufficio delle tribù ed incrementando così le proprie entrate. Ma le fonti maggiori di reddito provengono dalla vendita dell’elettricità e dall’esportazione del petrolio, precedentemente prodotti dal governo siriano. Al flusso di proventi da questa apparente attività “legale”, si aggiungono quelli provenienti da attività illegali che sono per lo più alimentate dalle richieste da parte del mondo occidentale. Dal traffico clandestino di reperti archeologici, destinati a facoltosi collezionisti, all’esportazione di droghe, in particolare il Captagon, di facile produzione, economico e richiesto da molti paesi del Medio Oriente. Il mercato, si avvantaggia anche della vendita tramite appositi annunci nel Deep Web, ovvero il web sommerso (strumento che i jihadisti sanno ben utilizzare ai fini del reclutamento e per dare indicazioni a potenziali lupi solitari in occidente) che permette loro di potersi rivolgere ad un vasto pubblico di acquirenti senza che questi ultimi debbano esporsi al rischio di essere individuati. Tutto ciò permette allo Stato Islamico di non dipendere necessariamente da aiuti da parte di altri paesi, anche se flussi di denaro provenienti da facoltosi sunniti, oltre che da raccolte di vario genere, vengono costantemente monitorati.

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