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L’attacco a Parigi e l’irrazionale sentimento di morte che aleggia tra i giovani

di Bernardo Piciché

Il conflitto esiste, tuttavia, non è uno scontro di civiltà irreconciliabilmente contrapposte, perché l’Islam appartiene all’occidente, nelle sue radici teologico-filosofiche. Il caso di Parigi sembra presenti altri risvolti. I giovani che sparano nelle università americane, o persino in Scandinavia, non lo fanno né per ragioni religiose né politiche. Rapsodicamente, anche essi si ammantano di pseudo-ideologie, ma il più delle volte si tratta di eruzione di gioia sanguinaria 

Mala tempora currunt. Correvano tempi difficili quando Cicerone iniziava questa sua famosa arringa, più di duemila anni. Ammoniva il senato contro una gioventù facinorosa allettata da miraggi e facile preda di capi –a suo dire- senza scrupoli, accecati dalla brama di potere. Corrono tempi difficili anche ora, e non solo a Parigi. La storia umana sembra non possa rappresentarsi che come attimi di pausa tra un dolore e l’altro. Nelle crisi ci sono sempre dei vinti.  Fino a September 11, però, ai vinti si contrapponevano dei vincitori. Dove sono ora i vincitori? A New York, come a Parigi, e ovunque il sangue scorre per attentati suicidi, assistiamo alla morte dei vincitori. Si definisce “una vittoria di Pirro”, dall’episodio della storia di Roma, una vittoria i cui costi umani e materiali sono talmente elevati, da nullificare i vantaggi della vittoria. 

Questa dei suicidi-omicidi appare piuttosto una tragedia nel vero senso greco del termine: inizia bene e finisce con la morte di tutti.  La folla felice che voleva passare dei bei momenti, da un lato, e dei giovani esaltati dalla folle euforia dello sposalizio con la morte, dall’altro. 

La morte inflitta a un nemico, vero o presunto, fa parte del gioco crudele di quella serie di eventi che chiamiamo la Storia. Ma cosa spinge questi giovani a optare per il suicidio? La religione? Se è religione, si tratta di un culto tutto loro. Questi giovani non sanno dell’Islam più di quanto i crociati e i corsari sapessero di Cristianesimo. L’Islam non è furia omicida. La jihad, nel suo significato più proprio, è una lotta spirituale con se stessi, con il demone tentatore in ognuno di noi. Propriamente interpretata, essa è affine agli esercizi spirituali di Sant’Ignazio, nel suo fine ultimo di fortificare la volontà. Non a caso il fondatore dei Gesuiti era un iberico, la cultura europea più intessuta di substrato arabo. 

Dobbiamo allora pensare a una ragione politica? Una propaggine di questo presunto (e falso) “clash of civilization” che sembra identificare nel conflitto israelo-palestinese il suo baricentro ideologico? Il conflitto esiste, certo, purtroppo confermato dai fatti parigini. Tuttavia, non è uno scontro di civiltà irreconciliabilmente contrapposte, perché l’Islam appartiene all’occidente, nelle sue radici teologico-filosofiche. I suoi referenti sono i personaggi biblici, Cristo, la Madonna, oltre al Profeta. La sua etica deve molto al mondo greco-romano.  

Politicamente queste vicende creano caos. La Storia con la ‘s’ maiuscola insegna che qualcuno si avvantaggia sempre dalla destabilizzazione. Nei cosiddetti “Anni di piombo” si parlava di strategia della tensione. Chi si avvantaggia dal seminare paura, fomentare discordia, rabbia, e sentimenti anti-islamici?  Certo non questi giovani suicidi. Certo non i musulmani nel mondo, che si vedono accomunati a menti accecate da chimere. Dobbiamo sempre domandarci, come facevano i Romani: cui prodest? Chi trae giovamento da questi eventi?  In passato, ormai è certo, menti giovanili, facilmente influenzabili, furono usate come agenti provocatori.  Può darsi che vi sia questa componente. Ma credo che sia insufficiente a spiegare il fenomeno dei suicidi-omicidi. 

Il caso di Parigi mi sembra presenti altri risvolti. I giovani che sparano nelle università americane, o persino in Scandinavia, non lo fanno né per ragioni religiose né politiche. Rapsodicamente, anche essi si ammantano di pseudo-ideologie, ma il più delle volte appare chiaro che si tratta di eruzione di gioia sanguinaria. Temo che questa sia la molla che ha spinto gli assassini di Parigi: la manifestazione di un malessere esistenziale che culmina nella stanchezza di vivere e nel vagheggiamento della “bella morte”. Una cupio dissolvi, come dicevano ancora i Romani (segno che questi sono fenomeni antichi). In passato, tali urgenze venivano detonate col lanciare la furia giovanile nelle guerre tradizionali. Adesso il malessere, giustificato o meno, di alcuni (di solito i più deboli mentalmente, o i più disperati, o i più esaltati) non ha modo di dissiparsi in una guerra, e implode così, all’interno della propria società.  

Non è la prima volta che questo sentimento irrazionale di morte aleggia tra menti giovani. Che dire dell’ebbrezza con cui partivano alcuni per “il caldo bagno di sangue”? E proprio a Parigi, alla fine del secolo 19mo, dei giovani, presi dal morbo della ribellione, attaccavano e uccidevano. Li chiamavano  “Apaches”. In Italia, i militanti delle Brigate Rosse, alla resa dei conti, si dimostrarono delle menti mediocri e insoddisfatte, inconsciamente (o consciamente) portate a colmare il loro vuoto, con una effimera abbrezza di gloria. Un fallace modo di sentirsi vivi, come la droga, la sfrenatezza sessuale, l’accumulo avido di ricchezze smodate. 

Guardando le scene di Parigi, pensavo a un film di Antonioni, in cui si narra di giovani che in UK, Francia, e Italia, commettono crimini, senza alcuna ragione apparente, alla fine degli anni ’50. Sono episodi ispirati alla cronaca nera del tempo. Sintomaticamente il regista titola il film I Vinti. Pensavo anche al capolavoro La Battaglia di Algeri di Gillo Pontercorvo. In questo film, la medesima colonna sonora, sacrale, accompagnava le scene dei morti delle due parti. Allora, però, le morti avvenivano in ritmi alternati. Adesso, invece, la morte è un evento simultaneo, emulo di un “muoia Sansone con tutti i Filistei!”

Che risposta dare, in termini politici a questi eventi? Nel lungo tempo certo molte cose si possono fare, a iniziare da una sana cooperazione economica con i paesi in via di sviluppo.  Ma che si deve fare ora, nel breve tempo? Che risposta opporre?  Se mia nipote francese che vive a Parigi fosse morta, al mio dolore si sarebbe unito un desiderio di vendetta. Sarebbe stato il trionfo della componente passionale. Si può accettare un’analoga reazione violenta da parte dello stato? Lo stato deve essere per definizione un ente guidato dall’intelletto. Ho paura di reazioni a catena. D’altra parte qualcosa va fatto. Si può compatire un giovane che sceglie la morte. Ma si deve compatire ancora di più la sue vittima. Come agire in maniera saggia per impedire queste tragedie, senza ridursi a uno stato poliziesco, sarà il dilemma socio- politico dei prossimi anni.  

 


Bernardo* Bernardo Piciché, JD, PhD. Associate Professor at School of World Studies, Virginia Commonwealth University

 

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