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Violenze in Burundi, si teme il peggio. L’ONU interviene

Le violenze in Burundi, iniziate ad aprile, sono riesplose nelle ultime settimane provocando la morte di decine di persone; di fronte a un movimento che potrebbe trasformarsi in ribellione armata, il regime minaccia un massacro collettivo. L'ONU interviene e chiede al Governo di ripristinare con urgenza pace e sicurezza e respingere la violenza

In questi giorni in Burundi, piccolo paese africano di dieci milioni di abitanti, stanno accadendo cose che ricordano uno dei momenti peggiori della storia di questa regione, ovvero il genocidio dei Tutsi nel vicino Ruanda, quando, nel 1994, 800.000 tra Tutsi e Hutu moderati furono barbaramente uccisi in poche settimane. Sono discorsi che rasentano l’appello al massacro, in una situazione già molto instabile. Il paese infatti potrebbe presto ripiombare nell’incubo della guerra civile della fine degli anni Novanta, da cui era uscito grazie anche alla mediazione di Nelson Mandela.

L'equilibrio raggiunto in passato è minacciato oggi dal regime di Nkurunziza. Le violenze in Burundi sono infatti iniziate nel mese di aprile, in seguito alla decisione del presidente uscente Pierre Nkurunziza di candidarsi per un terzo mandato presidenziale, ma sono riesplose nuovamente nelle ultime settimane provocando la morte di più di 240 persone e la fuga di altre 280.000, situazione talmente drammatica da indurre lo stesso capo dello stato a lanciare un ultimatum ai suoi oppositori in cambio di un’amnistia.

Davanti a un movimento che potrebbe trasformarsi in ribellione armata, il regime ha deciso di alzare i toni. La minaccia, formulata con chiarezza, è quella di un massacro collettivo. Il Presidente del Senato Révérien Ndikuriyo ha parlato di “polverizzare” i quartieri ribelli, mentre il Ministro della pubblica sicurezza, Alain-Guillaume Bunyoni, ha ricordato ai Tutsi la loro condizione minoritaria aggiungendo che, se le forze dell’ordine falliranno, ci saranno comunque nove milioni di cittadini a cui basta dire: “fate qualcosa”. In questo clima così già di per sè rovente, il regime gioca con il fuoco utilizzando una retorica criminale. Il rischio è quello di scatenare una caccia all’uomo, etnica e politica.

Anche il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, ha espresso a tal proposito grande preoccupazione. L’ONU chiede al Governo di ripristinare con urgenza pace e sicurezza a Bujumbura, dopo i recenti disordini civili. In Burundi i membri delle Nazioni Unite parlano della situazione politica degenerata in violenza e i Ministri degli Affari Esteri dei paesi membri hanno discusso, in un meeting generale sulla leadership governativa, le ragioni dell’opposizione verso il Governo, oltre che delle politiche comuni ONU per evitare una ribellione che generi migliaia di morti negli scontri di piazza. I Paesi sono così chiamati alla riunione ONU che serve per sensibilizzare a livello mondiale sulla condizione della popolazione e soprattutto per cercare di risolvere il conflitto attraverso una soluzione pacifica, in quanto il Burundi gioca un ruolo fondamentale per l’attuazione delle politiche di rinnovamento e sviluppo dell’Africa. La possibilità di far entrare nella risoluzione l’Unione Africana sembra essere il primo passo verso una soluzione del conflitto in tempi brevi.

Intanto l’Unione Europea ritira una parte del personale diplomatico dal Burundi, decisione presa da Bruxelles alla luce delle crescenti tensioni nel paese, e il Ministero degli Esteri del Belgio invita i concittadini a rientrare. Inoltre, cinque grandi associazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, hanno firmato un documento in cui dichiarano che “la diplomazia preventiva dovrebbe essere più di uno slogan alle Nazioni Unite”.

Il Sottosegretario Generale ONU per gli affari politici, Jeffrey Feltman, ha dipinto un quadro cupo della situazione a Bujumbura: “I residenti traumatizzati – ha osservato – scoprono spesso corpi mutilati, vittime di esecuzioni”.

Anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra'ad Al Hussein, ha espresso profonda preoccupazione: “Ci sono stati centinaia di casi di arresti e detenzioni arbitrarie solo nel mese scorso che interessano membri dell'opposizione, giornalisti, difensori dei diritti umani e le loro famiglie, persone che frequentano i funerali di coloro che sono stati uccisi e gli abitanti di quartieri percepiti essere di supporto dell'opposizione”.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è così riunito a New York il 12 novembre per discutere dell’attuale situazione di crisi. Attraverso l'adozione unanime della Risoluzione 2248 (2015), il Consiglio ha invitato il governo e tutte le parti a respingere la violenza, a “rispettare, proteggere e garantire” tutti i diritti umani e le libertà fondamentali, a rispettare lo Stato di diritto e a cooperare pienamente con l'Ufficio dell'Alto Commissario per i Diritti Umani.


I 10 punti fondamentali della Risoluzione 2248 adottata dal Consiglio di Sicurezza ONU:

1. Invita il Governo del Burundi e tutte le parti a rifiutare ogni tipo di violenza e chiede di astenersi da qualsiasi azione che potrebbe minacciare la pace e la stabilità nel paese;

2. Invita il Governo del Burundi a rispettare, proteggere e garantire tutti i diritti umani e le libertà fondamentali per tutti, in linea con gli obblighi internazionali del paese, di aderire allo stato di diritto, di impegnarsi in una responsabilità trasparente per gli atti di violenza e di cooperare pienamente con l'Ufficio dell'Alto Commissario nell'adempimento del suo mandato;

3. Esorta il Governo del Burundi di cooperare con l'EAC-led; l'Unione Africana ha approvato la mediazione per consentirgli di convocare immediatamente un dialogo inter-Burundi inclusivo e autentico che coinvolga tutte le parti interessate, sia quelle che sono in Burundi che quelle al di fuori del paese, per trovare una soluzione consensuale a livello nazionale per la crisi attuale;

4. Esprime il suo pieno sostegno agli sforzi di mediazione guidati dal presidente Yoweri Museveni dell'Uganda, a nome della Comunità dell'Africa orientale (EAC) e omologati dall'Unione Africana, e sottolinea l'importanza di uno stretto coordinamento tra la regione e i pertinenti facilitatori internazionali;

5. Accoglie con favore la decisione del Segretario Generale di nominare un consulente speciale per la prevenzione dei conflitti anche in Burundi, per lavorare con il Governo del Burundi e le altre parti interessate, così come i partner internazionali sub-regionali, regionali ed altri, a sostegno di un dialogo inter-Burundi e risoluzione pacifica dei conflitti e nel sostegno degli sforzi nazionali per costruire e sostenere la pace;

6. Esprime la sua intenzione di prendere in considerazione misure supplementari contro tutti gli attivisti del Burundi le cui azioni e dichiarazioni contribuiscano alla perpetuazione della violenza e ad ostacolare la ricerca di una soluzione pacifica;

7. Sottolinea l'importanza per il Segretario Generale di seguire da vicino la situazione in Burundi e lo esorta a schierare una squadra in loco per coordinare e lavorare con il Governo del Burundi, l'Unione Africana e gli altri partner per valutare la situazione e sviluppare opzioni per affrontare le preoccupazioni politiche e di sicurezza;

8. Chiede al Segretario Generale di aggiornare la seduta del Consiglio di Sicurezza entro 15 giorni, anche attraverso la presentazione di opzioni sulla presenza futura delle Nazioni Unite in Burundi, e poi regolarmente sulla situazione in Burundi, in particolare in materia di sicurezza e di violazioni e abusi dei diritti umani, oltre che dell'incitamento alla violenza o all'odio contro diversi gruppi della società burundese;

9. Afferma l'importanza di piani di emergenza attuati dalle Nazioni Unite dall'Unione Africana per consentire alla comunità internazionale di far fronte a un ulteriore deterioramento della situazione;

10. Decide di continuare a occuparsi attivamente della questione.

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