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Dopo l’attacco a Parigi: Politica, emozioni e manipolazioni liberiste

Che in Italia non si pianga allo stesso modo per i morti in Siria o in Nigeria e quelli di Parigi è non solo ovvio ma naturale. A livello emotivo ciascuno ama il prossimo suo come sé stesso ma solo il prossimo: chi è lontano e diverso si lasciato in pace, anche in senso letterale. A livello politico si deve impedire che il neocapitalismo liberista continui a depredare il mondo per poi scaricare sui popoli depredati la responsabilità delle inevitabili reazioni

A me pare che ci sia in giro molta confusione. In particolare una preoccupante incapacità di distinguere reazioni emotive e azione politica. O forse la deliberata volontà di confonderle. 

Che non si pianga allo stesso modo per i morti in Siria o in Nigeria e quelli di Parigi è non solo ovvio ma naturale, direi giusto. Tanti italiani sono stati a Parigi o ci andrebbero ad abitare, pochi in Siria o in Nigeria. Se gli attacchi fossero avvenuti in Italia, mettiamo a Torino, gli italiani avrebbero ovviamente reagito con più partecipazione, e i torinesi di più ancora. Naturale. Naturale che si pianga Valeria Solesin più di Luis Felipe Zschoche Valle, cileno, abbattuto a qualche metro da lei al Bataclan.

Assurdo in effetti è che ci si faccia convincere dalla televisione (i giornali sono molto meno efficaci) a commuoverci per tragedie così remote da essere inverificabili e spesso incomprensibili, spingendoci a liberare un'empatia interamente fondata, piuttosto che su un'esperienza concreta, su informazioni virtuali. Di solito scatta quando un filmato o un’immagine vengono proposti decine di volte: allora diventano, per così dire, reali. Ma non lo sono. Poco fa su internet ho visto foto di bambini mediorientali insanguinati, probabilmente morti: davvero la foto è stata fatta a Raqqa nelle ultime ore? Davvero per effetto delle bombe francesi? Ci sono stati in passato bombardamenti americani, russi, dell'aviazione di Assad. E perché commuoversi per loro e non per i bambini dell'aereo russo precipitato nel Sinai? Perché non per i bambini che ogni giorno muoiono, di stenti o malattia in Africa? O in Honduras per la continua violenza? Perché non per i bambini falciati in Europa e anche in Italia da coglioni che corrono sulle loro SUV o BMW per sentirsi vincenti? Semplicemente perché non possiamo farci carico del dolore del mondo: sette miliardi di abitanti sono troppi. 

Ma anche se fosse possibile soffrire per ciascuno di loro, sarebbe estremamente pericoloso. Perché è un segno di arroganza e di etnocentrismo attribuire a sé stessi la capacità di capire tutti gli altri, invece di limitarsi ad accettare che siano come gli pare, degni di rispetto ma diversi al punto da non meritare la nostra invadente simpatia. A livello emotivo penso che ciascuno debba amare il prossimo suo come sé stesso ma solo il prossimo: chi è lontano e diverso sia ignorato. Lasciato in pace, anche in senso letterale.

Questo a livello emotivo. Che la gente abbia paura degli stranieri e si rifugi nella xenofobia (che è cosa ben diversa dal razzismo e chi confonde le due cose sta alimentando il razzismo) è emotivamente comprensibile. La soluzione non può dunque essere emotiva: deve essere politica. 

A livello politico si deve lavorare per impedire che il neocapitalismo continui a depredare il mondo e in particolare i paesi più deboli e poveri per poi scaricare sui popoli depredati la responsabilità delle inevitabili reazioni di chi proprio non ce la fa più ed esplode in inconsulti atti di terrorismo. Gli Stati Uniti devono andarsene dal Medio Oriente e così la Francia e la Gran Bretagna; e l'Italia ancor prima di loro, malgrado le manie di grandezza di Renzi e del suo ministro degli esteri. Non parlo solo degli eserciti occidentali: parlo anche degli imprenditori, delle corporation, di esperti e ingegneri, dei turisti e degli studiosi, dei medici. Tanto ogni programma di aiuto o assistenza si è sempre rivelato una scusa per iniziare una penetrazione commerciale. 

In cambio non c'è motivo di accettare indiscriminatamente tutti gli immigrati o di rinunciare ai controlli alle frontiere in ossequio al comandamento globalista della libera circolazione dei capitali, dei prodotti e dei lavoratori. Solo i migranti che possono essere integrati senza restare disoccupati o precari e senza creare disoccupazione o precariato dovrebbero essere accolti, e solo quelli che vogliono integrarsi. Cosa c’è di sbagliato o di poco progressista in una simile aspirazione?

In altre parole propongo che si usino le reazioni emotive della gente per far avanzare una politica anti-imperialista e anti-liberista. Propongo che la si smetta di lasciare alla destra il monopolio della xenofobia e dell’ansia creata dal terrorismo. Senza tradire il fondamentale principio della sinistra, l’eguaglianza economica, ma rinunciando alla globalizzazione. La gente vuole sicurezza? Ha ragione e bisogna dargliela, prima che ci pensino Marine Le Pen e Salvini. O prima che i liberisti rendano il terrorismo una cosa ordinaria, indegna di attenzione mediatica, come le stragi nelle scuole americane.

 

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