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Il Presepe che offende la Francia: ovvero il pensiero laico capito dai cretini

Nella stessa Francia ferita dal fanatismo religioso, pronto e complementare si riaffaccia il fanatismo laico. Ci si dovrebbe interrogare sulla statura culturale e morale di chi presenta un importante simbolo religioso come una malattia o un obiettivo militare. E trarne le debite conseguenze sulla relazione, sempre più chiara e inquietante, tra fanatismo religioso e fanatismo laico, sul profondo e perennemente inappagato legame fra violenza sadica e violenza masochistica

L’eco degli spari, per Charlie Hebdoo, è durata tre giorni, per Le Bataclan, una settimana; ma è già cominciata la dissolvenza. E può darsi sia anche un bene rifiatare, riuscire a svincolarsi dal tambureggiamento un pò retorico che sempre si accompagna ad un’emozione collettiva. Un certo acquietamento, dopo il clamore e lo sgomento, potrebbe ricreare una misura interiore verso l’enormità dell’accaduto.

Ma l’impressione è un’altra. L’impressione è di un rompete le righe prima ancora che si siano costituite. Non che stiano mancando investigazioni, attività di polizia e di intelligence: Parigi e la Francia subito, ma anche Bruxelles, ora Berlino. Ma la tendenza è tutta al troncare, al sopire, osserverebbe, severo, Manzoni. Non difesa, ma negazione.

Consideriamo un episodio che, nel contesto dato, potrebbe apparire minore, e invece esemplifica compiutamente questo spirito di negazione. Proprio in Francia, l’Associazione nazionale dei comuni, ha diffuso un manuale di “bonne conduite laique” che, fra le altre cose, stabilisce: “la presenza dei Presepi di Natale nelle sale dei municipi è incompatibile con la laicità”, giacchè la vita pubblica deve essere ordinata intono al principio della “neutralité républicaine”.

Ecco, neutralità, è la parola, l’idea-chiave. Non moltiplicazione, di possibilità, di esperienze, di espressioni, ma sottrazione, riduzione. Neutralizzare si dice di un obiettivo militare che va radicalmente soppresso; di una malattia che va auspicabilmente debellata. Si aggiunge, in quell’elezeviro della stupidità, che il Presepe va proibito “per non offendere le altre religioni”.

Se si potesse risolvere tutto con un bon mot, si potrebbe rispondere che se ci sono religioni isteriche, non c’è motivo di assecondarne lo squilibrio. Ma sarebbe un volere semplificare quello che semplice non è. 

Semmai ci si dovrebbe interrogare sulla statura culturale e morale di chi presenta un importante simbolo religioso come una malattia o un obiettivo militare. E trarne le debite conseguenze sulla relazione, sempre più chiara e inquietante, tra fanatismo religioso e fanatismo laico, sul profondo e perennemente inappagato legame fra violenza sadica e violenza masochistica.

Laicità: proprio dove Francois-Marie Arouet, fuori anagrafe: Voltaire, spiegava, alla voce “Tolleranza” del Dizionario Filosofico, che bisognava moltiplicarle le religioni, non ridurle; con la consueta lepidezza didascalica: “…se in uno stato ci sono due religioni, faranno a scannarsi, se ce ne sono trenta, vivranno in pace”. E come pensano, questi analfabeti, di agire laicamente, se già un solo simbolo, di una sola religione, suscita offesa? 

Voltaire mise in luce proprio la radice di questo morbo riduzionistico, smascherando quello che si cela dietro ogni richiesta di proibire; riferendosi ai Cristiani dei primordi, e alla loro vocazione “espansionistica”, rilevava che “gli Ebrei non volevano che la statua di Giove fosse a Gerusalemme; ma i Cristiani non volevano che stesse neppure in Campidoglio”. E’ il “non volere che” il problema, dice Voltaire. Se si comincia a “non volere che”, state pur tranquilli che dietro c’è una volontà di dominio; e concludeva osservando che San Tommaso lealmente riconosceva: “se i cristiani non detronizzarono gli imperatori, fu perchè non lo poterono fare”.

Perciò, ammesso che questi sedicenti cultori della laicità sappiano quello che dicono, delle due l’una: o, com’è probabile, per rozzezza culturale, volendole sostenere, hanno invece posto in pessima luce le “altre religioni” nella loro interezza (ma è ovvio che il riferimento corre essenzialmente ai musulmani): quando avrebbero dovuto porre una questione limitata, parziale; ma, a quel punto, avrebbero dovuto ammettere che si trattava di una sensibilità fanatizzata e, pertanto, non solo da non assecondare, ma da esporre alla pubblica riprovazione. O, come a volte capita agli ipocriti, hanno tradito quello che, per opportunismo, superficialità o ambizione personale, volevano sottacere; e cioè che chi vuole proibire, vuole dominare. 

Ora, è possibile che si tratti di un’iniziativa destinata a ridimensionarsi: sebbene, proprio in Francia, ma non solo, certa “tolleranza negativa”, negli ultimi anni, abbia avuto modo di appuntarsi, com’è noto, su ogni sorta di fondamento naturale o culturale. Tuttavia, per evitare che l’unica alternativa alla caccia al musulmano diventi la caccia al cristiano, occorrerà, in nome della laicità, e non di una sua caricatura, proprio guardarsi dal presentare “le altre religioni” come vogliose unicamente di proibire, di sottrarre, di negare.

Che è l’unica via certa, storicamente sperimentata, per avviarsi ad un incubo universale di dolore e di morte. 

  

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