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COP 21 al via: cosa aspettarsi dalla conferenza sul clima di Parigi

Il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon a Parigi alla vigilia della conferenza sul clima, chiamata COP 21 (Foto ONU/Rick Bajornas)

Il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon a Parigi alla vigilia della conferenza sul clima, chiamata COP 21 (Foto ONU/Rick Bajornas)

Al via la conferenza ONU di Parigi sul Clima con i leader da tutto il mondo. Si cercherà di trovare un accordo a 17 anni da Kyoto, e quest'anno potrebbe essere più facile che in passato, vista anche la disponibilità inedita di Cina e USA. Lo scontro maggiore sembra quindi spostarsi sul finanziamento ai paesi di tarda industrializzazione e sulle misure da adottare per contere le emissioni senza incidere troppo sulla produzione industriale dei paesi industrializzati

Si apre il 30 novembre la COP 21 di Parigi, conferenza che ospita i rappresentanti di 195 paesi, cercando di porre le basi per un nuovo accordo vincolante sulla riduzione delle emissioni inquinanti, con l'obiettivo di bloccare l’aumento della temperatura globale (il cosiddetto global warming).

I precedenti meeting sul clima si sono rivelati in buona parte fallimentari per motivi diversi, con qualche passo avanti a Cancun nel 2010, quando, per rimediare al fallimento di Copenaghen 2009, si adottò un testo con impegni specifici per ogni paese nell’ambito della riduzione delle emissioni, comunque spesso non rispettati dai paesi vincolati. L’ultimo meeting capace di generare un trattato vincolante e funzionale è quindi di fatto quello di Kyoto 1998, dove venne adottato il famoso trattato. Ma dopo 17 anni, il trattato è scaduto e l’impegno che molti paesi hanno posto nel rispettarne le norme è stato reso vano dal fatto che alcuni dei paesi maggiormente responsabili per l’inquinamento globale non hanno di fatto seguito gli standard del trattato (vale per la Cina e per l’India, che non hanno accettato vincoli sulla produzione di gas serra, ma anche per la Russia, la cui ratifica del trattato nel 2004 è stata considerata per certi versi non incisiva, oltre che ovviamente per gli Stati Uniti che si sono sempre rifiutati di firmare il trattato).cop 21

Da allora il principale obiettivo delle conferenze internazionali è stato quello di coinvolgere i paesi che inquinano maggiormente, per garantire che le prossime misure possano essere sufficientemente incisive. Quest’anno la situazione potrebbe essere più semplice degli anni passati, i leader dei due maggiori inquinatori mondiali, Cina e USA, sembrano più propensi degli anni passati a trovare un accordo con gli altri paesi, dopo che nel novembre 2014 hanno firmato un accordo congiunto per la riduzione dei gas inquinanti. Obama inoltre ha reso la lotta al riscaldamento globale una priorità, sebbene sia stato ostacolato più volte dal Congresso nell’adozione di misure incisive al riguardo. Certamente è utopistico ritenere che i due paesi accetteranno in toto le proposte avanzate dai delegati europei, che, nello stesso periodo del 2014, avevano firmato un accordo per ridurre, entro il 2030, le emissioni di gas inquinanti del 40% rispetto ai dati del 1990.

L’ottimismo comunque rimane, e chi ha preso parte alla fase negoziale pre-conferenza, come Janos Pasztor, assistant secretary-general delle Nazioni Unite sulle tematiche del riscaldamento globale, si dice sicuro della possibilità di trovare un accordo soddisfacente per le esigenze di tutti gli attori in campo. Pasztor centra poi un altro dei temi focali dell’incontro: la divisione netta tra paesi industrializzati, che premono per un trattato con regole uniche e vincolanti per tutti, e paesi in via di sviluppo, che chiedono un trattato più flessibile, che tenga conto del loro bisogno di industrializzarsi e delle conseguenze ambientali che ciò comporta.  Gli esiti di questo “scontro” in atto sono ancora incerti e bisognerà probabilmente aspettare la fine della conferenza per scoprire quale linea prevarrà, ma è chiaro fin da subito che mediare tra le esigenze delle due fazioni sarà uno dei compiti più ardui dell’intera conferenza.  In particolare, il meccanismo del Protocollo di Kyoto che prevedeva, per i paesi in via di industrializzazione, l’esenzione da ogni forma di riduzione delle emissioni, viene oggi contestato dalla maggioranza dei paesi industrializzati, alla luce del fatto che i paesi in via di sviluppo siano oggi responsabili dell’emissione del 40% dei gas inquinanti al livello globale.

Al livello più tecnico, invece, non si sa ancora se il meccanismo dei permessi negoziabili di emissione sarà abolito o, più probabile, modificato in qualche modo, anche se un fallimento delle trattative potrebbe portare ad un suo mantenimento. Di certo, se ciò accadesse, ci si dovrebbe comunque aspettare una drastica riduzione del numero di permessi scambiabili sul mercato, senza la quale l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto di 2 gradi sarebbe irraggiungibile. Il sistema dei permessi scambiabili alla base di Kyoto sembra però essere ormai troppo antiquato per funzionare, dopo che negli ultimi anni si sono susseguite diverse critiche, sia su basi ideologiche (trattare l’inquinamento come un qualsiasi bene scambiabile è considerato dagli ambientalisti una scelta non etica) sia su basi economiche (una compagnia si troverebbe motivata ad acquistare un numero maggiore di permessi, e quindi ad inquinare di più, ogni volta che i margini di ricavo di una qualsiasi produzione dovessero superare il costo dei permessi necessari per la stessa produzione).

L’ultimo grande tema sul piatto, sempre di natura economica, è quello del finanziamento ai paesi non sviluppati che subiscono le cause dell’inquinamento globale (desertificazione, inquinamento delle coste e delle falde acquifere…). I precedenti negoziati avevano stabilito lo stanziamento di circa 100 miliardi di dollari l’anno da ripartire tra i paesi che necessitavano maggiori interventi e quelli che invece volevano investire in un processo di industrializzazione più eco-friendly, tuttavia la somma, giudicata insufficiente da diverse ONG, potrebbe non aumentare in tempi brevi, vista la difficile situazione economica di molti paesi e la riluttanza di alcuni leader a concedere finanziamenti esteri. Di recente sulla questione si era anche espresso il governatore della Bank of England, Mark Carney, che, davanti ad alcuni banchieri, aveva dichiarato la necessità di finanziamenti privati per quei paesi non sviluppati che si stanno impegnando nella lotta al riscaldamento globale

Un incoraggiamento a tutti i paesi partecipanti è arrivato dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, che alla vigilia del vertice, ha lanciato un messaggio affinché tutti i paesi coinvolti riconoscano l’importanza della tematica e siano disposti ad impegnarsi concretamente nella stesura di un trattato e nel rispetto dello stesso. Il segretario ha affermato che l’altissimo numero di Paesi coinvolti sia il segnale di una generale presa di coscienza nei riguardi delle tematiche ambientali, ed ha ricordato che già con l’agenda 2030 le Nazioni Unite hanno previsto interventi che mirino a ridurre il riscaldamento globale, in un’ottica di cooperazione ed assistenza dei paesi più colpiti.

Spetta adesso ai capi di Stato e di governo riuscire ad accordarsi efficacemente per evitare che il meeting si risolva nell’ennesima presa di posizione generica e non dettagliata o, ancora peggio, in un trattato che non sia efficace ed incisivo fin da subito, perché, come già affermato da più parti, la mancanza di interventi in tempi brevi potrebbe portare la situazione a livelli critici, dopo che il 2015 è stato dichiarato l’anno più caldo mai registrato, “anche per colpa delle emissioni di gas serra”.  

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