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Deregulation e terrorismo, ovvero il caos programmato liberista

Oggi le multinazionali preferiscono la deregulation, ossia l’illegalità e il disordine programmatici, per favorire la dissoluzione dell’etica e delle culture e il ritorno alla legge della giungla, che premia sempre il più ricco e il più forte. Per quale ragione credete che scatenino guerre inutili? Per generare terrorismo e migrazioni di massa, ossia per creare le condizioni ideali per condurre l’attacco finale alle organizzazioni della solidarietà sociale

Era quasi un secolo che il New York Times non pubblicava un editoriale in prima pagina: l’ha fatto sabato (“L’epidemia delle armi”) per invitare la gente sensata (“all decent people”) a ribellarsi al ricatto della paura e del denaro dei mercanti di armi. Giustamente l’articolo faceva notare che i massacri indiscriminati sono tutti atti di terrorismo, anche quando a perpetrarli fossero imbecilli locali piuttosto che jihadisti, in quanto provocano panico e reazioni irrazionali. E chiudeva con un invito a dimostrare che gli Stati Uniti hanno conservato una qualche dignità (“its sense of decency”): anche se ancora non ci sono le condizioni culturali per abrogare il secondo emendamento, quello del diritto di possedere armi (approvato nel 1791, quando il paese aveva quattro milioni di abitanti e non 320 milioni e pistole e fucili sparavano un colpo solo prima di dover essere ricaricati), si dovrebbe riuscire a proibire mitra e armi da guerra esplicitamente costruite non per difendersi ma per uccidere con brutalità e efficienza. L’AR-15 usato da due stronzi a San Bernardino per ammazzare 14 persone può sparare 800 colpi al minuto (con una piccola modifica, illegale ma semplice: e se uno vuole fare una strage e poi accettare il martirio, cosa volete che gliene importi di avere un’arma illegale?); se andate su Google e scrivete “ar15 speed shooting” compaiono decine di video di squilibrati travestiti da cowboy o da marine che si sentono molto uomini facendo vedere come sono veloci. 

Qualche elementare limitazione e controllo è ciò che due giorni prima anche Obama aveva chiesto al Congresso. Per tutta risposta il Congresso, controllato dai repubblicani, non solo ha bocciato la proposta ma ha fatto passare una legge che abolisce la riforma sanitaria di Obama. Obama porrà il veto però non fa differenza: ciò che importa al partito dei miliardari è precisamente frantumare la società e alimentare la violenza, l’insicurezza, la sfiducia nello Stato. 

È questo che l’editorialista del New York Times, i democratici e in generale i moderati di ogni paese ancora non sembrano aver capito: che la strategia dei poteri forti dell’economia e della finanza non punta più all’ordine sociale e alla ricerca del consenso, come ai tempi della guerra fredda. Oggi le multinazionali preferiscono la deregulation, ossia l’illegalità e il disordine programmatici, tanto il consenso se lo comprano con i media e la pubblicità. Con ogni mezzo dunque favoriscono la dissoluzione dell’etica e delle culture e il ritorno alla legge della giungla, che premia sempre il più ricco, il più forte e il più stronzo. Per quale ragione credete che scatenino guerre inutili? Per generare terrorismo e migrazioni di massa, ossia per creare le condizioni ideali per condurre l’attacco finale alle organizzazioni dei lavoratori, alle istituzioni e in generale alla solidarietà sociale. In questo senso anche il conflitto novecentesco contro il comunismo non fu che un capitolo del loro assalto di lunga durata contro le comunità. La globalizzazione non è insomma un mezzo del neocapitalismo: la globalizzazione è il neocapitalismo.

Peccato che la sinistra non se ne sia accorta. Con la consunta scusa della delusione storica provocata venticinque anni fa dalla caduta dell’Unione Sovietica e ancor prima dal fallimento delle velleità sessantottesche di rivolta, per decenni si è rifiutata di fare politica e populismo, aggrappandosi invece ai miti autorizzati, anzi sponsorizzati, dal liberismo: l’antifascismo (indirizzato esclusivamente a un fascismo che non c’è più perché in dissintonia con gli interessi della finanza globalizzata), il terzomondismo e il multiculturalismo (che poi non sono altro che imperialismo consumista), il buonismo (cioè la rassegnazione, un tempo predicata dalla Chiesa, nei confronti della corruzione e dei soprusi, perché il regno dei cieli sarà di chi è mite), l’individualismo (ossia la strenua difesa delle libertà individuali e di nicchia a scapito di quelle collettive). 

Lussi che non possiamo più permetterci, così come non possiamo più permetterci una sinistra perennemente sulla difensiva, priva di un programma, di idee, di coraggio, di una base. Lo aveva ben capito Machiavelli: “Non si debba mai lasciar seguire un disordine per fuggire una guerra, perché ella non si fugge ma si differisce a tuo disvantaggio”. Ancor peggio quando si fugge e differisce la lotta politica. Le conseguenze dell’inazione saranno atroci: immani catastrofi ambientali, oscena ineguaglianza e povertà, terrore, egoismo sfrenato. Il tempo dei compromessi e del dialogo è finito e così quello delle anime belle, dei rivoluzionari con iPhone, sempre pronti a offrire l’altra guancia e a citare Gandhi in tweet postati da un salotto di via Montenapoleone o da una villa di Capalbio. 

A meno che ovviamente non siate convinti che le vecchie tattiche e strategie dell’antifascismo, del multiculturalismo e dell’individualismo stiano funzionando: in quel caso, andate avanti e auguri. Altrimenti bisogna prendere atto che servono nuove tattiche, nuove strategie, una nuova retorica, più coerenti con le due fondamentali e uniche ragioni di esistenza della sinistra: l’eguaglianza economica e la difesa dei beni comuni. 

Al resto, a tutto il resto, si penserà dopo. Se no a raccogliere il grido di disperazione della gente saranno gli integralismi religiosi, la criminalità organizzata e una nuova destra sociale, razzista e corrotta ma capace di farsi capire.

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