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Corea del Nord: all’ONU il racconto dei sopravvissuti ai campi degli orrrori

Grace Jo e Jung Gwang Il, rifugiati nordcoreani, con l'ambasciatrice USA Samantha Power durante la riunione del Consiglio di sicurezza (foto da twitter @AmbassadorPower)

Grace Jo e Jung Gwang Il, rifugiati nordcoreani, con l'ambasciatrice USA Samantha Power durante la riunione del Consiglio di sicurezza (foto da twitter @AmbassadorPower)

Durante la giornata mondiale dei diritti umani, alle Nazioni Unite messa sotto accusa la dittatura totalitaria della Corea del Nord. Alla riunione del Consiglio di Sicurezza erano presenti due suoi cittadini sopravvissuti ai campi di reclusione, fuggiti dal Paese e oggi residenti all'estero, che hanno raccontato le brutali torture. L'ambasciatrice USA Samantha Power - che in un ricevimento tenuto dopo alla missione della Corea del Sud ha cantato gli U2 -  ha avvertito Pyongyang: "Stiamo documentando i vostri crimini e un giorno verrete giudicati per tutto questo"

Si è tenuta il 10 dicembre, al Palazzo di Vetro dell’ONU, nel corso della giornata internazionale che celebra il rispetto dei diritti umani, la discussione del Consiglio di sicurezza sulla situazione in Nord Corea. Presieduto per il mese di dicembre dall’ambasciatrice americana Samantha Power, il Consiglio di sicurezza è iniziato con la votazione per l’inserimento in agenda del dibattito sul paese asiatico, discussione non prevista nell’ordine del giorno precedentemente approvato (di solito i diritti umani non fanno parte dei temi di discussione del Consiglio di Sicurezza). La votazione ha dato un esito positivo con 9 voti favorevoli (USA, Malesia, Francia, Spagna, UK, Giordania, Nuova Zelanda, Lituania e Cile) 4 contrari (Angola, Venezuela, Cina, Russia) e due astenuti (Nigeria e Chad).

In particolare, come sottolineato dai rappresentanti di Cina e Russia, l’inserimento di una tematica riguardante i diritti umani nell’agenda dell’organo deputato al controllo della sicurezza internazionale poteva essere interpretato come una prevaricazione dei poteri del Consiglio per i Diritti Umani di Ginevra. La discussione è quindi iniziata con la presentazione dei rapporti sullo stato dei diritti umani nel Paese da parte di Jeffrey Feltman, sottosegretario generale ONU per gli affari politici e di Zeid Ra’ad Al Hussein, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Entrambi hanno sottolineato le enormi criticità per gli abitanti del paese, da decenni sotto il controllo di un regime totalitario, e hanno criticato la mancanza di aperture del regime, che, a discapito delle promesse fatte, non sembra intenzionato a concedere i più basilari diritti ai suoi cittadini. Al momento in Nord Corea è in atto uno “sfruttamento massiccio del lavoro minorile e della manodopera di detenuti costretti ai lavori forzati” e si sono registrati innumerevoli casi di imprigionamenti ed esecuzioni sommarie in assenza di processo. “È in atto una violazione di ogni basilare diritto umano incluso il diritto all’espressione e l’accesso alla libera informazione” ha detto Feltman, ricordando che, nonostante i trattati e le sanzioni internazionali, Pyongyang ha effettuato di recente il suo quarto test nucleare ed ha tentato un nuovo lancio di missile balistico intercontinentale (che non sembra aver prodotto risultati notevoli).

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In questi giorni, inoltre, il dittatore Kim Jong-un ha annunciato al mondo il possesso, da parte del suo paese, di ordigni nucleari ad idrogeno pronti ad essere lanciati in qualsiasi momento, anche se diversi membri del Consiglio di sicurezza, tra cui il britannico Peter Wilson, hanno espresso pubblicamente dubbi sull’autenticità delle affermazioni del leader.

Alla riunione erano presenti anche Grace Jo e Jung Gwang Il, rifugiati politici fuggiti dal regime nordcoreano, che, prima del meeting, hanno raccontato ai giornalisti le proprie storie: Grace Jo è riuscita a  fuggire dalla dittatura solo dopo che, negli anni ‘90, mentre era ancora adolescente, dopo aver trascorso un periodo in un campo di detenzione inflittole in seguito ad un tentativo di fuga dal paese, vide letteralmente morire di fame i propri fratelli, e perse la madre a causa di un banale incidente che le lasciò ferita incurabili per colpa della scarsità di medicinali. Jung Gwang Il, invece, era un uomo d’affari e, senza alcun processo, venne imprigionato per tre anni, dal 2000 al 2003, e sottoposto a diverse torture, fisiche e psicologiche, in quanto sospettato di essere una spia. Entrambi raccontano di avere subito sevizie e di aver visto con i propri occhi diverse decine, se non centinaia, di uomini, donne e bambini imprigionati e costretti a lavorare senza sosta, in seguito a tentativi di fuga dal paese (è infatti illegale per i Nordcoreani lasciare la nazione) o proteste dettate dalla fame. Entrambi hanno ammesso, non senza commozione, di avere ancora incubi legati ai loro periodi di detenzione, anche a distanza di decenni.

L’ambasciatrice americana Samantha Power, nel ringraziare i due testimoni per aver voluto condividere le loro storie, ha riaffermato l’importanza del programma statunitense di accoglienza per i rifugiati, recentemente al centro di numerose critiche da parte dei candidati repubblicani alla Casa Bianca, invitando altri paesi ad accogliere rifugiati nordcoreani. Power ha poi chiesto alle nazioni che si proclamavano “neutrali” rispetto alle decisioni dello stato nordcoreano riguardo la sua politica interna, se i racconti di tali sofferenze non li avessero spinti a riconsiderare le loro posizioni, essendo la Corea del Nord indicata come “un regime oppressivo senza paragoni” dai rapporti delle Nazioni Unite. La posizione americana è poi stata ripresa dalla Spagna, che ha criticato i paesi contrari al dibattito specificando che discutere il tema dei diritti umani nelle dittature totalitarie non è politicizzare il Consiglio di Sicurezza (accusa mossa dal Venezuela) bensì usare al meglio gli strumenti delle Nazioni Unite (di cui il Consiglio di Sicurezza è l’unico organo con poteri decisionali effettivi) per promuovere un miglioramento generale dei diritti umani nei paesi in cui essi mancano maggiormente.

In seguito, molti dei paesi presenti hanno espresso la propria posizione contro il regime di Pyongyang, affermando che una dittatura talmente tanto brutale è da considerarsi responsabile di crimini contro l’umanità per la barbarie con cui tratta i propri cittadini (e quelli stranieri sorpresi a collaborare con l’opposizione interna, come lamentato da Sud Corea e Giappone) e che è chiaro che, come ha affermato Alexis Lamek, rappresentante della Francia: “Un regime che spende il 25% del suo PIL in armamenti mentre la popolazione soffre la fame, in cui si contano almeno 1382 esecuzioni extragiudiziali l’anno, e che viola sistematicamente tutti i trattati sui diritti umani ed il trattato di non proliferazione nucleare, è una minaccia globale, e va portato davanti la corte penale internazionale”.

Al termine della riunione nessuna decisione è stata presa, tuttavia diversi paesi, appoggiando le dichiarazioni del rappresentante britannico, affermano che non sono da escludere eventuali proposte di sanzioni se il regime continuerà nello sforzo di militarizzazione intrapreso. L’alto commissario per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha poi affermato durante una breve conferenza stampa che il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha ricevuto un invito a visitare la Corea del Nord, e che lui stesso, sebbene in tempi diversi, sia stato invitato a visitare il paese, pur tuttavia senza la possibilità di muoversi autonomamente attraverso la nazione per valutare di persona la situazione. Questo atteggiamento da parte del regime ha ovviamente causato dissensi all’interno delle Nazioni Unite, e le trattative per una visita di Ban Ki-moon sono al momento in corso, in quanto il segretario generale, pur non volendo lasciare che il paese venga escluso dalla comunità internazionale, teme che il regime potrebbe approfittare della visita per propagandare un falso messaggio di accettazione dello status quo da parte delle Nazioni Unite e dei paesi che ne sono membri.

Tutt’altro clima si è invece respirato la sera al ricevimento alla missione all’ONU della Corea del Sud, dove si è esibita in un concerto la banda rock dei diplomatici e la stessa Samantha Power ha deciso di omaggiare le sue origini irlandesi esibendosi dal vivo e iniziando a cantare, ovviamente, con un pezzo degli U2.

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