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Cop21: i dati dietro l’accordo

L'Intergovernmental Panel on Climate Change fornisce i dati sui quali si basano le politiche internazionali sul clima. Ma i numeri sembrano lasciare meno spazio all'ottimismo di quanto non faccia l'accordo approvato alla Cop21 di Parigi

Il ministro Fabius ha dichiarato che questo è un accordo storico. Il nostro ministro dell’Ambiente Galletti ha, anche lui, dichiarato che è un accordo storico. A ben guardare, se storico è, lo è per l’insipienza di cui il documento è pervaso, come ha ben descritto nel suo articolo Maurita Cardone. Basta guardare il documento di riferimento dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) da cui ho tratto la tabella seguente.

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La colonna dedicata alla funzione di likelihood (probabilità) ci dice che è molto improbabile, se non impossibile, che si possa contenere il riscaldamento entro 1,5 gradi, l'obiettivo di lungo termine cui punta l’accordo. Probabile invece che il riscaldamento climatico, continuando con lo scenario di crescita o decrescita della CO2 più favorevole, possa essere tra 2 e 3 gradi. Questo aumento comporterà un aumento medio del livello del mare da 0,5 a 1 metro.

L’accordo non può soddisfare soprattutto perché basato sulla volontarietà delle nazioni e sullo scambio di intenzioni e di azioni che rappresentano un “contributo assai misero” come ha detto il direttore di Greenpeace.

Tenendo conto del tempo di accumulo e di quello necessario allo smaltimento della CO2 attraverso i processi naturali legati alla presenza delle foreste e al mare, che sono i pozzi naturali in cui si trasforma, l'IPCC stima che nello scenario più favorevole (il cosiddetto RCP2.6 che ipotizza il picco di emissioni tra il 2010 e il 2020) la condizione di partenza, quella del 1950, si raggiungerà attorno al 2050. Alle condizioni di crescita attuale della CO2, le condizioni del 1950 verranno raggiunte non prima del 2100. Ciò provocherà un drastico cambiamento delle temperature superficiali medie fino a 10 gradi centigradi e delle precipitazioni fino al 50% in più. Trasformazioni che coinvolgeranno l’intero pianeta. In tali situazioni aumenterà il rischio di inondazioni. Inoltre la produzione di cibo, già ora carente e disomogenea, si aggraverà ancor più.

Le mutate condizioni climatiche comporteranno un diverso modo di vivere non solo per i paesi in via di sviluppo, ma soprattutto per i paesi sviluppati. Da ora in avanti sarà necessario rivedere i nostri stili di vita e soprattutto sarà necessario insegnare ai nostri figli che il mondo in cui siamo vissuti non sarà più quello. Le città dovranno attrezzarsi per prevenire le inondazioni dovute a piogge più intense, l’agricoltura dovrà fare i conti con la siccità seguita da intense piogge che potranno distruggere i raccolti. Le malattie avranno un andamento diverso da quello attuale e i processi di tropicalizzazione potranno portare nuove malattie ancora sconosciute.

Alcuni sostengono che i modelli di previsione sono soggetti a forti instabilità, che forniscono risultati poco attendibili. Eppure i dati attualmente in nostro possesso, se confrontati con quelli del 1950, indicano che la CO2 è raddoppiata. Queste stime erano già state previste dal Club di Roma negli anni '70, che ancora non era dotato di modelli predittivi sofisticati, né poteva utilizzare la mole di dati forniti dai satelliti. L'IPCC produce dati che sono al vaglio critico degli scienziati, non rappresenta la verità assoluta, ma fornisce un quadro esauriente e credibile che deve servire come guida al decisore politico, che purtroppo insegue il presente e ha poco a cuore il futuro, anche se questo è prossimo e coinvolgerà la prossima generazione.

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