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“Exiles: the Wars”, i profughi di guerra si raccontano

Il primo dei tre documentari della serie "Exiles", che trattano della situazione dei profughi, è stato presentato in prima mondiale alla casa italiana Zerilli-Marimò della New York University. La regista Barbara Cupisti insieme a Paolo Del Brocco di Rai Cinema, che ha prodotto i film, ha poi commentato la sua opera, che spiega come la situazione disperata di milioni di persone al mondo non riesca a trovare una soluzione

Presentato alla Casa italiana Zerilli Marimò della New York University Exiles: the Wars di Barbara Cupisti, primo film di una trilogia che tratta dei rifugiati e delle drammatiche condizioni di vita che sono costretti a subire.

Il film, prodotto da Rai Cinema, e proiettato in contemporanea con il tributo alla casa produttrice che si teneva negli stessi giorni al MoMa, narra le vicende di diverse persone che hanno lasciato il loro paese in seguito ad una guerra. La pellicola si apre con alcuni dati dell’osservatorio delle Nazioni Unite sui rifugiati: al mondo più di 45 milioni di persone sono state costrette a lasciare il loro Paese d’origine, e circa la metà di esse è costituita da bambini.

Nella trilogia, si analizzano tutte le cause possibili che portano una persona a dover fuggire dal proprio Paese: il primo film è dedicato alle guerre, il secondo alle persecuzioni religiose, il terzo alle cause climatiche ed ambientali.

Il film proiettato alla Casa Italiana Zerilli-Marimò, racconta le storie di chi ogni giorno viene a contatto con i profughi delle guerre, e di chi quelle stesse guerre le ha vissute sulla propria pelle, dal campo di Dadaab in Kenya, che ospita i rifugiati della Somalia, ai campi turchi che ospitano i profughi dell’attuale guerra in Siria (ripresi prima dell’inizio del conflitto con l’ISIS, nel momento in cui il governo di Bashar Al-Assad  aveva iniziato a colpire i civili membri della resistenza) fino ai campi profughi della Giordania, dove da decenni ormai vivono i Palestinesi sfuggiti alle campagne d’occupazione, indecisi se attendere il giorno in cui potranno tornare nei territori occupati o se integrarsi definitivamente con la società che li circonda.

La regista, Barbara Cupisti, che dopo un periodo nella produzione televisiva ha deciso di dedicarsi ai documentari, spiega che l’intento della sua trilogia è quello di far riflettere sulle implicazioni dell’ “esilio” (da qui il titolo comune alle tre opere) ovvero della costrizione e della tragedia quotidiana di chi è costretto a lasciare tutto ciò che ha e a cui tiene per poter salvare la propria vita, senza alcuna certezza di poter mai tornare a casa. Per questo la regista ha voluto analizzare in fondo le cause delle migrazioni forzate di oggi, recandosi di persona a conoscere i profughi di guerra nel primo lungometraggio, poi i cittadini tibetani scampati alla pulizia etnica e gli indios del Mato Grosso fuggiti dallo sfruttamento delle loro terre per il secondo e terzo documentario della trilogia.

Riguardo “Exiles: the War” la regista ha detto: “Ho voluto cominciare il film dal campo di Dadaab in Kenya, il più grande campo profughi al mondo, dove i rifugiati sono costretti a vivere in condizioni di disagio estremo pur di scampare agli orrori della guerra, per poi continuare con i campi del governo turco, che ospitano le famiglie siriane, vittime di un conflitto in corso ed al centro dell’attenzione mediatica, e finire con i profughi palestinesi, per ricordare che, quando si dà per temporanea la condizione di queste persone, spesso si sbaglia, in quanto diverse comunità di rifugiati sono state costrette a vivere in condizioni estreme per decenni, ed ancora oggi aspettano una soluzione definitiva ai problemi che li hanno costretti a fuggire”.

La regista, che ha risposto alle domande del pubblico assieme a Paolo del Brocco, CEO di Rai Cinema, ha spiegato anche che l’ispirazione per la carriera di documentarista è arrivata per lei dopo anni di lavoro in tv, e che i produttori l’hanno incentivata a lavorare sul suo progetto, convinti della bontà dello stesso.

Durante i suoi viaggi, ha spiegato, si è trovata di fronte a persone con storie tremende, ed il desiderio di aiutarle e raccontare le loro storie si è scontrato con l’ineluttabilità della situazione attuale. Per portare un esempio concreto di quanto ha potuto vedere, ha condiviso col pubblico la storia di un villaggio di Indios del Brasile, filmato solo pochi mesi fa nel corso del terzo film della trilogia, e ad oggi distrutto dalla speculazione dei proprietari terrieri della zona, interessati a sfruttare l’area circostante.

“Quello che dobbiamo capire” ha detto “è che questa gente non lascia le proprie case perché interessata a cambiare vita, come qualcuno vuole farci credere, ma perché in preda ad un bisogno assoluto di salvare la propria vita”. La regista ha quindi affermato il proprio sostegno ai profughi di tutte le guerre che giungono in Europa, sostenuta dal pubblico in sala, visibilmente toccato dalle storie proiettata.

Del Brocco, dal canto suo, non ha esitato nell’affermare che, essendo la Rai un servizio pubblico, è stato per lui quasi un dovere accettare di produrre la serie di documentari, per consentire ai cittadini di approfondire la questione delle migrazioni forzate, in un periodo, come questo, in cui in Italia è in corso un dibattito tanto acceso quanto spesso fuorviante sul ruolo che queste persone hanno o possono avere nella nostra società.

“Queste persone hanno dei bisogni e delle necessità” ha detto la regista commentando alcune immagini del suo lavoro, “e non possiamo pensare che per arginare il problema basti che gli Stati donino di tanto in tanto del denaro, bisogna iniziare a capire che senza un piano condiviso e funzionale non c’è possibilità di rimediare” ha continuato, spiegando come il disinteresse della maggior parte degli Stati più ricchi sia alla base delle drammatiche condizioni di vita dei profughi di svariati Paesi, soprattutto nelle regioni africane.

 

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