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Dal califfato alle crociate

Tutti i deliranti anacronismi della retorica dell’ISIS

I falsi storici con cui l'ISIS recluta nuove leve smascherati dall'esperto di cultura islamica Vincenzo La Salandra: dalla sua autoproclamazione a califfo nel 2014, Al Baghdadi ha utilizzato una versione traviata della storia islamica per giustificare il suo folle fondamentalismo

La Storia, si sa, nelle mani sbagliate può diventare un’arma letale, e nel corso dei secoli nazioni, partiti politici e perfino organizzazioni criminali l’hanno utilizzata per legittimare il loro potere giustificando così le proprie azioni. È il caso dei terroristi dell’ISIS, che attraverso una visione primitiva e totalmente traviata della storia islamica cercano di reclutare nuove leve fomentando odio e alimentando la retorica dello “scontro di civiltà”. Non si tratta di una novità nel mondo del fondamentalismo islamico, ma da quando nel 2014 Abu Bakr Al Baghdadi si è autoproclamato califfo richiamando un passato lontano e ai più sconosciuto, la manipolazione della Storia è assurta a precisa strategia per difendere la perniciosa ideologia dell’ISIS.

Dall’applicazione della shari’a alla classica rievocazione delle Crociate, fino alla distruzione materiale del confine tra Siria e Iraq in nome di una fantomatica “unità dell’islam”, tutto è gettato in un confuso calderone imbevuto di propaganda. Capire il gioco perverso dei fondamentalisti diventa quindi necessario per demolire i loro falsi miti divulgando una corretta interpretazione della lunga e complessa vicenda dei rapporti tra Occidente e Oriente. Ci siamo fatti aiutare dall’orientalista ed esperto di cultura islamica Vincenzo La Salandra.

isis-califfatoNon chiamatelo califfato

Citando il califfato, i terroristi dell’ISIS si riferiscono ai regni sorti dopo la morte di Maometto, avvenuta nel 632 d.C., nemmeno lontanamente paragonabili alle attuali realtà politiche del Medio
Oriente. “Il termine khalifa, ovvero califfo, venne introdotto per indicare i quattro successori del Profeta, i quali, dopo aver guidato per quasi tre decenni la comunità dei fedeli (Umma) furono scalzati della dinastia degli Omayyadi e successivamente da quella degli Abbasidi”, spiega Vincenzo La Salandra, orientalista ed esperto di storia e cultura islamica. “Tuttavia, esso ha assunto nel tempo un significato più generico, simile a quello che in Occidente ha il titolo di imperatore”. 

Millantando la sua discendenza dalla tribù di Maometto, requisito formalmente necessario per ambire alla carica, Al Baghdadi vorrebbe accreditarsi come guida del mondo islamico assommando nelle sue mani il potere religioso e quello politico. Il suo tentativo è però totalmente fuori dal tempo, soprattutto considerando l’estrema frammentazione del mondo arabo attuale, attraversato non solo dall’antico scisma religioso tra sunniti e sciiti, ma da una serie di interessi geopolitici opposti da parte delle singole potenze regionali.

Daesh non ha nulla a che vedere con i califfati storici, che furono dei regni molto avanzati per l’epoca, centri culturali di prim’ordine la cui eredità artistica è ancora visibile in molte capitali mediorientali. I sovrani della dinastia Abbaside, ad esempio, non distrussero affatto le vestigia delle civiltà pre-islamiche presenti nei luoghi in cui si stanziarono, ma contribuirono addirittura alla conservazione di una parte importante della cultura classica occidentale, garantendo al contempo un clima di tolleranza religiosa nei confronti delle minoranze cristiane, le cui comunità furono a lungo presenti e rispettate. “Se proprio dobbiamo fare un paragone, le schiere di Al Baghdadi assomigliano più alla setta degli Assassini (da cui l’omonimo termine, ndr), una corrente religiosa oltranzista sorta nell’VIII secolo d.C. e passata alle cronache per il  fanatismo e la ferocia”, precisa La Salandra. “Nel periodo delle crociate gli assassini arrivarono tra l’altro a controllare alcuni territori dell’attuale Medio Oriente, tra cui il forte di Alamūt, costituendo un elemento di disturbo nello scenario geopolitico dell’epoca”.

Leggi medievali

Nelle terre controllate dall’ISIS vige inoltre un sistema di regole oppressivo, che impone ai malcapitati residenti norme religiose medievali mischiate a precetti di correnti ortodosse più recenti, come quella sunnita dei Wahabiti nata nel XVIII secolo, o di movimenti dell’islam politico radicale, come quella dei fratelli musulmani, le cui origini risalgono alla prima metà del ‘900. “Nel repertorio utilizzato dai terroristi vi sono anche idee estrapolate da autori della letteratura araba classica del VII-VIII e IX secolo, come Muhammad al-Bukhari, che nei suoi scritti descrive una società utopica basata sulle regole coraniche” – afferma l’esperto – “ma è chiaro che decontestualizzare questi passi, storpiandoli e applicandoli oggi è un’autentica follia: sarebbe come prendere il pensiero di autori medievali occidentali e pretendere di riprodurlo ai giorni nostri”.

Le leggi applicate dall’ISIS vietano alle donne di uscire di casa non accompagnate, reintroducono la pratica della schiavitù e della compravendita di esseri umani, alla quale sono soggette le minoranze considerate “pagane” (come i cristiani o gli yazidi), proibiscono persino di fumare. Chi le vìola è punito con pene che includono fustigazioni, torture, lapidazioni, decapitazioni e persino roghi (come avvenuto per  Muath Kasasbehil, il pilota giordano catturato all’inizio dello scorso anno).

manzo-isis-t2Propaganda efficace

Affianco agli anacronismi citati, il sedicente califfato divulga incessantemente una serie di messaggi propagandistici identici a quelli che abbiamo imparato a conoscere tramite Al Qaeda, definendo i propri nemici “crociati” (se occidentali) o “alleati dei crociati” (nel caso di paesi arabi come la Giordania o l’Egitto). Bin Laden e Al Baghdadi non sono stati i primi a utilizzare la retorica delle crociate come sinonimo di scontro armato tra musulmani e cristiani: “la mitizzazione delle crociate inizia a partire dal XV secolo nei territori cristiani occupati dall’impero ottomano e da allora la loro evocazione ha assunto il significato comunemente noto oggi”, aggiunge La Salandra. “In realtà, i conflitti combattuti tra cristiani e musulmani in Medio Oriente tra l’XI e il XIII secolo, seppur pieni di episodi sanguinosi, costituirono secondo gli storici anche un momento di intensi scambi e arricchimento reciproco tra i contendenti”.

Non bastassero le crociate, in un video diffuso sul web i miliziani del sedicente stato islamico abbattono simbolicamente il confine tra Siria e Iraq, decretando la fine dei vecchi confini mediorientali tracciati da Francia e Gran Bretagna con gli accordi Sykes – Picot del 1916 (proprio cento anni fa!). “Siglato in segreto nel corso della prima guerra mondiale, tale compromesso disegnò le sfere di influenza tra le due potenze coloniali, che si spartivano così i territori del moribondo impero ottomano. Nella sua versione completa il trattato prevedeva anche l’instaurazione di uno stato o di un insieme di stati arabi, ma questa parte degli accordi non venne applicata, costituendo una sorta di tradimento per il mondo arabo”, spiega l’intervistato. Nonostante molte delle attuali tensioni del Medio Oriente siano considerate effetti collaterali di quell’accordo, però, per molto tempo l’esperimento del nazionalismo arabo che ne scaturì sembrò funzionare, e furono le stesse classi dirigenti arabe a portarlo avanti.

Insomma, ancora una volta un evento storico viene strumentalizzato in modo grossolano per fomentare risentimenti e radicalizzare una parte del mondo islamico. È  dunque chiara l’inconsistenza della propaganda dell’ISIS.  Tuttavia l’abilità nell’utilizzo dei nuovi media, che amplifica a dismisura i messaggi dei jihadisti, rende  i proclami dei seguaci di Al Baghdadi particolarmente pericolosi, riuscendo a penetrare in alcune limitate fasce dell’opinione pubblica musulmana, dalla Siria alle banlieue parigine. Il fenomeno non va affatto sottovalutato, ma bisogna evitare di rispondere con argomenti uguali e contrari, gettando benzina sul fuoco. “Chiunque conosca un minimo la Storia sa che questa, dal Medioevo in poi, è piena di esempi di pacifica convivenza tra fedi e religioni differenti, e, al di la delle apparenze, cristiani e musulmani hanno per molti versi un patrimonio culturale comune”, conclude La Salandra. Sta a noi renderlo noto, creando le condizioni minime perché le tragedie geopolitiche di oggi non inficino i tentativi dialogo e comprensione reciproca tra le nuove generazioni.

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