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Diritti umani in Myanmar: le verità nascoste

Troppi occhi chiusi sul genocidio dei Rohingya, minoranza musulmana in Birmania

Giovane infermo © Stefania Zamparelli

All’indomani dell’elezione del nuovo presidente birmano, l’intervista alla fotografa Stefania Zamparelli getta luce sull’attuale situazione di degrado nei campi IDP di Sittwe e racconta il disinteresse da parte delle organizzazioni per i diritti umani

Dopo le storiche elezioni nazionali avvenute lo scorso 8 novembre, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon si è congratulato mercoledì 16 marzo con Htin Kyaw, il primo civile eletto dal parlamento birmano (con 360 voti su 652 disponibili) dopo oltre mezzo secolo di dittatura militare. “Una vittoria del popolo e della democrazia”, ha dichiarato l’economista sessantanovenne, che sarà affiancato da due vicepresidenti: Myint Swe, candidato dai militari, e Henry Van Tio, un suo compagno di partito.

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Htin Kyaw e Aung San Suu Kyi

In realtà, Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace e leader della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), aveva cercato fino all’ultimo momento di trattare con l’esercito un emendamento alla Costituzione che abolisse la norma che le impedisce di accedere alla massima carica perché moglie e madre di cittadini stranieri. Vedendosi negare questa possibilità, Suu Kyi ha realizzato il suo piano B, riversando su un uomo di fiducia tutte le politiche di riforma promesse al suo popolo: Htin Kyaw, appunto, conosciuto come braccio destro della donna, oltre ad essere stato suo compagno di studi a Oxford negli anni ’60 e suo autista negli anni di relativa libertà. Al momento della sua proclamazione, Suu Kyi si è limitata a sorridere e ad applaudire, dichiarando successivamente: “Kyaw è stato eletto per la sua lealtà e ha la necessaria esperienza per fare bene”. Ma, come annunciato, la pasionaria farà da eminenza grigia della politica birmana, prendendosi un posto al di sopra del presidente. A questo punto si spalancano davanti al premio Nobel le porte del ministero degli Esteri del nuovo governo, che assumerà pieni poteri il prossimo 30 marzo.

Al momento, tuttavia, le Forze Armate (il Tatmadaw) hanno ancora in mano il 25% di seggi non eletti in Parlamento e i ministeri della Difesa, degli Interni e del Controllo delle frontiere, ma soprattutto hanno potere di veto per quanto riguarda eventuali proposte di modifica alla Costituzione. Ciò vuol dire che, nonostante questa elezione, non sarà facile governare per Htin Kyaw e Aung San Suu Kyi, i quali puntano a condurre il Paese a una svolta democratica e a un taglio con il passato.

Come riferito dal suo portavoce, Ban Ki-moon ha accolto questa nomina come un risultato significativo verso l’avanzamento delle riforme democratiche inaugurate dal governo uscente. Il portavoce ha poi aggiunto: “Il Segretario Generale spera che il popolo di Myanmar continui a percorrere la strada della democrazia e della riconciliazione nazionale e, in questo momento cruciale di transizione, invita il presidente eletto Htin Kyaw, così come tutti gli altri stakeholder, a lavorare in nome di un consolidamento pacifico di unità e di stabilità nel paese”. Il capo delle Nazioni Unite ha inoltre ribadito la disponibilità dell’ONU a continuare a sostenere gli sforzi per promuovere la pace, lo sviluppo, i diritti umani e lo stato di diritto a vantaggio di tutti i popoli del Myanmar.

All’indomani dell’elezione di Htin Kyaw, La Voce di New York ha intervistato Stefania Zamparelli, artista fotografa napoletana, da anni residente a New York, con un’inclinazione per il reportage e reduce da un viaggio in questo paese del Sud-Est asiatico.

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Fratelli, Campi IDP © Stefania Zamparelli

La tua passione per i viaggi e per la fotografia ti hanno portata in giro per il mondo. Di recente sei stata in Birmania. In quale realtà ti sei imbattuta?

“Una realtà di prevedibile degrado, sia dal punto di vista urbano che da quello umano. Mi riferisco alla situazione delle minoranze etniche e principalmente a quella dei Rohingya, di cui ero già informata. Purtroppo la realtà ha superato l’immaginazione. Complessivamente ho percepito un orribile decadimento spirituale. È ironico, anzi tragico, che il buddhismo sia diventato nazionalista e che tenda a rafforzarsi a scapito di un altro gruppo religioso. Ho provato a conversare con alcuni dei monaci e ho dovuto fare i conti con un muro di ottusità. ‘Non è vero che i Rohingya vivono a Myanmar da duecento anni! Loro sono illegali! Sono entrati nel paese durante il dominio britannico, vengono dal Bangladesh ed è lì che devono ritornare!’: questo è ciò che il Sayale di un monastero vicino Yangon mi ha risposto. La stessa solfa mi è stata ripetuta decine di volte da altri monaci buddhisti. E io rispondevo: ‘Ma gli inglesi sono andati via nel 1948, quindi i Rohingya, secondo la vostra versione, risiedono qui da almeno sessantotto anni e non è poco!’.

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Bambino sulla soglia di casa © Stefania Zamparelli

E poi, come si può parlare d’illegalità quando la carta nazionale birmana, di cui i Rohingya erano in possesso, è stata revocata a causa della legge promulgata nel 1982, con cui la giunta militare chiedeva prove cartacee della residenza dei loro antenati prima del 1823? Ma noi riusciremmo mai a fornire una prova simile dei nostri antenati del 1823? E come possono i monaci buddisti, che sono stati perseguitati dai militari, ora appoggiare quello stesso governo nella lotta ai Rohingya? Credo che questi figli di Buddha in realtà stiano seguendo le impronte del capo della teocrazia tibetana. Se leggi  il testo The Reality of War, dopo mille parole sull’importanza della pace, vedrai che nel paragrafo finale viene affermata anche l’importanza della seconda Guerra mondiale. In varie interviste il Dalai Lama ha addirittura esaltato la necessità di attaccare militarmente la Siria! Ma questa è storia di un altro buddhismo! Ritornando ai Rohingya, essi sono quindi oppressi dal governo, perseguitati dalla minoranza etnica buddhista Rakhine, anche quest’ultima spesso in lotta col governo, e disprezzati dai monaci buddhisti. Insomma, tutti uniti contro i Rohingya per un orribile evento che risale al giugno 2012: tre ragazzi musulmani violentarono e uccisero una giovane donna Rakhine-buddhista. Laddove si procede con incarcerazione e processo, alla routine legale si è aggiunta la pulizia etnica, che in tre giorni ha visto tutti i Rohingya evacuare da Sittwe e poi rinchiusi nei campi IDP (Internally Displaced Person), veri e propri campi di concentramento. Mi è stato confermato da più fonti che prima di questo evento le relazioni tra Rohingya e Rakhine a Sittwe erano di pacifica convivenza”.

Perché credi ci sia stato un accanimento così feroce?

“La Birmania è ricchissima di risorse e ha una giunta militare che ne ha abusato governando per oltre cinquant’anni. Scioltasi nel 2011, essa continua di fatto a governare, ma in veste partitica. Il malcontento nel paese è generale. Le circa 150 minoranze etniche sono agguerrite e l’attenzione andava deviata creando un nemico comune, ma…c’è dell’altro. Le sue risorse sono ambite dai paesi occidentali che poco gradirebbero l’instaurazione di una stabile democrazia, poiché questa renderebbe ingiustificabile le possibilità di intervento. Inoltre, la sua posizione geografica è strategicamente ideale perché prossima allo stretto di Malacca. Insomma, controllare anche la Birmania equivale a controllare un quarto degli scambi commerciali mondiali. In sintesi, l’accanimento birmano-militare-buddhista contro i Rohingya consolida il seppur vacillante status quo e proprio in un momento in cui il governo ibrido si sta assicurando attraverso il capitalismo clientelare tutto il prendibile, che va dal settore turistico a quello minerario, prima di decidere cosa svendere all’élite dei globalisti. Ovviamente, al momento opportuno, la NATO interverrà militarmente per assicurarsi il controllo dell’area, o favorirà l’instaurazione di un governo fantoccio dall’aspetto democratico, che accetterà il gioco di scambi di convenienze”.

Quali storie locali hai raccontato con i tuoi scatti e cosa credi di essere riuscita a trasmettere? Che emozioni hai provato?

“Credo di aver fallito nel mio intento. Come ti dicevo la realtà in cui mi sono imbattuta è stata di gran lunga peggiore a quella che potevo immaginare e non ero emotivamente pronta ad affrontare la situazione. La prima visita ai campi IDP mi ha scioccato. Sono stata portata alla baracca di una giovane donna. Si chiamava Anjuma Begum. Aveva la bocca coperta da uno straccio e, un istante dopo, quando aveva ormai capito la ragione della mia presenza, mi svelò l’inverosimile: la fuoriuscita di palato, gengive e mucose dalla bocca, che la obbligavano a tenerla sempre aperta. Da quella visione straziante usciva anche un costante lamento. Erano due anni che era nutrita di solo succhi per mezzo di cannucce. Ero paralizzata. Non volevo fotografarla ed espressi il mio pensiero all’interprete, che mi rispose: “Nessuno saprà mai di lei.” Rimasi a riflettere per qualche minuto e poi dissi: “Ok, la fotografo.” Ero imbarazzata e quelle due foto le scattai alla cieca. Non sapevo cosa stavo facendo, ma sentivo di doverlo fare. Questa visita e quelle successive mi hanno mostrato il grande spaccato della realtà dei campi IDP di Sittwe, dove di fatto esseri umani sono rinchiusi ad attendere la morte. Ho fotografato per quello che potevo, ma sempre con grande disagio, anche perché ero accompagnata dall’interprete e, nonostante la sua disponibilità, non mi sentivo veramente libera di chiedere fermate, specialmente durante i tragitti in automobile. Ho visitato i campi in lungo e in largo nei quasi 7×2 km, fino al porto Rohingya con le circa 400 imbarcazioni. Ho trascorso molto tempo alla finestra dell’ultimo piano di uno degli edifici donati dal governo cinese per osservare l’andirivieni dall’alto. Le INGO e l’UNOCHA sono latitanti – presenze fantasma attestate solo dai loro adesivi propagandistici. Scuole e cliniche chiuse, ad eccezione di una clinica che era aperta ma vuota.

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Scuola chiusa © Stefania Zamparelli

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Farmacia © Stefania Zamparelli

“La gente ha bisogno di farmaci veri e loro ci danno solo Paracetamolo e Burmeton!”, mi hanno detto i residenti del campo. Quando ho chiesto ad alcuni Rohingya, “perché non scrivete una petizione alle Nazioni Unite?”, mi hanno riso in faccia come se avessi proposto di chiedere aiuto alla giunta militare. Un uomo mi ha detto: “le INGO stanno diventando come il governo di Myanmar”. Una donna mi ha parlato dei molti casi gravi, chiedendomi: “Perché un paziente grave non può essere trasferito all’ospedale generale di Sittwe?”. Un altro detenuto ha risposto, “ma quale Sittwe, i malati gravi vanno ricoverati all’ospedale di Yangon!”. Dopo quattro anni di lotta per la sopravvivenza, prevalgono apatia, impotenza e rassegnazione. E la percezione che i Rohingya hanno delle Nazioni Unite è di uguale apatia e abbandono, come se le INGO stessero lì a legittimare il trattamento disumano del governo verso di loro. Mi hanno raccontato, inoltre, che tempo addietro tutti e dieci i campi rimasero senza riso per tre settimane. Un giorno il riso finalmente arrivò, ma solo negli unici due campi visitati in quella stessa data da una troupe della CNN. 

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Propaganda INGO © Stefania Zamparelli

Per quanto riguarda l’istruzione, invece, l’ironia vuole che le uniche scuole che funzionino incredibilmente bene siano le Madrasa (ossia le scuole coraniche), divise in tre livelli (principiante, intermedio e avanzato) e apparentemente autogestite dagli stessi Rohingya. Là tra gli studenti ho potuto vedere disciplina e, fra insegnanti e allievi, reciproca dedizione”.

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Scuola Coranica autogestita © Stefania Zamparelli

Hai segnalato la situazione attuale nei campi a qualche autorità? Se sì, qual è stata la loro reazione?

“Quando arrivai a Sittwe, andai all’ufficio dell’UNOCHA, dove incontrai il responsabile capo di quel dipartimento, Gianluca Salone, a cui chiesi se poteva facilitarmi l’accesso ai campi IDP. Mi rispose che non era possibile e che avrei avuto bisogno di un permesso speciale rilasciato esclusivamente dai militari. L’unico modo sarebbe stato, secondo Salone, di uscire dalla Birmania e di rientrarvi con un visto business. Lo salutai e me ne andai. Pochi giorni dopo riuscii a ottenere il permesso necessario per accedere ai campi, senza lasciare la Birmania e senza le Nazioni Unite. Dopo le visite ai campi, volevo fare qualcosa per aiutare quella donna, ma non sapevo come. Tra l’altro, quella foto non è pubblicabile perché disturba, quindi non può ricevere alcuna attenzione attraverso i media. La proporrò insieme a questa intervista, ma dubito che potrai pubblicarla”.

[La Voce di New York ha deciso di pubblicarla qui sotto, ndr].

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Anjuma Begum, deceduta il 5 marzo 2016 © Stefania Zamparelli

Rientrata a New York, decisi di inviare una mail a Salone con quella foto in allegato, includendo l’indirizzo della paziente e chiedendogli di fare qualcosa per favorirle un ricovero in un ospedale esterno, sottolineando che questo caso era a meno di venti minuti di distanza dal suo ufficio. Quel messaggio aveva in Cc diverse organizzazioni per i diritti umani come Human Rights Watch e altri incaricati dell’ONU. Nessuno mi rispose! Quando la settimana successiva mi arrivò dai campi IDP la triste notizia della morte di Anjuma Begum, inviai una nuova mail a Salone e a tutti quelli precedentemente inseriti in Cc, comunicando loro la triste notizia e dicendo di aver visto molti altri casi che richiedevano cure mediche urgenti, sperando che l’UNOCHA potesse impegnarsi a fornire gli aiuti necessari. Salone non mi ha mai risposto. Ho invece ricevuto una mail dal responsabile dell’ufficio stampa UNOCHA in Yangon, Pierre Peron. Interessante notare che questa era indirizzata in Cc solo a quelli delle Nazioni Unite e non alle altre organizzazioni che io avevo incluso. Nell’e-mail Mr. Peron esprimeva la sua amarezza per la triste notizia, sottolineando l’urgente necessità di migliorare l’accesso alle cure sanitarie per le persone “senza stato” del Rakhine; mi comunicava che l’OCHA stava lavorando a stretto contatto con le organizzazioni umanitarie e con le autorità di Myanmar per migliorare l’accesso ai servizi di base, tra cui l’assistenza sanitaria; includeva qualche link con un paio di rapporti dell’ONU, pieni di numeri e statistiche, e nel finale mi informava, attraverso un ulteriore link, di una rassegna stampa pubblicata giorni addietro in cui era menzionata la tragica morte di un infante. Poi mi rassicurava con una lista del WHO (World Health Organization), ossia un elenco di undici cliniche presenti nei campi IDP, di cui una fornirebbe servizi 24/7. Per concludere, mi diceva che avrebbe trasmesso al WHO i dati da me forniti riguardanti il caso di Ms. Anjuma Begum, ringraziandomi per la mia importante segnalazione.

 

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Clinica aperta ma vuota © Stefania Zamparelli

La mia risposta è stata diretta e schietta con i fatti che ti ho appena esposto, sottolineando che non c’è alcuna clinica 24/7 e che, seppure ci fosse stata, questa sarebbe stata inadeguata ai malati gravi. A tale scopo gli inviai fotografie di altri pazienti, chiedendogli ironicamente se quella clinica fosse attrezzata per curare quel tipo di malati. Aggiunsi poi che i campi di concentramento di Sittwe sembrano gestiti come uno studio dei numeri e, a tal proposito, gli chiesi di astenersi dal segnalare al WHO il caso della signora Anjuma Begum, poiché il mio intento con la prima segnalazione era di darle soccorso e non di ridurla a “1” caso, e che successivamente avevo comunicato il suo decesso solo nella speranza che ciò potesse portare aiuto ad altre persone bisognose. Conclusi poi dicendo che probabilmente Anjuma sarebbe morta anche se avesse ricevuto l’intervento chirurgico necessario, ma almeno avrebbe avuto un po’ di morfina e pace. Nessuno mi ha mai risposto, ma questa volta il mio tono aveva reso il loro silenzio prevedibile. Al contrario, continuo a ricevere molte fotografie di persone in grave stato di infermità dai residenti dei campi a cui ho promesso che gestirò un blog, dove inserirò le loro immagini insieme a tutte le informazioni che mi manderanno. Anzi, sarebbe bello se La Voce di New York volesse ospitare questo blog sui Rohingya creato solo con immagini scattate dai telefonini dei residenti dei campi IDP. Sì, gli smart-phone, insiemi agli edifici cinesi, sono l’unico elemento di modernità presente nei campi IDP”.

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Edifici donati dal governo cinese © Stefania Zamparelli

Credi se ne parli abbastanza dei Rohingya?

“Se ne è parlato ma confusamente. E comunque le parole non bastano, specialmente se un genocidio è in corso. Lungi da me l’idea di proporre un intervento militare, ma un approccio diplomatico e di soccorso concreto è fondamentale e il restauro di tutti i loro diritti dovrebbe essere l’obiettivo da perseguire”.

Dopo questo episodio, è cambiato il tuo approccio alla fotografia? In che modo?

“Credo di sì. Ho sempre prediletto le immagini dei senza-voce, ma l’enfasi era sull’amore per la vita che si afferma con sorrisi a dispetto della miseria con cui questi protagonisti sono costretti a convivere. Forse oggi mi rendo conto che mostrare la sofferenza possa avere un fine decisamente più nobile”.

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Bambino malnutrito © Stefania Zamparelli

Credi che il buddhismo recupererà quell’aspetto universale che dovrebbe contraddistinguerlo?

“Forse, se leggessero Denaro Falso di Tolstoj, potrebbero cominciare ad avere consapevolezza di una coscienza. Al momento credo che saranno vittime del loro Karma”.

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