Cerca

OnuOnu

Commenti: Vai ai commenti

Rifugiati: l’accordo tra Europa e Turchia non funzionerà

Abbiamo chiesto a degli esperti e operatori umanitari come giudicano l'intesa tra UE e Turchia sui migranti

Turchia Europa migranti

Migranti siriani al confine con l'Ungheria

Il trattato tra Europa e Turchia sui rifugiati in gran parte siriani, rischia di calpestare la legge internazionale? Lo abbiamo chiesto a Katya Andrusz (Agenzia Europea per i Diritti Umani), Angeliki Dimitriadi (Consiglio Europeo per le Relazioni Internazionali) e Filippo Scuto, (Prof. Diritto dell’Immigrazione, Università di Milano)

È entrato in vigore il 20 marzo 2016 l’accordo siglato a Bruxelles riguardante la gestione dei sempre più numerosi migranti che dalla Turchia raggiungono le coste greche, entrando così illegalmente in territorio Europeo. In data 4 aprile sono iniziati i primi rinvii: 202 migranti, in prevalenza pakistani e afghani (e soltanto 2 di nazionalità siriana) sono stati trasportati dalle isole di Lesbo e Chios con due piccoli traghetti Frontex e riportati in territorio turco mentre sono ancora più di 750 coloro che aspettano di essere espulsi.

La situazione sembra però già essere al collasso nelle zone interessate a causa della carenza di personale e delle intrinseche contraddittorietà che il trattato presenta. Le preoccupazioni espresse dalle Nazioni Unite e da altre organizzazioni internazionali riguardo alla dubbia relazione tra l’accordo e il rispetto dei diritti umani si sono rivelate oggi più fondate che mai e, ad un’analisi più approfondita del testo e di ciò che esso comporta, appare chiaro come l’accordo sia destinato ad avere vita breve se i diritti verrano rispettati solo sulla carta.

Katya Andrusz, portavoce dell’Agenzia Europea per i Diritti Umani (FRA), ha infatti ricordato che “il rispetto per i diritti umani da un punto di vista pratico è vitale per un corretto funzionamento dell’accordo. Se infatti il testo, in linea teorica, tiene in grande considerazione le leggi europee e internazionali il loro effettivo rispetto dipende dalle modalità con le quali le misure concordate verranno messe in atto”. La Andrusz prosegue affermando che è necessario fornire un’attenzione particolare alle categorie più deboli quali bambini, omosessuali o persone che hanno subito abusi e che ogni richiesta d’asilo deve tassativamente essere analizzata e considerata in modo individuale, “caso per caso”. Un altro problema che si è presentato già dalle prime ore di entrata del vigore dell’accordo è, secondo la portavoce, la dilagante disinformazione tra i migranti: “è fondamentale fornire a tutti informazioni chiare e dettagliate riguardo alle modalità con le quali presentare domanda d’asilo, poiché spesso i migranti non conoscono i diritti che possono rivendicare in maniera del tutto legale”.

Per assicurare che questi punti siano effettivamente attuati in Grecia e che i diritti umani vengano propriamente rispettati la FRA, in cooperazione con l’Unione Europea, si sta impegnando nel dislocare alcuni supervisori nel paese per un periodo di sei mesi.

Le stesse preoccupazioni riguardo alla regolarità del trattato sono condivise dal Consiglio Europeo per le Relazioni Internazionali (ECFR). Angeliki Dimitriadi, portavoce dell’ente, ha dichiarato a La Voce che “l’accordo presenta numerosi problemi, dall’incerta base legale alla completa incapacità di effettiva messa in pratica”. Realisticamente l’accordo non è stato un grande successo per nessuna delle parti in causa: l’Unione ha stanziato fondi ingenti nonostante sia consapevole della dubbia tenuta legale del trattato e, per quanto riguarda la Turchia, il rinvio di 72000 siriani non farà quasi nessuna differenza a fronte dei 3 milioni totali di siriani che il paese oggi ospita”.

La Dimitriadi ha spiegato che la Turchia rappresenta un’eccezione rispetto alle decisioni sui rifugiati contenute nella Convenzione di Ginevra del 1951 in quanto riconosce appieno lo stato di rifugiato soltanto ai cittadini europei. A partire dal 2014, a fronte dei sempre più consistenti flussi migratori, il paese ha attivato lo stato di “protezione temporanea” per i profughi siriani in arrivo entro i confini turchi. Tutte le altre nazionalità, invece, hanno in linea teorica la possibilità di fare appello alla Legge sugli Stranieri ma il numero di persone che effettivamente gode delle protezioni offerte è drammaticamente basso a causa delle difficili e contorte procedure e della poca familiarità che la Turchia ha nel trattare problemi umanitari. “Per tutti i profughi di origine non siriana la situazione è molto complessa – afferma la portavoce ECFR – poiché davanti a loro si apre un limbo che offre prospettive molto confuse. Non sappiamo come si comporterà la Turchia”.

Numerosi problemi sono insorti anche in territorio greco a partire da quando, venerdì 1 aprile, il governo ha varato una legislazione utile come base legale che sancisce che il reinvio dei migranti avverrà solo nel momento in cui essi non abbiano presentato regolare domanda d’asilo o nel caso in cui questa sia stata respinta. Ma le autorità greche, nella pratica, non sono ancora riuscite a processare alcuna domanda a causa della loro ingente quantità e della mancanza di personale sul luogo.

Dimitriadi, in particolare, ci ricorda che i rinvii che stanno avendo luogo in questo momento rientrano nella cornice di un accordo firmato già nel 2002 tra Grecia e Turchia mentre, invece, il nuovo trattato del marzo 2016 coinvolge tutta l’Unione soltanto in relazione agli aiuti economici di 3 miliardi di euro che l’Europa ha stanziato alla Turchia e il trattamento uno-a-uno che verrà riservato a 72000 siriani. “Questo significa che le responsabilità per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani durante le operazioni di rinvio dei migranti sono un onere da conferire esclusivamente alla Grecia, non all’intera Unione, che al momento non ha la capacità di controllare propriamente la situazione in maniera diretta” afferma Dimitriadi.

Se la situazione pratica si è dimostrata essere insoddisfacente le linee teoriche dell’accordo Europa-Turchia sembrano porsi sulla stessa linea.

Filippo Scuto, professore di Istituzioni di Diritto Pubblico e Diritto dell’Immigrazione presso l’Università Statale di Milano, ci ha fornito un’analisi tecnica dell’accordo definendolo “molto controverso per diverse ragioni”. Il primo punto del testo afferma infatti che tutti i migranti irregolari che giungono nelle isole greche devono essere rispediti in Turchia ma poche righe dopo, nello stesso punto, si specifica che i migranti irregolari non potranno essere respinti se presentano regolare domanda d’asilo. Solo in seguito ad un’analisi individuale della domanda, e nel caso in cui questa non fosse accettata, il migrante può quindi essere rimandato in Turchia. La Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, agli articoli 18 e 19, è molto chiara nella misura in cui tutela il Diritto d’asilo come diritto fondamentale di ogni persona, rivendica il divieto di non-refoulement (che impedisce di rimandare un cittadino straniero, regolare o irregolare, verso un paese in cui ci siano rischi per la sua incolumità) e vieta le espulsioni collettive di cittadini stranieri che giungono in territori EU. “L’accordo potrebbe essere in contraddizione con questi punti e c’è il rischio concreto per l’Europa di non venire in contro ai suoi obblighi di garanzia del diritto d’asilo” afferma Scuto che, per quanto riguarda l’effettiva messa in pratica delle misure prescritte dall’accordo, ribadisce come sia “fondamentale che ogni domanda d’asilo presentata venga studiata in maniera individuale. Per rispettare le norme di diritto europeo e internazionale le autorità (in questo caso greche o su territorio greco) devono esaminare la condizione individuale della persona e non possono rinviare automaticamente qualcuno senza che che questa procedura sia rigorosamente rispettata”. In concreto, quindi, l’accordo non consente all’Unione di rimandare semplicemente in Turchia tutte le persone che arrivano in Grecia irregolarmente via mare ma la situazione, ad un’analisi tecnica e giuridica, appare molto più complessa.

Per quanto riguarda il trattamento uno-a-uno che sulla carta riguarda 72000 profughi siriani Scuto crede che, nei fatti, esso andrà a toccare un numero molto limitato di persone perché la grande maggioranza di siriani che arrivano sulle coste greche presenterà, probabilmente, domanda di asilo e riceverà protezione internazionale.

A cosa serve allora la norma uno-a-uno? “Dietro a ciò c’è l’idea di creare un ‘corridoio umanitario’ per permettere l’accesso regolare in Europa. Il problema è che ciò viene associato ad un rapporto che implica l’allontanamento di un siriano irregolare che non abbia presentato domanda d’asilo. Questa è un’istanza molto rara”.

La tesi di Scuto è confermata dai fatti se consideriamo che, a titolo di esempio, in data 4 aprile sono stati soltanto due i siriani rimandati in Turchia su più di duecento persone giunte irregolarmente da altri paesi. “La mia sensazione è che in diversi punti l’accordo sia contraddittorio e abbia principalmente l’obiettivo di scoraggiare gli arrivi irregolari via mare dalla Turchia. Se l’intento è certamente comprensibile, le misure pratiche sono poco solide e non sono adeguate alle necessità che richiede l’attuale situazione – continua il docente. – Nell’accordo vi è inoltre la tendenza che l’Unione ha sviluppato, ormai da diversi anni, per esportare al di là dei confini europei la questione del diritto d’asilo. L’esame delle domande è invece un obbligo delle istituzioni europee e degli Stati membri dell’Unione e, quindi, il trattato rappresenta un’ulteriore prova del fallimento delle politiche europee sul diritto d’asilo quali, ad esempio, l’accordo sui ricollocamenti delle domande firmato tra i paesi dell’Unione nel settembre 2015”.

Le modalità teoriche e pratiche dell’accordo tra Europa e Turchia non sembrano essere adatte a gestire una situazione più complicata di come potrebbe apparire e lo sviluppo della crisi dei migranti si profila incerto.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter