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COP22 a Marrakech: inizia il duello con Trump sul clima

Chiusa la conferenza ONU sul clima, il COP22 parte con l'incognita del negazionista Trump

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Ban Ki-moon al summit sul clima di Marrakech, Marocco (Foto ONU)

Se la politica di Donald Trump conducesse davvero l’America fuori dalla civiltà nuova a-fossile che sta nascendo sull’orlo del baratro abientale, la speranza è che si mobilitino le forze della cultura, del volontariato, delle industrie e degli investitori verdi e, in tutti i sensi, “puliti”

Non è difficile immaginare cosa stiano pensando i falchetti che Donald Trump allinea per la sua Casa Bianca, nel leggere il documento finale della ventiduesima sessione della Conferenza delle parti (COP 22) sul clima. “Divertiti abbastanza? Vi faremo vedere noi!”.

Mai questione globale fu più controversa nella cultura politica ed economica americana, quanto quella del cambiamento climatico e del riscaldamento globale. Basti richiamare che ad avviare azioni di contrasto al fenomeno furono due presidenti repubblicani, Donald Reagan e George Bush padre; che durante gli anni del negazionismo di George W., a difendere la causa della lotta al riscaldamento furono i soli democratici; che questi, con le presidenze Obama. avrebbero operato per gli obiettivi di COP21 e gli impegni vincolanti della conferenza di Parigi del 2015.

Donald Trump si dichiara ora ferocemente avverso ad ogni interventismo in materia. Due le citazioni d’obbligo sulla posizione dell’insediando presidente. Il tweet del 6 novembre 2012, rilasciato tra l’ilarità della comunità scientifica internazionale e di ogni persona di senso comune: “The Concept of Global warming was created by and for the Chinese in order to make US manufacturing non competitive”. La rotonda affermazione rilasciata nella campagna elettorale che lo ha portato sul cancello della Casa Bianca: “Queste stronzate molto costose sul riscaldamento globale devono finire”.

Vediamo allora in cosa consistono “queste stronzate” (scusare la citazione colta …), peraltro sostenute non tanto dai cinesi che irritano il futuro presidente, quanto da Nazioni Unite, più di 100 paesi (Stati Uniti inclusi) riuniti a Marrakech, scienziati di ogni latitudine. Affermano che, dalla prima industrializzazione, si sia accumulata nell’atmosfera una massa “innaturale” di anidride carbonica e altri inquinanti, che hanno condizionato l’opera degli agenti atmosferici “naturali” del pianeta Terra, generando la crescita della temperatura globale e il cambiamento del clima. L’accordo di Parigi, sottoscritto anche dall’amministrazione statunitense, impegna gli stati ad operare per far sì che il riscaldamento globale stia ampiamente sotto 2 gradi Celsius rispetto alla temperatura precedente la prima industrializzazione.

La verifica sugli impegni è fatta ogni anno con le concomitanti sessioni della Conferenza delle Parti e della Conferenza delle Parti del protocollo di Kyoto (CMP). A Bab Ighli, Marrakech, Marocco, nel corso di COP22 e CMP12 (8-17 novembre, 2016), sono state comunicate ulteriori “stronzate”. Per influsso umano, nel ventennio 1996-2015, si sono registrati 11.000 eventi estremi, con 3.000 miliardi di danni e 530.000 vittime. In Italia i danni sono stati pari a 2 miliardi di dollari, e le vittime 174. Le responsabilità maggiori ricadono su Stati Uniti e Cina, paesi con più alto numero di emissioni nocive; i danni maggiori su paesi poverissimi o poveri, nell’ordine Honduras, Birmania, Haiti, Nicaragua. L’Italia è venticinquesima nel soffrire danni, diciannovesima considerando il solo 2015.

Si aggiunga, e speriamo che le agenzie abbiano battuto la notizia aggiungendo per errore uno zero, perché è qualcosa di davvero angosciante, che in Artico, non così lontano dagli Stati Uniti caro presidente in pectore, la temperatura al momento supera di 20 gradi la media di stagione.

Alla luce di questi dati e dell’annuncio dato dall’organizzazione meteorologica internazionale che quest’anno la Terra è entrata nella nuova era climatica (v. mio articolo 6 novembre), nonostante le voci di “disarmo climatico” in arrivo dagli uomini che a gennaio prenderanno in mano la politica energetica ed estera degli Stati Uniti, Marrakech ha dato il segnale forte e chiaro di continuità rispetto agli impegni assunti in COP21.

Marrakech clima COP22

Foto ricordo di tutti i partecipanti al vertice sul clima di Marrakech (Foto UNFCCC)

La Marrakech Action Proclamation for Our Climate and Sustainable Development afferma che il processo avviato non potrà essere fermato perché “irreversibile”, come ha dichiarato il presidente francese François Hollande a nome dei cento e più firmatari di COP21.

Ban Ki-moon, segretario generale Onu, ha colto l’occasione per avvertire Trump di togliersi dalla testa che si possa tornare indietro su una questione che riguarda la sopravvivenza del pianeta, non le tasche di petrolieri e costruttori statunitensi: sono già 111 i paesi che hanno ratificato COP21, ed è qui la forza di chi vuole contenere il danno che il riscaldamento sta facendo al pianeta. Nella sessione inaugurale di Marrakech, non ha usato mezzi termini: “Gran parte degli stati che formano gli Usa hanno capito l’importanza di affrontare i problemi legati al cambiamento climatico, sono sicuro che il nuovo presidente non potrà far altro che assumere gli impegni conseguenti. Stati come la California stanno agendo con grande serietà per abbattere le emissioni. Non è più possibile arrestare il processo, ce ne pentiremmo amaramente e comprometteremmo le future generazioni”.

In Italia un commento a botta calda sulla conferenza di Marrakech e su come Trump possa essere messo fuori gioco dalla manifesta volontà della comunità internazionale di non perdere la partita climatica, è stato fatto dalla corrispondente de La Stampa, con l’affermazione, tutta da verificare, che “la maggiore economia mondiale non possa ostacolare lo sviluppo economico del futuro, pena il diventare irrilevante.”.

Più cinica, m al tempo stesso realistica e convincente, la valutazione che nel comunicato finale di Marrakech porta ad affermare che è interesse degli stessi grandi gruppi imprenditoriali impegnarsi nella corsa contro il riscaldamento globale.

La strada, come peraltro rilevano un po’ tutti i commentatori internazionali, resta lunga e irta di ostacoli. Molto verrà detto dal cosiddetto “Dialogo facilitativo” previsto nel 2018.

Lì il gruppo di scienziati climatisti messo su dalle Nazioni Unite (IPCC, International Panel on Climate Change), dovrà esprimersi sugli sforzi che gli stati stanno compiendo per stare nella forchetta 1,5 – 2 gradi di crescita del riscaldamento, considerati comunque insufficienti (da UNFCCC, United Nations Framework Convention on Climate Change, da UNEP, United Nations Environment Programme, oltre che da numerosi studi scientifici). visto che attualmente siamo intorno a 1,2 e gli effetti, come anche qui accennato, sono catastrofici.

IPCC dovrà prendersi la responsabilità di dire la verità e gli stati dovranno necessariamente credergli e seguirne le indicazioni.

Negli Stati Uniti il 2018 sarà anno elettorale di mid-term. Come vorrà giocarsela questa carta Trump? Dirà ai suoi elettori, come sarebbe doveroso: “vi ho preso per i fondelli, vi ho ingannato”? Dirà: “scusate la mia ignoranza, mi sono sbagliato, ho creduto a chi mi ha ingannato, come voi avete creduto a me”? O tirerà dritto, ovvero col fracking e il rilancio del carbone? E cosa faranno allora i milioni di americani (la maggioranza) che non lo hanno votato, i giovani che correvano ad ascoltare Sanders che su questi temi era anche più radicale di Clinton? Per non raffreddare il pianeta, Trump riscalderà l’America, le alzerà la temperatura con ulteriori divisioni e scontri?

E il mondo cosa direbbe ad un’America che tornasse indietro sul clima, infischiandosene dell’amplissima platea di stati che a questo punto dice di essere pronta a rimboccarsi le maniche e pulire la nostra atmosfera?

Stephen Hawking ha affermato qualche giorno fa che prevede la fine della vita sul pianeta surriscaldato entro mille anni, chiamando la scienza a mobilitarsi per il grande trasloco su altro pianeta. Non si fida della saggezza umana, evidentemente, e consiglia di preparare la via di fuga.

Geniale: invece di prendere la ramazza e pulire casa, traslochiamo tutti, cane gatti e canarini inclusi! Ma su! Mr. Trump, si dia da fare di ramazza! Tanto più che ci sono paesi pronti a piani di decarbonizzazione totale, con emissioni zero entro 35 anni, alla metà del secolo. Gli Stati Uniti dispongono già di ottimi studi sulle cose da fare, con tappe algoritmi e tecnologie che consentirebbero di centrare l’obiettivo. Avanti allora, prenda Washington la leadership del movimento di decarbonizzazione del pianeta Terra come i padri britannici degli Stati Uniti, ai loro tempi, assunsero la leadership dei carbonizzatori.

In Europa ci stiamo ponendo con una certa serietà la questione dell’economia circolare. Incredibile che il presidente degli Stati Uniti voglia restare ingabbiato nella preistoria industriale e capitalistica.

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Se la politica repubblicana conducesse davvero l’America fuori dalla civiltà nuova a-fossile che sta nascendo sull’orlo del baratro, la speranza è che si mobilitino le forze della cultura, del volontariato, delle industrie e degli investitori verdi e, in tutti i sensi, “puliti”.

La filantropia in America è ben viva: si farà sentire, come accade nel vecchio continente.

Peraltro, ci sono nazioni e civiltà che, a causa del cambiamento climatico, stanno rischiando letteralmente di scomparire, altre che sono a forte rischio di restare vittime di conflittualità e distruzioni da clima. Molte di esse fanno parte del gruppo dei più vulnerabili, reperibili nel Forum dei Vulnerabili Climatici (CVF): ben 48 nazioni impegnate anche più di altre per emissioni a basso o nullo carbonio.

Paradossalmente, in questa fase, tra le potenze, sembra più impegnata in materia un regime dispotico come quello cinese, che sta spendendo in aiuti sud-sud di decarbonizzazione, rispetto a un paese democratico come gli Stati Uniti.

L’osservazione riguarda anche gli investimenti e gli aiuti di finanza pubblica che vanno in direzione della salvezza dal rischio climatico nei paesi, e come visto sono in genere i più miserandi, che ne soffrono in modo speciale. In quest’ambito, con una punta d’ironia, va inserita l’offerta del ministro per l’ambiente tedesco Barbara Hendricks sul soccorso che l’UE potrebbe dare agli Stati Uniti, compensandone gli eventuali mancati obiettivi anti-fossili.

Lo sguardo su talune buone pratiche evocato da Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, su Il Manifesto può essere, in quest’ambito, piuttosto utile. Il Marocco promette che entro il 2030 il 52% della sua elettricità verrà da energie rinnovabili. Il Brasile ha tagliato un miliardo di dollari di sussidi alle energie fossili. La Cina ha iniziato a salvare i bacini carboniferi e le città industriali dalla coltre di carbonio e sta convertendo alle rinnovabili Yilin nella provincia di Shaanxi, un simbolo della civiltà del carbone.

In quanto all’Italia, come ricorda Onufrio, rispetto ai dati di fine 2015 bisogna raddoppiare l’installazione annuale di impianti eolici e quadruplicare quella di solare e biomasse. Qualunque cosa il governo racconti, fra due anni al “Dialogo facilitativo” dovremo arrivare con i compiti fatti e su questo, stiamone certi, la Commissione Europea non ci farà sconti

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