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SDGs all’ONU: gli obiettivi possibili, le promesse già tradite

Alcuni dati (senza filtri) sui Sustainable Development Goals di cui si discute alle Nazioni Unite

Al di là delle promesse e delle presentazioni, i risultati finora raggiunti a livello globale sono deludenti. A cominciare dal primo degli SDGs: Eliminare la povertà. Nonostante il tentativo di nascondere la situazione reale abbassando la soglia di povertà estrema da 1,5 a 1,2 dollari al giorno, in molte zone del pianeta la povertà è ancora una piaga

Dopo il parziale fallimento dei Millenium Goals, gli Obiettivi del Millennio lanciati dalle Nazioni Unite nel 2000 e sottoscritti e ratificati da quasi tutti i paesi del pianeta, l’ONU ha deciso di aggiustare il tiro e parlare di Sustainable Development Goals, Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile.

Un cambiamento e un ricorso alla “sostenibilità” (introdotta dalla Commissione Bruntland – La Voce di New York ne parlò qui ) necessarie visto che, alla scadenza intermedia dei Millenium Goals (2015) ci si è resi conto che non sarebbe mai stato possibile raggiungere gli obiettivi che ci si era prefissati.

Il progetto è stato quindi abbandonato e sostituito con un “nuovo” programma articolato in diciassette obiettivi.
Di alcuni di questi Sustainable Development Goals, Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, si parla in questi giorni a New York (dal 10 al 17 Luglio). Otto giorni in cui 44 paesi (dodici europei, 14 asiatici, 11 africani e 11 sud americani) rappresentanti da 64 ministri, sottosegretari e deputati, presenteranno a 2484 delegati provenienti da tutto il mondo cosa si sta facendo e, soprattutto, se a differenza di quanto è avvenuto con i Millenium Goals, questi obiettivi sono davvero realistici.

All’ordine del giorno le verifiche previste dal paragrafo 84 dell’agenda del 2030: “regolari revisioni volontarie” dell’agenda del 2030, che includono paesi sviluppati e in via di sviluppo, nonché le entità dell’ONU e altre parti interessate. “Le revisioni verranno condotte a livello statale, coinvolgendo i ministri e altri partecipanti ad alto livello pertinenti e fornendo una piattaforma per i partenariati, anche attraverso la partecipazione di gruppi importanti e di altre parti interessate”.
I controlli in corso a New York riguardano principalmente il gruppo Eradicating poverty and promoting prosperity in a changing world , ovvero: Eliminare la povertà in tutte le sue forme e dovunque (Goal 1. End poverty in all its forms everywhere); Eliminare la fame, garantire la sicurezza alimentare e promuovere una agricoltura sostenibile (Goal 2. End hunger, achieve food security and improved nutrition and promote sustainable agriculture); Assicurare la salute e promuovere il benessere a tutte le età (Goal 3. Ensure healthy lives and promote well-being for all at all ages); Assicurare la parità tra i sessi (Goal 5. Achieve gender equality and empower all women and girls); Costruire infrastrutture affidabili, e promuovere una industrializzazione sostenibile (Goal 9. Build resilient infrastructure, promote inclusive and sustainable industrialization and foster innovation); Garantire un uso sostenibile dei mari e di tutte le risorse marine (Goal 14. Conserve and sustainably use the oceans, seas and marine resources for sustainable development).

Tra i paesi chiamati a rendere conto dello stato dell’arte anche l’Italia che ha parlato di “partecipazione italiana a tutte le principali forme delle Nazioni Unite e internazionali” e di “piena consapevolezza della dimensione globale di questa sfida”. Per passare poi a promesse generiche (“sta promuovendo attivamente Agenda 2030 e le sue SDG anche nell’ambito della sua attuale presidenza del G7”), ma senza mai fornire dati e prove concrete dei risultati raggiunti.

Altri paesi hanno fatto anche peggio. Il Belgio, ad esempio, ha presentato un report decorato con i puffi ma che in molti casi non ha fatto altro che confermare gli scarsi risultati: Indice di Gini in aumento negli ultimi anni, povertà praticamente costante così come la percentuale di adulti obesi…

Il Brasile non ha fatto di più: ha dovuto ammettere che, nell’ultimo periodo, la povertà è tornata ad aumentare e che la concentrazione dei terreni agricoli in poche mani non ha fatto altro che peggiorare la situazione.

Anche l’India, apparentemente tra i paesi che hanno presentato i cambiamenti più rilevanti, non è andata molto oltre: stando al rapporto presentato, se è pur vero che molto è stato fatto per ridurre la povertà, è anche vero che solo il 70 % delle abitazioni rurali costruite dallo stato dispone di una quantità minima di acqua potabile (40 litri a persona al giorno, ovvero la soglia minima ritenuta necessaria per la sopravvivenza). Le altre nemmeno questo. E a conferma che la strada è ancora lunga e piena di ostacoli il fatto che la “Tendulkar line” (così definita dal famoso economista Suresh Tendulkar) raggiunge ancora livelli preoccupanti.

In molti altri paesi, quelli meno sviluppati, i risultati presentati sono stati deludenti. In Nigeria, ad esempio, più del 60 per cento della popolazione vive in condizioni di povertà, meno del 70 per cento delle abitazioni è collegata a servizi essenziali come l’acqua potabile, la percentuale di popolazione che ha difficoltà a ricevere fonti alimentari è superiore al 25 per cento e i valori di tubercolosi, malaria, epatite e altre malattie sono tra i più elevati al mondo.

La verità è che al di là delle promesse e delle presentazioni, i risultati finora raggiunti a livello globale sono deludenti. A cominciare dal primo: Eliminare la povertà. Nonostante il tentativo in extremis di ridurre i danni e di nascondere la situazione reale abbassando la soglia di povertà estrema da 1,5 a 1,2 dollari al giorno, in molte zone del pianeta la povertà è ancora una piaga: “Il 42% delle persone dell’Africa subsahariana sopravvive in condizioni di estrema povertà”. Ancora nel 2016 “solo il 45 per cento della popolazione mondiale è aiutato da un sistema di protezione sociale e la copertura varia ampiamente da paesi e regioni”. Secondo il segretario generale delle NU, costruire la resilienza dei poveri e rafforzare la riduzione del rischio di disastri è una strategia di sviluppo fondamentale per porre fine alla povertà estrema nei paesi più afflitti. Una conferma se mai ce ne fosse bisogno che i flussi di migranti provenienti dall’Africa non fugge da conflitti armati, ma principalmente da condizioni di vita insostenibili.

Ma anche in paesi sviluppati, la situazione non sta migliorando, anzi: in Italia, solo pochi giorni fa sono stati diffusi i dati dell’ISTAT che confermano che nel 2016 4 milioni e 742mila individui, ovvero il 7,9% dell’intera popolazione, vivono in povertà assoluta; un milione e 619mila famiglie, pari al 6,3% di quelle residenti in Italia.

Passando all’obiettivo 2, Eliminare la fame, garantire la sicurezza alimentare e promuovere una agricoltura sostenibile, secondo le Nazioni Unite “nel 2016, circa 155 milioni di bambini sotto i 5 anni di età sono “storditi” (il loro livello di crescita è troppo basso per la loro età, risultato di una malnutrizione cronica)”. “52 milioni di bambini sotto i 5 anni di età hanno subito perdite. Il tasso globale di perdita nel 2016 è stato del 7,7 per cento, con il tasso più alto (15,4 per cento) nell’Asia meridionale”. Per contro a causa della cattiva alimentazione e della diffusione di politiche commerciali sbagliate (ma che nessuno combatte) “sovrappeso e obesità hanno colpito 41 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni in tutto il mondo (6%) nel 2016”. Un pericolo che rischia di diventare incontrollabile nei prossimi anni e che già oggi causa più malattie della malnutrizione.

A contribuire a questo stato di cose la cattiva gestione delle risorse agricole: mentre la valutazione di fenomeni come l’impronta idrica dell’acqua è ancora una mera chimera, in molti paesi del mondo cominciano a farsi sentire gli effetti (negativi) dell’uso degli OGM e del ricorso a prodotti nocivi e controversi come il glifosato.  Nonostante lo sforzo dell’ONU per mantenere la diversità genetica delle piante e degli animali, cruciale per l’agricoltura e la produzione alimentare a “febbraio 2017, il 20% delle razze locali è stato classificato a rischio”.

Per l’obiettivo 3, Ensure healthy lives and promote well-being for all at all ages, le stesse Nazioni Unite hanno ammesso che lo stato di cose è ben peggiore di quanto si sperava: “il rapporto globale di mortalità materna è stato pari a 216 morti materne per 100.000 nascite vive. Il raggiungimento dell’obiettivo di meno di 70 morti materne entro il 2030 richiede un tasso annuo di riduzione di almeno il 7,5 per cento, più che raddoppiato del tasso annuo di progresso realizzato dal 2000 al 2015”.

Sono stati fatti grandi progressi nella lotta ad alcune malattie come l’HIV. In compenso sono stati segnalati 10,4 milioni di nuovi casi di tubercolosi in tutto il mondo. Ancora nel 2015, 1,6 miliardi di persone hanno richiesto un trattamento maschile o individuale e una cura per le malattie tropicali trascurate. Sono circa 1,34 milioni i morti per epatite, compreso quasi un milione di morti per l’epatite B, una malattia prevenibile tramite vaccinazioni. a questo si aggiungono altri numeri. L’uso di tabacco e alcool causa un numero di morti superiore a quello di quasi tutte le epidemie messe insieme. La Convenzione quadro del controllo del tabacco dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) è stata ratificata da 180 parti, che rappresentano il 90% della popolazione mondiale. Ma a questo non è seguito nessun divieto assoluto e i morti continuano ad aumentare. E, in paesi come l’Italia, il loro numero è infinitamente maggiore rispetto ai morti causati da malattie infantili come il morbillo. Ma mentre di queste si parla praticamente ogni giorno, nessuno si preoccupa di fare qualcosa per evitare tra 70.000 e 83.000 decessi l’anno (oltre il 25% dei quali tra i 35 ed i 65 anni di età), settecentomila in Europa, oltre sei milioni nel mondo.

Anche l’inquinamento atmosferico interno ed ambientale costituisce un rischio per la salute ambientale. “In tutto il mondo, nel 2012, l’inquinamento dell’aria domestica dalla cottura con combustibili impuri o tecnologie inefficienti ha portato a circa 4,3 milioni di morti, mentre l’inquinamento atmosferico dell’ambiente dal traffico, dalle fonti industriali, dalla combustione dei rifiuti o dalla combustione dei combustibili residenziali ha causato circa 3 milioni di morti”, dice il rapporto dell’ONU sui Sustainable Development Goals.
Ma di questi morti i rapporti preferiscono non parlare.

Per l’Obiettivo 5: Realizzare l’uguaglianza di genere e potenziare tutte le donne e le ragazze. Sono le stesse Nazioni Unite ad ammettere che “Il raggiungimento dell’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne e delle ragazze richiederanno sforzi più vigorosi, inclusi i quadri giuridici, per contrastare profondamente la discriminazione basata sul genere che spesso deriva da atteggiamenti patriarcali e da norme sociali connesse”. Sforzi che sarà difficile compiere dopo che a far parte della Commissione per i diritti delle donne dal 2018 al 2022 sono stati messi paesi come Congo, Ghana, Kenya Arabia Saudita, Ecuador, Haiti e Nicaragua. La disuguaglianza di genere persiste in tutto il mondo, privando le donne e le ragazze dei loro diritti e opportunità fondamentali”.

La violenza contro le donne e le ragazze è ancora troppo diffusa: a confermarlo sono i dati delle Nazioni Unite basati sulle “indagini condotte tra il 2005 e il 2015, in 52 paesi”, che indicano “che il 21% delle ragazze e delle donne di età compresa tra 15 e 49 anni è stata vittima di violenza sessuale da parte di un partner nei 12 mesi precedenti”. “Inoltre, il traffico di esseri umani colpisce sproporzionatamente le donne e le ragazze”. Un problema che solo raramente viene affrontato quando si parla di migranti. Una delle piaghe sociali del secolo che né l’ONU né tanto meno i paesi sviluppati dell’Unione Europa sono riusciti a risolvere: nel Mar Mediterraneo tutto è stato lasciato nelle mani del governo italiano (come dimostrano gli ultimi incontri di Tallin).

Donne, ma a volte bambine che spesso diventano vittime di prostituzione o che vengono concesse in sposa contro il loro volere: nel mondo, la percentuale delle donne di età compresa tra i 20 ei 24 anni che hanno riferito di essere sposate prima del loro diciottesimo compleanno è ancora del 26% (2015, dati UN). In alcune regioni dell’Asia meridionale e dell’Africa subsahariana i matrimoni di ragazze al di sotto dei 15 anni raggiungono percentuali altissime (tra il 16 e l’11%). Almeno 200 milioni di bambine e ragazze sono state vittime della “pratica dannosa della mutilazione / taglio genitale femminile”: “oggi, nei 30 paesi, per i quali erano disponibili dati, circa 1 su 3 ragazze di età compresa tra 15 e 19 anni sono state sottoposte a queste pratiche”.

Per l’Obiettivo 9, Costruire infrastrutture resilienti, promuovere un’industrializzazione inclusiva e sostenibile e promuovere l’innovazione, le uniche infrastrutture che costruite di gran carriera nell’ultimo periodo sono i muri per fermare i flussi di migranti da un paese all’altro. In Europa, del Trattato di Schengen ormai rimane molto poco. E così in America dove del rafforzamento del muro tra USA e Messico, lo stesso presidente Trump ha fatto uno dei cavalli di battaglia durante le presidenziali.

Anche le promesse di ridurre le emissioni grazie alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili ancora oggi oltre il 70 percento dell’energia viene prodotta con fonti combustibili fossili e tra queste la più utilizzata sembra essere la più inquinante il carbone. come ha confermato il rapporto BP Energy Outlook 2016, la quota di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili pure si limita al 15,2%.

Se da un lato è vero che i dieci maggiori paesi produttori hanno visto diminuire le emissioni, dall’altro è pur vero che molti paesi sottosviluppati o in via di sviluppo hanno aumentato esponenzialmente i consumi energetici. Il risultato è che a “livello globale dell’intensità delle emissioni, tuttavia, poiché una quota significativa del valore aggiunto mondiale di produzione è passata a paesi con livelli di intensità generalmente più elevati”. (fonte Report of the Secretary-General, “Progress towards the Sustainable Development Goals”, E/2017/66).

Ultimo tra gli obiettivi da discutere il 14, riguardante mari e oceani: qui “le tendenze globali indicano il persistente deterioramento delle acque costiere a causa dell’inquinamento e dell’eutrofizzazione (eccessive sostanze nutritive nell’acqua, spesso frutto della fuoriuscita di terra, che provoca una crescita vegetale densamente elevata e la morte della vita animale dalla mancanza di ossigeno). Tra i 63 grandi ecosistemi marini valutati nell’ambito del programma di valutazione delle acque transfrontaliere, il 16 per cento degli ecosistemi si trovano nelle categorie di rischio “elevate” o “più alte” per l’eutrofizzazione costiera. Si trovano principalmente in Europa occidentale, Asia meridionale e orientale, e il Golfo del Messico”. E “L’acidificazione dell’oceano è strettamente legata agli spostamenti della chimica del carbonio delle acque, che possono portare ad un significativo indebolimento delle conchiglie e degli scheletri di molte specie marine (come coralli di costruzione di barriere e molluschi sgusciati)”. (Fonte Report of the Secretary-General, “Progress towards the Sustainable Development Goals”, E/2017/66).

Una situazione grave e soprattutto l’ennesima conferma che gli accordi per la tutela dell’ambiente e delle risorse della Terra non sono quasi mai rispettati. E la paura che anche i Sustainable Development Goals possano fare la file dei Millenium Goals si fa ogni giorno sempre più concreta.

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