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ONU: tra palestinesi e israeliani continua il rimpallo delle responsabilità

Accuse reciproche all'ONU tra Israele e Palestina: la risoluzione è lontana ma a Gerusalemme si continua ad uccidere

Il Consiglio di Sicurezza ONU (Foto ONU: Kim Haughton)

Dopo la rimozione dei metal detector a Spianata delle Moschee, da parte di Israele, lo scontro si inasprisce. Per l'ambasciatore della Palestina Rivad Maunsour "l'ONU deve essere mediatore di pace e fermare la carneficina compiuta da Israele". Per il suo omologo israeliano Danny Danon: "I palestinesi sono incoraggiati a uccidere gli israeliani innocenti"

Il conflitto Israele-Palestina s’inasprisce, le posizioni si fanno sempre più nette e reciprocamente avverse, ammesso che sia possibile, e dall’uno e dall’altro versante si attacca il “nemico”. Al centro c’è l’Onu e il suo ruolo d’intermediazione volto alla pace. A latere l’America che forse potrebbe e dovrebbe fare di più. Sono questi gli elementi emersi dall’ultima riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di Martedì 25 luglio, resasi necessaria a pochi giorni dai fatti di sangue di Gerusalemme dello scorso 21 luglio. Un incontro, quello nella gremita sala dell’Onu di New York, che ha visto alternarsi gli interventi degli ambasciatori palestinese Rivad Mansour ed israeliano, Danny Danon, anticipati dall’intervento dell’inviato dell’ONU, il russo Nickolay Mladenov che ha sottolineato come sia “estremamente importante che venga trovata una soluzione alla crisi entro venerdì”, giornata di preghiera e papabile sede di nuovi scontri. Anche perché la recente escalation “ha il potenziale di avere conseguenze catastrofiche ben oltre le mura della città vecchia, ben oltre Israele e Palestina, ben oltre il Medio Oriente stesso”. Ma veniamo ai due eterni rivali, ai due popoli in conflitto da decenni, in una guerra fatta di vittime civili e di innumerevoli tentativi di pace. Tutti miseramente falliti. Interventi molti forti, entrambi quelli di Mansour e Danon, entrambi mirati a difendere l’operato della propria nazione, dei propri connazionali pur nel paradosso di una nazione i cui confini non sono di fatto definiti né tantomeno definibili, allo stato attuale. Di certo c’è che la situazione è drammaticamente arrivata a soglie d’intollerabilità tali che non fare nulla per fermare il conflitto equivale quasi a rendersene complici, indipendentemente dall’idea di sostenere l’una o l’altra fazione.

Per l’ambasciatore palestinese Mansour l’ONU ha il diritto-dovere di giocare fino in fondo il suo ruolo di mediatore di pace in virtù della “carneficina compiuta ai danni del popolo palestinese da Israele… Sono chiare le responsabilità di questo Consiglio, secondo la Carta, ad agire per promuovere una soluzione a questo conflitto, che continua ad influenzare la pace e la sicurezza internazionali. Eppure continuiamo a fronteggiare le tragiche conseguenze di questa occupazione illegale e il rapido deterioramento su tutti i fronti e l’assenza di un orizzonte politico credibile per porre fine all’occupazione, alla fine di questa ingiustizia e alla realizzazione dei diritti dei popoli palestinesi”. Diritti che, ancora secondo Mansour, Israele ignora, anzi calpesta continuamente soprattutto dopo la questione della sorveglianza ai luoghi sacri di preghiera per i palestinesi stessi (su cui Israele è poi tornata sui suoi passi) e andando oltre, sino all’uccisione dei palestinesi “indifesi e disarmati”. L’appello dello Stato della Palestina all’ONU è dunque quello di “obbligare” Israele al rispetto dell’ultima risoluzione ONU del dicembre 2016, la 2334, che impedisce di fatto la colonizzazione indiscriminata di Gerusalemme. Risoluzione faticosamente digerita prima e – secondo lo Stato di Palestina – ignorata platealmente poi, da Israele stessa.

L’ambasciatore dello Stato Palestinese Rivad Maunsour durante il suo intervento (foto ONU: Kim Haughton)

È interessante ora in senso opposto, sottolineare come i diritti calpestati di quel popolo “indifeso e disarmato” posti all’attenzione dallo Stato della Palestina, siano di fatto al centro dell’intervento anche di Israele: per Danny Danon infatti, è il popolo israeliano la “vittima” di quegli attacchi palestinesi a civili innocenti, vittime, dice con veemenza, di un terrorismo figlio di uno stato che di fatto premia i suoi assassini: “I palestinesi sono radicalizzati e incoraggiati a uccidere gli israeliani innocenti nel sangue freddo. Non è un segreto che i palestinesi hanno costruito un’industria d’incitamento. Quanti più innocenti saranno uccisi? Quanti altri terroristi saranno pagati per uccidere? E con quante migliaia di dollari (…) saranno ricompensati? Questo incitamento, questa cultura dell’odio, questa glorificazione del terrore deve finire ora”. Dollari che, sostiene Danon, verrebbero dalla non meglio specificata “comunità internazionale”, colpevole di aver permesso quasi il 30% degli aiuti esteri, intesi a sostenere il benessere palestinese per sponsorizzare “i soldi sporchi di sangue”. Sui diritti che per lo Stato della Palestina sono negati ai palestinesi stessi, Israele punta la forza del suo Governo che quei diritti invece li difende e li diffonde, a tutti, palestinesi compresi e da qui l’appello all’ONU per lavorare insieme e “per porre fine a questo sfruttamento volgare degli aiuti internazionali. Difendiamo i palestinesi e garantiamo loro di insegnare ai loro figli a cercare la pace. Solo allora vedremo la possibilità di una vera pace nella nostra regione”.

L’ambasciatore di Israele Danny Danon durante il suo intervento (foto ONU: Kim Haughton)

Due facce della stessa insanguinata moneta, quelle espresse dai due ambasciatori sul cui sfondo resta la delicata questione dei rifugiati palestinesi nella striscia di Gaza: quei 2 milioni di uomini, donne e bambini senza diritti, apolidi che, per lo Stato della Palestina sono sotto il blocco illegale di Israele, per Israele sono gli incitatori del terrore stesso.

Ai due accesi interventi è seguito quello dell’ambasciatrice americana Nikki Haley, che di fatto si è limitata ad affermare che gli USA supportano l’idea che “tutte le parti dovrebbero lavorare per destabilizzare le tensioni” in Israele. Ma dopo aver ascoltato ciò che Mladenov ha chiesto, ha deciso di non parlare del tema del giorno. Invece, si è concentrata sul sostegno dell’Iran di Hezbollah, il gruppo militante islamico Shi’a e partito politico con sede in Libano. L’ambasciatrice ha condannato le azioni di Hezbollah e ha criticato la missione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) per la loro mancanza di raccolta di dati affidabile e investigativa.

A sedere nel Consiglio, l’Italia, che ha parlato attraverso il Vice Rappresentante Permanente presso le Nazioni Unite, Inigo Lambertini: “Riteniamo che una pace giusta e duratura tra Israele e la Palestina debba basarsi sulla soluzione dei due Stati, come l’unico obiettivo raggiungibile dei negoziati diretti tra le due parti. Molti ostacoli devono essere superati sulla strada per la pace. Tra di loro, la violenza, confermata tristemente dagli eventi più recenti che ho allusione a prima, e gli insediamenti meritano una particolare considerazione”. E’ intervenuta anche l’Europa, soprattutto su Gaza: “L’UE segue con grande preoccupazione la situazione di peggioramento a Gaza, con conseguenze devastanti per i civili – in particolare donne e bambini. L’UE invita tutte le fazioni palestinesi e Israele ad affrontare le esigenze della popolazione palestinese che non devono essere detenute in ostaggio alle divisioni politiche. Apprezziamo gli sforzi dell’ONU e dell’Egitto per mediare e per fornire e facilitare la fornitura di assistenza umanitaria e carburante alla Striscia di Gaza”.

Ma alla fine le attese maggiori per una soluzione ce le si aspetta dall’America, con un intervento più incisivo o almeno concentrato sui fatti del giorno al centro della riunione stessa. Nulla di fatto. E intanto mentre le parole, contrapposte, si sprecano, le vite, reali, si perdono. Dall’una e dall’altra parte del conflitto.

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