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Libano, nel voto sulla missione UNIFIL l’Italia tira le orecchie ai “Big” ONU

Passata all'unanimità, nel pomeriggio di mercoledì 30 agosto, la risoluzione 2373 che prevede il rinnovo della missione in Libano fino al 31 agosto 2018

Il voto del Consiglio di Sicurezza sul rinnovo della missione UNIFIL in Libano, mercoledì 30 agosto 2017 (Foto ONU: Manuel Elias)

La missione UNIFIL appena rinnovata, da ormai più di dieci anni cerca di trovare l'equilibrio in una regione complicata, divisa tra Israele ed Hezbollah. Ma all'Italia non basta: "Come rappresentante del Paese con il più ampio contributo alla missione, assieme all’Indonesia, avremmo sperato in negoziati più inclusivi", ha detto l'ambasciatore Cardi

Dopo tante parole, critiche, dubbi e discussioni, mercoledì 30 agosto il Consiglio di Sicurezza si è espresso all’unanimità: la missione UNIFIL in Libano è stata rinnovata fino al 31 agosto 2018. Il fronte libanese, che da più di dieci anni si trova nel mezzo di due fuochi, Israele da una parte ed Hezbollah dall’altra, è uno dei più caldi tra quelli gestiti dalle Nazioni Unite. È anche, però, uno dei più silenziosi, uno di quelli di cui il mondo e i media spesso si dimenticano. Non più tardi di due mesi fa, il Capo di Stato Maggiore della Difesa italiana Claudio Graziano, ex comandante UNIFIL e all’ONU per un incontro istituzionale, aveva elogiato l’equilibrio trovato in Libano grazie anche al lavoro dei caschi blu italiani. Un equilibrio che ad esempio sta permettendo, per ora, a questo Paese di 4 milioni di abitanti sospeso nel Medio Oriente, di far fronte a un flusso migratorio enorme dalla Siria, di circa 2 milioni di persone.

La missione UNIFIL, da ormai più di dieci anni, cerca di trovare l’equilibrio in un Paese difficile, mattoncino dopo mattoncino. Ma c’è a chi questo non basta. Come all’ambasciatrice USA Nikki Haley, che negli ultimi mesi non ha perso occasione per esprimere dubbi e rilevare critiche relative alla risoluzione 1701 in Libano. Non per la risoluzione in sé, quanto per il mancato rispetto della stessa da parte di Hezbollah, rea, secondo Haley, di far circolare armi illegali nel Paese nonostante la risoluzione lo vieti.

Nel pomeriggio di mercoledì 30 agosto anche gli Stati Uniti hanno votato a favore alla risoluzione 2373, sul rinnovo della missione UNIFIL. Ma l’ambasciatrice Haley non ha perso nemmeno quell’occasione per dire che cosa, secondo lei, non va: “Lo status quo di UNIFIL non era accettabile e non lo abbiamo accettato. Questa risoluzione richiede che UNIFIL rafforzi i suoi sforzi in un momento in cui Hezbollah intensifica i propri. Le azioni passate di Hezbollah ci dicono cosa farà in futuro. Hezbollah – ha concluso Haley – ha terrorizzato le persone in Libano, ha terrorizzato i cittadini della Siria, in linea con l’attività criminale del regime di Assad. Hezbollah si è impegnata in azioni terroristiche ben oltre il Medio Oriente”.

A votare a favore della risoluzione 2373 anche l’Italia. Che però non ha fatto mancare nella sua dichiarazione di voto, attraverso le parole dell’ambasciatore Sebastiano Cardi, una tirata d’orecchie a tutti i “Big” del Consiglio (Min 16:16 del video). Perché va bene l’approvazione della risoluzione, ma il metodo di lavoro da qui in avanti non può più essere lo stesso, secondo Cardi, e questo l’ambasciatore lo ha fatto capire molto chiaramente: “Voglio concludere con un breve commento riguardo il metodo di lavoro di questo Consiglio. Come membro del Consiglio di Sicurezza, come rappresentante del Paese con il più ampio contributo nella missione UNIFIL assieme all’Indonesia e come Paese che ha espresso tre degli ultimi cinque comandanti della missione, avremmo sperato in negoziati più inclusivi. Come membro eletto di questo Consiglio, l’Italia attribuisce grande importanza a questi principi”.

La tirata d’orecchie di Cardi non è finita qui: “Dobbiamo fare di più per tutti noi per raggiungere metodi di lavoro che possano servire al meglio il nostro scopo comune: il Consiglio di Sicurezza – ha concluso – deve sempre ricordare di tenere debitamente conto dei punti di vista dei Paesi che contribuiscono alle truppe, i cui uomini e le donne stanno realmente rischiando la loro vita sul terreno”.

  • Gregorio Willy

    Non concordo con l’articolo. La missione in Libano fu varata per due ragioni. La prima era di evitare che Israele, per difendersi dagli hezabollah, invadesse il Libano. Il secondo obbiettivo era il disarmo e l’impedire il riarmo degli hezabollah. Il primo obbiettivo era oggettivamente più facile, ovvero Israele attacca solo per difendersi. Il secondo obbiettivo purtroppo non è stato centrato. Gli Hezabollah sono più armati che mai. Inutile dire sciocchezze, perfino in rapporti ufficiali Unifil, sta scritto che sono stati intercettati carichi di armi, che non sono stati sequestrati. Quindi la missione Unifil è stata un mezzo fallimento. È come al solito il nostro paese demagogicamente si vuole assumere meriti, mentre nella realtà abbiamo sbagliato a fare questa missione. Abbiamo rimandato una guerra che quando scoppiera’ nel 2018 sarà più terribile che mai, gli hezabollah saranno super armati proprio grazie alla mancata vigilanza e al pessimo lavoro dell’Unifil. Siamo stati complici, in cambio del mancato attacco ai nostri militari, del fortissimo riarmo del l’organizzazione terroristica hezabollah.

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