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Lavrov all’attacco delle indagini USA sul Russiagate: peggio dello stalinismo

Durante la conferenza stampa dell'ONU, le risposte taglienti del Ministro degli Esteri della Russia ai giornalisti

Il Ministro degli Esteri russo, Sergey V. Lavrov, durante la conferenza stampa (Foto ONU: Manuel Elias)

Sergej Lavrov al Palazzo di Vetro risponde alle domande su Nord Corea, Trump e le indagini statunitensi relative al Russiagate (paragonate alle "purghe" di Vysinskij). A una domanda de La Voce di New York sulla situazione in Libia, invece, dà fiducia all'inviato speciale ONU Ghassan Salamé, ma rivanga il passato: "L'instabilità nella regione portata da chi voleva Gheddafi morto"

Una tirata d’orecchie alle “teste calde” in conflitto in Corea del Nord, una frecciatina esplicita al sistema giudiziario statunitense e una risposta, lunga e articolata, a La Voce di New York sulla Libia. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha incontrato, nella giornata di venerdì 22 settembre, i giornalisti alle Nazioni Unite, a margine dell’Assemblea Generale ONU. E nel farlo, con il suo tipico atteggiamento esplicito ma mai arrogante, pacato ma al tempo stesso deciso, Lavrov ha espresso le posizioni della Russia sui fronti più caldi.

Innanzitutto su quello nord-coreano, nel quale è in corso una profonda crisi diplomatica tra Washington e Pyongyang, che potrebbe portare a risvolti drammatici per il mondo intero: “Il lancio dei missili da parte della Corea del Nord è inaccettabile, ma al tempo stesso è anche inaccettabile iniziare una guerra nella penisola coreana: credo che in questo momento abbiamo bisogno di calmare le teste calde”, ha detto Lavrov. Con un chiaro, duplice riferimento: da una parte, certo, il dittatore Kim Jong Un, ma dall’altra anche il presidente USA Donald Trump, che martedì 19 settembre non ha esitato a dire in Assemblea Generale ONU che, se necessario, gli Stati Uniti potrebbero non avere scelta di “distruggere totalmente la Corea del Nord”. In questo contesto, secondo il Ministro degli Esteri russo “è importante il ruolo delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza” che dovrà continuare a prendere “decisioni razionali e non emozionali”. Invitando, magari, anche la stessa Corea del Nord. Perché è vero, per quelle che sono le condizioni politiche e diplomatiche del momento, ad oggi è impensabile che possa esserci un intervento della missione nord coreana al Consiglio di Sicurezza. Ma forse, in futuro, potrebbe essere utile per ristabilire gli equilibri. Anche perché tecnicamente, che la Corea del Nord si presenti al Consiglio di Sicurezza per rispondere delle sue azioni, invitata dai membri del Palazzo di Vetro, lo prevederebbe la stessa Carta dell’ONU. Una giornalista ha chiesto proprio questo al Ministro e Lavrov, spiazzando molti in sala, ha dato candidamente ragione alla cronista.

Non solo Nord Corea, comunque. Sono stati numerosi i temi su cui Lavrov ha espresso la sua posizione. E tra gli argomenti principali, a riemergere sono stati anche i rapporti tra USA e Russia e il “Russiagate”, del quale il mondo sembra essersi improvvisamente dimenticato dopo che per settimane era stato al centro delle cronache. Lavrov ha ammesso che “le relazioni tra USA e Russia sono ancora in difficoltà”, soprattutto per “le conseguenze dell’operato della precedente amministrazione”, guidata da Barack Obama. Ma sulle indagini in corso per i presunti rapporti tra il Cremlino e la famiglia Trump, il Ministro russo ha punzecchiato il sistema degli eterni rivali americani: “Non abbiamo visto nemmeno una singola prova di eventuali interferenze sul risultato delle elezioni” ha detto. E poi ha citato a sorpresa Andrej Januar’evic Vysinskij, il Ministro di Josif Stalin, famoso per le sue “purghe” contro i nemici dell’Unione Sovietica: “Penso che nemmeno Vysinskij avrebbe utilizzato le accuse come prove, cosa che invece sembra valere oggi”, ha dichiarato tra il serio e il faceto Lavrov.

Il Ministro si è concentrato molto, nella conferenza stampa, su un altro tema: la Libia. Da questa 72esima Assemblea Generale ONU è trasparso un cauto ottimismo sulle sorti del fronte libico, e certamente è stata confermata la fiducia all’inviato speciale delle Nazioni Unite Ghassam Salamè, che ha evidenziato come uno dei problemi della Libia sia rappresentato, oggi, da chi sostiene lo status quo. A una domanda de La Voce di New York sulla posizione della Russia, Lavrov, nella sua lunga ed esaustiva risposta, si è concentrato quasi più sul passato che sul presente, togliendosi qualche sassolino dalla scarpa. “Per mantenere la stabilità nella regione, sarebbe bastato che qualcuno non sconvolgesse l’intera area solo perché voleva uccidere Gheddafi” ha detto, evidenziando la necessità dopo le primavere arabe di capire insieme, oggi, “quale sia il nemico comune contro cui combattere”. E ha ribadito la fiducia all’inviato speciale Salamè (“Sta dando un grande contributo”), dopo il fallimento diplomatico dei suoi due predecessori. Mentre sul futuro della regione libica e sulla prospettiva di nuove elezioni, Lavrov a La Voce di New York ha chiarito: “La Libia è un Paese difficile che non ha mai avuto partiti politici”, quindi “quando si parla di elezioni il fatto che il Paese sia strutturato in tribù, è un aspetto che non bisogna dimenticare”.

Pienamente soddisfatti dalla risposta del Ministro, a La Voce di New York non è stato però possibile fare un follow-up, per chiedere se questa struttura politica basata su tribù più che su partiti potrebbe portare, un giorno, alla divisione della Libia in più Stati.

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