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Myanmar: Annan all’ONU predica quiete, quando ancora c’è tempesta

L'inviato speciale delle Nazioni Unite in Myanmar Kofi Annan riferisce al Consiglio di Sicurezza a New York, sulla tragedia umanitaria dei rohingya

Rohingya in fuga arrivano al confine tra Bangladesh e Myanmar, al villaggio di Anzuman Para, Palong Khali, Bangladesh (Foto: UNHCR/Roger Arnold)

Al Palazzo di Vetro di New York, l'ex Segretario Generale ONU presenta la sua relazione sul Myanmar mostrando cauto ottimismo, dichiarando che le parti sono più disposte ad ascoltarsi e auspicando una risoluzione del Consiglio di Sicurezza al più presto. Ma la situazione rimane drammatica: la persecuzione dei rohingya continua e il dramma rimane vivo

Il Segretario Generale Antonio Guterres lo aveva chiesto in modo chiaro, con una lettera formale alla vigilia della 72esima Assemblea Generale. E a cavallo tra i mesi di settembre e ottobre, quel monito è diventato realtà. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU continua a occuparsi della tragedia umanitaria in Myanmar, dove più di 500mila persone, appartenenti alla minoranza musulmana dei rohingya, sono oggetto di una pesante persecuzione da parte del governo birmano. Una situazione drammatica, inaspritasi in estate e ancora irrisolta.

Nella giornata di venerdì 13 ottobre, al Palazzo di Vetro di New York, il Consiglio di Sicurezza ha ascoltato la relazione dell’inviato speciale ONU Kofi Annan. In una seduta a porte chiuse, l’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite ha mostrato cauto ottimismo, spiegando che il governo birmano sembra sia oggi più disposto ad ascoltare rispetto alle settimane precedenti. Annan ha auspicato una risoluzione del Consiglio di Sicurezza “che solleciti il governo a fare passi in avanti nel concreto e a creare le condizioni che permettano ai rifugiati di tornare nelle loro case con dignità e in sicurezza”, senza quindi che vengano “fatti tornare nei campi” in cui si trovano oggi al confine con il Bangladesh. Ma ha anche detto che le parti sono più disposte a parlarsi rispetto alle ultime settimane.

Aung San Suu Kyi – la premio Nobel per la pace 1991, in passato lei stessa oggetto di persecuzione da parte del governo birmano all’epoca, oggi leader invece del governo accusato di essere responsabile della tragedia umanitaria in corso – ha presentato, proprio nelle ore in cui Annan ha riferito al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, un piano per aiutare la minoranza rohingya. Un’operazione che sembra vada nella stessa direzione espressa dall’inviato speciale, che però non risolve ancora una situazione che rimane grave.

È da tanto tempo, del resto, che in Myanmar aleggia l’ombra del genocidio: già nel marzo del 2016, il contesto faceva presagire le peggiori conseguenze. Un anno e mezzo dopo, il dramma non è finito. E mentre non si capisce se i militari del Myanmar saranno davvero flessibili al compromesso, come Annan ha fatto trasparire, il Consiglio di Sicurezza continua a valutare la necessità di votare un Presidential Statement o una risoluzione. Tre le possibili richieste: la fine delle ostilità, l’approvazione di una missione umanitaria da parte dell’ONU e l’accesso alle cure umanitarie per un ritorno sicuro dei rohingya nelle loro case. I dubbi, comunque, continuano. E la domanda sorge spontanea: ammesso che il ritorno avverrà in condizioni dignitose, con quale serenità la minoranza musulmana potrà mai tornare nel luogo da cui è scappata, il Myanmar, per non essere trucidata?

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