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Repubblica Centrafricana, nuovo Ruanda? Guterres va prima che sia troppo tardi

Il segretario Generale Onu Antonio Guterres annuncia il suo viaggio in Repubblica Centrafricana, da un decennio terra di massacri e violenze

Il segretario Generale dell'ONU Antonio Guterres annuncia la sua partenza per la Repubblica Centroafricana

Antonio Guterres la prossima settimana sarà in Repubblica Centrafricana. Una visita non più posticipabile per il Segretario Generale dell'ONU, perché il Paese, ormai da almeno un decennio, è terra di violenze e massacri. Dove un conflitto inizialmente politico e geografico è divenuto, nel tempo, interreligioso, finendo per assomigliare a uno dei grandi drammi africani del XX secolo: il genocidio del Ruanda

In Repubblica Centrafricana si continua a morire. Ed è per questo che, dopo che alcuni giorni fa il Consigliere speciale ONU per la prevenzione dei genocidi, Adama Dieng, ha annunciato il suo viaggio nel Paese e il sottosegretario generale per gli Affari umanitari ha parlato di “segni premonitori di genocidio”, anche il segretario generale Antonio Guterres ha deciso di recarsi nella Repubblica la prossima settimana. Lo ha annunciato in conferenza stampa al Palazzo di Vetro, sottolineando come la crisi che da ormai almeno 5 anni affligge il Paese sia però inspiegabilmente lontana dai riflettori dei media. Nonostante stiamo parlando di una delle ferite forse più profonde e sanguinose che lacerano il Continente africano.

“Nel Paese, le tensioni comunitarie stanno crescendo, la violenza si sta diffondendo. E la situazione umanitaria si sta deteriorando”, ha avvertito il Segretario. Oltre a un quarto della popolazione ha dovuto lasciare le proprie case, e, dall’inizio del 2017, il numero degli sfollati all’interno del Paese ha raggiunto le 600mila persone, mentre 500mila si sono rifugiate negli Stati confinanti. E nonostante la drammatica crisi umanitaria che attraversa la Repubblica Centrafricana, ha aggiunto Guterres, il personale umanitario continua a essere un target delle violenze, tanto che, nel corso dell’ultimo anno, almeno 12 soccorritori e altrettanti peacekeeper della missione ONU in corso nel Paese sono stati uccisi.

 

È una visita non più posticipabile, insomma, vista la gravità della crisi che attanaglia quel territorio. Una crisi che affonda le sue radici nel dicembre 2012, quando uomini armati provenienti dal Nord scesero verso la capitale Bangui. All’allora presidente François Bozizé, in particolare, rimproveravano il mancato rispetto degli accordi di pace di Birao (2007) e Libreville (2008), che avrebbero dovuto permettere l’integrazione nelle forze regolari centrafricane (Faca) di alcuni ex combattenti ribelli. Le tensioni nello sfortunato Paese dell’Africa centrale risalgono in realtà ad ancora più indietro nel tempo, almeno al 2003-2004. Un conflitto spesso presentato come puramente interreligioso, ma che in realtà, in origine, ebbe più una matrice politica e geografica, poi radicalizzatasi nell’opposizione tra cristiani e musulmani. Lo ha spiegato bene Graem Wood, corrispondente dell’Atlantic ed esperto di questioni africane: la Repubblica, ha opportunamente sintetizzato il giornalista, nell’ultimo anno è collassata “prima in uno spasmo di violenza politica e ora in un’orgia di massacri a sfondo settario e religioso”.

In quello che è stato definito giustamente un “mattatoio a cielo aperto”, insomma, l’intervento delle Nazioni Unite è necessario per ristabilire la pace. Anche perché sopra la Repubblica Centrafricana, dove vengono uccisi in media 3 civili al giorno, sembra aggirarsi lo spettro di un nuovo Ruanda, con l’incubo genocidio sempre più pressante. Non solo: l’organizzazione internazionale Human Rights Watch, in un recente report, ha fotografato icasticamente il dramma delle tante donne vittime di violenza da parte dei gruppi armati, raccogliendo le sconvolgenti testimonianze di 296 di loro, stuprate e usate come schiave sessuali, tra l’inizio del 2013 e la metà del 2017.

Di abusi ha parlato anche Guterres, riferendosi però alle vicende che hanno macchiato l’onore dei caschi blu dell’ONU, al cui impegno il Segretario ha deciso di offrire un tributo in occasione della giornata delle Nazioni Unite in programma il prossimo 24 ottobre. “Sappiamo che il buon lavoro e l’indefesso spirito di sacrificio dei peacekeeper nel mondo è stato sporcato dalle azioni orribili di alcuni operatori ONU che hanno arrecato danno ai civili, anziché difenderli”, ha detto in conferenza stampa, rispondendo alla domanda di un giornalista. Guterres sarà infatti accompagnato nel suo viaggio da Jane Connors, il primo avvocato per i diritti delle vittime delle Nazioni Unite. “Siamo determinati a fare in modo che le voci delle vittime siano ascoltate. Io stesso sarò pronto a incontrare loro e le loro famiglie, nella Repubblica Centrafricana e fuori”, ha dichiarato. E ha concluso: “Le vittime devono essere al centro della nostra reazione, se vogliamo che la nostra politica di tolleranza-zero abbia successo”.

Durante la conferenza stampa, Guterres ha però anche rivolto un cenno all’Iran, altro tema caldissimo sui tavoli internazionali a causa della decisione di Donald Trump di abbandonare l’accordo sul nucleare promosso dall’amministrazione Obama. Il Segretario ha sottolineato che, nonostante la facoltà delle singole parti di riconsiderare la propria posizione, resta “assolutamente necessario preservare l’accordo per la pace e la stabilità del mondo”. Quanto alla Corea del Nord, Guterres ha sottolineato come la compattezza del Consiglio di Sicurezza sia fondamentale per raggiungere l’obiettivo della denuclearizzazione della regione, e come tale finalità possa essere realizzata solo per via diplomatica. La prossima settimana, però, l’attenzione del Segretario generale sarà concentrata sul dramma della Repubblica Centrafricana. Per cercare di porre fine al fiume di sangue che la macchia ormai da almeno un decennio.

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