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Catalogna, cosa accadrebbe se la crisi arrivasse al Consiglio di Sicurezza ONU

Nel malaugurato caso che la crisi catalana sfoci nella violenza, potrebbe diventare oggetto delle attenzioni del CdS ONU. E quindi?

Consiglio di Sicurezza ONU

Dopo la proclamazione della Repubblica di Catalogna e l'applicazione dell'art. 155 da parte spagnola, tutti temono che la crisi sfoci in un bagno di sangue. In quel caso, l'affare, da tema interno della Spagna, diventerebbe di pertinenza europea se non occidentale. E come si comporterebbero i membri del Consiglio di Sicurezza ONU, se fossero chiamati ad occuparsene?

La bomba è scoppiata. L’impossibilità di trovare un compromesso tra il governo di Madrid e quello della Regione Autonoma catalana, e la tattica del muro contro muro – con entrambe le parti non disponibili al dialogo –, hanno condotto al punto di non ritorno: la dichiarazione di indipendenza della Catalogna e l’avvio di un processo costituente per la creazione della Repubblica catalana. Non che la Spagna non se lo aspettasse: non a caso, il governo Rajoy aveva già preparato una roadmap di applicazione dell’articolo 155, che prevede, per la difesa dell’integrità dello Stato, la rimozione dal loro incarico di tutti i membri del Governo catalano, compreso il suo capo Carles Puigdemont, lo scioglimento del Parlamento, e l’indizione di nuove elezioni, previste per il prossimo 21 dicembre. Eppure, la questione è estremamente delicata. Perché, nonostante il referendum dell’1 ottobre scorso fosse chiaramente illegale, il 42% della popolazione catalana si è espressa, e in grandissima parte lo ha fatto a favore dell’indipendenza. La preoccupazione di tutti, spagnoli e non, è che la crisi possa sfociare – come già accaduto in passato nella stessa Europa – in bagni di sangue. In quel caso, la questione diventerebbe non più solo un affare “interno” della Spagna – come molti capi di Stato stranieri si sono affrettati a definirla fino ad ora –, ma un affare di tutta Europa, e, ancor di più, di tutto l’Occidente.

Non stupisce, dunque, che i leader occidentali abbiano già espresso il proprio punto di vista sulla questione, nelle ore immediatamente seguenti la dichiarazione di indipendenza. Ed è proprio da qui che vogliamo partire per immaginare uno scenario ancora lontano, ma niente affatto peregrino nel caso in cui la crisi in corso evolvesse in scontri violenti. Come si comporterebbe il Consiglio di Sicurezza dell’Onu se fosse chiamato ad esprimersi nel merito? La domanda non è di facile risoluzione: e non solo perché siamo nel campo delle pure ipotesi. Come noto, il frequente disaccordo tra i membri permanenti del Consiglio, che hanno diritto di veto, provoca stati di immobilismo prolungati e irresolubili (si pensi, ad esempio, alle recenti risoluzioni sulla Siria), con Russia e Cina spesso impegnate a fare da “contrappeso” alla preponderanza occidentale.

Se dunque si può facilmente desumere, dalle esplicite dichiarazioni dei loro leader, che Stati Uniti, Francia e Regno Unito agirebbero in difesa dell’integrità della Spagna, più difficile è prevedere il comportamento di Mosca e Pechino. Potenze spesso accusate dall’Occidente di voler perseguire, attraverso mezzi propagandistici e non solo, l’indebolimento e la divisione dell’Unione europea. Qualcuno si ricorderà che, anche in occasione della Brexit, molti quotidiani occidentali puntarono il dito contro Vladimir Putin, imputandogli– obiettivamente anche in modo pretestuale – di “tifare” per il divorzio di Londra e Bruxelles. In altri casi, la Russia è stata accusata di finanziare o sostenere movimenti di estrema destra in tutta Europa, rigorosamente euroscettici. Deporrebbero a favore dell’idea di una Mosca “pro-Catalogna” anche i precedenti delle crisi georgiana e ucraina e, in particolare, la vicenda della Crimea. Di certo, che così stiano le cose è convinto El Pais, che, in un recente articolo pubblicato sulla sua edizione online, scrive testualmente: “Putin incoraggia l’indipendenza tramite un delegato in Catalogna”. Il pezzo si riferisce a Dimitri Medoyev, il ministro degli Esteri (de facto) della parzialmente riconosciuta repubblica dell’Ossezia del Sud, noto – afferma il quotidiano – per le sue comuni vedute con il Cremlino.

Manifestazione per l’indipendenza della Catalogna

In effetti, Medoyev ha visitato ufficialmente Barcellona nei giorni scorsi, e l’Ossezia del Sud ha fatto sapere di voler considerare il riconoscimento della Repubblica di Catalogna, se quest’ultima ne farà richiesta. D’altra parte, questo non è ancora sufficiente ad affermare che la Russia sosterrebbe Barcellona in una ipotetica sessione del Consiglio di Sicurezza dedicata all’argomento. In effetti, le dichiarazioni ufficiali che per ora si sono avute dal Cremlino fanno pensare esattamente il contrario: la Russia – è stato detto – continuerà a trattare la Spagna come un’unica entità, dal momento che, ha sottolineato la portavoce del ministro degli Esteri russo Maria Zakharova, il referendum del primo ottobre è stata un’“iniziativa unilaterale delle autorità legislative locali”. Si può dunque ipotizzare che anche in una sede quale quella del Consiglio di Sicurezza la Russia sceglierebbe, nonostante quanto si potrebbe presumere, una linea “lealista” verso la Spagna e l’Europa tutta, pur consapevole di avere un asso nella manica da sfoderare all’occorrenza.

Chi invece ancora non si è espresso sulla recente dichiarazione di indipendenza catalana è il Governo cinese, l’altro grande player internazionale spesso guardato con sospetto dagli occidentali e accusato, insieme alla Russia, di voler corrodere la supremazia dell’Ovest fomentando divisioni in Europa. In effetti, come i media russi, anche quelli cinesi sembrano aver posto particolare attenzione alla questione catalana, inquadrandola nella più generale “crisi esistenziale” (come la ebbe a definire Jean-Claude Juncker in un recente discorso sullo stato dell’Unione) che il Vecchio Continente sta attraversando ormai da tempo. Ci sono tante ragioni che spingerebbero, come per l’orso russo, a credere che il dragone cinese “tifi” per l’indipendenza di Barcellona. Dal punto di vista economico, in ballo ci sono i cospicui interessi economici cinesi in Catalogna: c’è chi sostiene, infatti, che l’indipendenza della regione aprirebbe a Pechino nuove possibilità di investimento in Europa, specialmente nel turismo e nel porto di Barcellona. E se la Catalogna non entrasse subito a far parte dell’Ue, questo, nel frattempo, agevolerebbe la Cina nel fare del fruttuoso business in una delle principali aree del Mediterraneo. Non solo: il tradizionale supporto spagnolo all’indipendenza del Tibet potrebbe spingere Pechino a ripagare Madrid con la stessa moneta.

In realtà, anche in questo caso la questione non è così semplice. Un po’ perché uno dei cinque principi diplomatici cardine che Pechino osserva è quello della non interferenza negli affari interni di un altro Stato. Inoltre, la Cina stessa deve fronteggiare nel suo enorme territorio diversi movimenti separatisti, e legittimarne uno estero potrebbe costituire un pericoloso precedente. Anche sul piano economico, nonostante le indubitabili opportunità derivanti da una partnership strategica con la Catalogna, resta il fatto che, nel 2016, Pechino ha investito in Spagna almeno 1,7 miliardi di dollari. E’ forse anche a seguito di valutazioni simili che, il 12 ottobre scorso, il ministro degli Esteri cinese ha dichiarato che Pechino “comprende e supporta la Spagna nel proteggere l’unità e l’integrità del suo territorio”. Parole che fanno pensare che la stessa posizione sarebbe assunta anche in qualità di membro del Consiglio di Sicurezza.

E i membri non permanenti? Dal Kazhakistan è giunto un messaggio di piena solidarietà a Madrid: Astana ha infatti commentato che si tratta esclusivamente di un “affare interno alla Spagna” e che, nelle sue relazioni con il Paese europeo, continuerà a rispettare il principio di sovranità e integrità territoriale. Quindi, se da Italia e Svezia difficilmente ci si può attendere altro che lealtà alla compagna europea, la situazione si fa più complessa se si pensa alla Bolivia, ex colonia spagnola. In particolare, quando nel 2014 venne promulgato il primo referendum catalano, circa 100 partiti di sinistra di tutta l’America Latina firmarono la dichiarazione di San Paolo, in cui sostenevano esplicitamente le istanze catalane in nome del principio di autodeterminazione. All’iniziativa, aderì anche il Movimento Socialista boliviano del presidente Evo Morales. Eppure, quando interrogato direttamente, il leader sudamericano ha sempre parlato della questione con estrema prudenza, definendola anch’egli un “tema interno”: “Non voglio commentare”, affermò il 29 ottobre 2014 a margine di una conferenza tenuta a Roma. “Potrebbe sembrare un’ingerenza. Rispetto le loro rivendicazioni (dei catalani, ndr), ma riconosco anche l’unità del Paese”.

In occasione di quest’ultimo referendum, invece, la Spagna sembra essersi conquistata la lealtà di tutti i principali Paesi dell’America Latina, dal Messico al Cile, passando per il Brasile e la stessa Bolivia. La ragione? I forti particolarismi e le rivendicazioni secessioniste che anche quell’area del mondo deve affrontare, e che, nel caso della Bolivia, riguardano la ragione di Santa Cruz. Si teme insomma che una “vittoria” delle istanze catalane possa giovare alla causa degli indipendentisti locali. Ecco perché anche la Bolivia in Consiglio di Sicurezza sosterrebbe, verosimilmente, la Spagna. Che dire, infine, dell’Etiopia? Forse sarebbe proprio lo Stato africano a riservarci qualche sorpresa. Perché la sua è l’unica Costituzione al mondo che legittima la secessione unilaterale. Sarebbe insomma Addis Abeba l’unico membro del Consiglio di Sicurezza ONU a schierarsi con la Catalogna?

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