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RCA, dall’Onu un invito alla “pazienza”, ma per i civili non c’è più tempo

Il Consiglio di Sicurezza ONU presieduto dall'Italia ha ospitato tre briefing sulla crisi della Repubblica Centrafricana

Il rappresentante di Antonio Guterres in Repubblica Centrafricana Parfait Onanga-Anyanga

Il rappresentante di Antonio Guterres in Repubblica Centrafricana (RCA) Parfait Onanga-Anyanga, il rappresentante speciale dell'Unione Africana Bedializoun Moussa Nebie, e Mauro Garofalo della Comunità di Sant'Egidio sono intervenuti al Consiglio di Sicurezza per fare il punto sulla situazione in Centrafrica. Dove i progressi sono visibili, ma lenti e fragili

Era il 18 ottobre scorso quando il segretario generale ONU Antonio Guterres annunciava ufficialmente il suo viaggio nella Repubblica Centrafricana (RCA), Paese sconvolto da una crisi politica e da un conflitto sanguinoso che, tra alti e bassi, si trascina ormai da decenni. A meno di tre settimane da quell’annuncio, il Segretario ha onorato la sua promessa, e il Consiglio di Sicurezza guidato dalla Missione italiana dell’ambasciatore Sebastiano Cardi ha ospitato tre briefing sulla delicatissima situazione nel Paese, testimonianze esplicative di quanto la crisi che attanaglia la Repubblica sia osservata con attenzione ma anche con apprensione dal Palazzo di Vetro. Cardi, in particolare, ha comunicato alla stampa di aver visionato la bozza della dichiarazione congiunta del Consiglio sulla crisi centrafricana, definendosi soddisfatto in merito e preannunciando una risoluzione per le prossime settimane.

Ad ogni modo, già dal report successivo al viaggio di Antonio Guterres, emergevano chiaramente tutte le difficoltà dell’accidentata roadmap verso il dialogo e la pace, e le criticità che ancora mettono in pericolo la sicurezza dei civili. Il Segretario è giunto a Bangui, la capitale del Paese, il 24 ottobre scorso, giornata delle Nazioni Unite, dedicando un tributo ai 12 peacekeeper caduti in seguito ad attacchi ostili dal gennaio 2017. “Questa visita sarà una visita di solidarietà, ma di una solidarietà attiva”, aveva rimarcato Guterres nel corso della sua seconda giornata nel Paese, rilevando come “esiste un’opportunità per costruire una nuova Repubblica Centrafricana che sia pacifica, sicura e prospera”. Un’opportunità che discende dai recenti moderati progressi nella missione ONU e nei negoziati promossi con l’insostituibile aiuto della Comunità di Sant’Egidio, che hanno condotto alla firma, lo scorso 19 giugno a Roma, di un primo accordo di pace firmato dai rappresentanti del governo del Centrafrica e di 13 gruppi politico-militari del Paese, in presenza del rappresentante del cardinale Nzapalainga, del rappresentante speciale del segretario generale ONU, e dei rappresentanti dell’Unione Europea, della comunità internazionale e del Governo italiano. Guterres si è anche speso per il rafforzamento della missione MINUSCA, al fine di garantire una migliore protezione della popolazione. Del resto, già in occasione del suo ultimo report sulla situazione del Paese, il Segretario aveva richiesto 900 nuovi peacekeeper, implementazione che, secondo il comandante della missione Balla Keita, avrebbe contribuito ad accrescere le forze per stabilizzare la situazione. “Non ci sarà mai una soluzione militare per un’operazione di peacekeeping”, aveva sottolineato. “La soluzione sarà politica, una negoziazione genuina tra le parti”.

E di soluzione politica, in effetti, hanno parlato tutti i relatori intervenuti al meeting del Consiglio di Sicurezza, che ha ospitato i briefing del rappresentante speciale del Segretario Generale nella Repubblica Centrafricana Parfait Onanga-Anyanga, del rappresentante speciale dell’Unione Africana Bedializoun Moussa Nebie, e di Mauro Garofalo, responsabile delle Relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio. Tutti concordi nel ringraziare il Segretario Generale per il suo impegno personale, e nell’evidenziare da un lato le difficoltà e gli ostacoli del percorso verso la pace, dall’altro le opportunità dischiuse dai pur fragili recenti progressi.

Anyanga ha ricordato che, oltre ai 12 peacekeepers caduti e alle tante persone che hanno perso la vita in attacchi contro i civili, ad oggi si contano almeno 600mila sfollati interni e circa un milione di rifugiati attualmente dislocati in Camerun, nella Repubblica Democratica del Congo e in Ciad, mentre l’azione umanitaria continua a essere ostacolata da un accesso molto limitato a causa della mancanza di sicurezza. Gli aiuti, però, sono fondamentali: grazie a loro sopravvivono circa due milioni di persone, visto che la Repubblica Centrafricana è anche uno dei Paesi più poveri al mondo. Proprio per questo, l’azione del Consiglio di Sicurezza e della comunità internazionale, ha dichiarato il rappresentante di Guterres nel Centrafrica, deve mirare a rafforzare le istituzioni legittime nel Paese e a negoziare una soluzione politica della crisi che sia duratura. Duratura perché la crisi della Repubblica Centrafricana si trascina ormai da decenni, nonostante i diversi tentativi di riportare pace e unità nel Paese. La guerra civile divampò inizialmente nel 2004 tra il presidente Francois Bozizé e gruppi militari ribelli. Cinque anni più tardi, Joseph Kony, leader del gruppo ribelle ugandese Esercito di Resistenza del Signore (Lra), noto per rapire i bambini e trasformarli in combattenti, entrò nel Paese. I primi accordi di pace vennero raggiunti nel 2012, ma gli scontri non si fermarono mai. Sékéka, gruppo di ribelli a maggioranza musulmana rovesciò il presidente Bozizé, e le milizie cristiane iniziarono il contrattacco. E’ da qui che iniziò la guerra civile attualmente in corso, in cui le motivazioni etnico-religiose si sono innestate su una crisi politica preesistente. Una crisi resa ancora più inestricabile per il fatto che i vari gruppi armati si contendono la terra e le preziosissime risorse, come i diamanti e l’oro.

La missione delle Nazioni Unite iniziò dunque nel 2014, ma il suo nome venne in parte macchiato da denunce di abusi e violenze sessuali compiute dai caschi blu. Proprio a questo proposito, Anyanga ha sottolineato come resti necessario osservare una politica di tolleranza zero nei confronti di episodi di questo genere. Ma è stata la chiusa del suo intervento a far intendere come ancora il cammino verso la pace sia lungo e accidentato: “Meglio muoversi lentamente ma nella giusta direzione, che velocemente e in quella sbagliata”, ha detto, invitando la comunità internazionale alla determinazione, al sacrificio ma anche alla “pazienza”. L’impressione, d’altra parte, è che, dopo decenni di combattimenti e spargimenti di sangue, il tempo degli indugi sia trascorso da un pezzo. Tanto più che le elezioni democratiche del 2015 vinte da Faustin- Arcchange Toudéra parevano portare con sé una promessa di pace. Nonostante ciò, la violenza contro i civili ha continuato ad aumentare. Nel maggio 2017, in sole due settimane si sono registrati 300 morti e 100mila profughi a causa delle violenze. E l’accordo di Roma di giugno può costituire un imprescindibile punto di partenza, ma occorre una vigilanza costante sul suo rispetto e un impegno indefesso per la sua implementazione.

In questo senso, un ruolo di primo piano è svolto dall’Unione africana, il cui rappresentante per il Centrafrica Bedializoun Moussa Nebie ha annunciato, in videoconferenza, l’approvazione di un nuovo programma che inizierà il 22 novembre e prevederà numerosi incontri sul terreno con i diversi gruppi armati e coraggiose iniziative per favorire la riconciliazione. Anche lui ha sottolineato la necessità di agire, presto, con azioni pervasive: perché, ha ricordato, fino ad ora solo il 30% degli obiettivi del programma precedente è stato raggiunto. In questo senso, ha ricordato, l’agenda dell’Unione Africana nella crisi è quella di riportare pace e riconciliazione.

Il rappresentante speciale dell’Unione Africana per la Repubblica Centrafricana Bédializoum Moussa Nebie, in videoconferenza al Consiglio di Sicurezza ONU.

Fondamentale in questa direzione l’impegno della Comunità di Sant’Egidio, che dal 2013 lavora con gruppi armati, partiti politici, rappresentanti delle comunità religiose e della società civile per promuovere il dialogo tra le parti. “In questo difficile contesto, Sant’Egidio ha preso l’iniziativa politica del meeting che si è tenuto il 19 giugno, proprio con l’intento di andare avanti e dimostrare che qualcosa potesse davvero essere fatto”, ha raccontato. “Dialogo politico e ascolto delle istanze locali sono efficaci” ha detto Garofalo, aggiungendo: “Puntiamo a smobilitare 600 uomini dai gruppi armati per integrarli nell’Esercito Repubblicano e in altri programmi civili. Sant’Egidio è inoltre attiva con programmi sanitari, e il successo di questo iniziale disarmo costituisce la credibilità di tutto il processo in atto”.

Difficoltà e ostacoli da un lato, opportunità di un processo avviato ma fragile dall’altro. I tre briefing al Consiglio di Sicurezza hanno evidenziato tutte le contraddizioni che caratterizzano la complicata roadmap per la risoluzione della crisi, facendo intendere icasticamente quanto, nonostante i progressi, la luce in fondo al tunnel sia ancora drammaticamente lontana. D’altra parte, è da sottolineare il forte impegno che il Segretario Generale si è assunto nei confronti del Governo e dei civili della Repubblica Centrafricana, dimostrato efficacemente dal suo recente viaggio, avvenuto a soli 2 mesi dall’assunzione del suo incarico. Lo ha riconosciuto esplicitamente anche la rappresentante permanente della Repubblica Centrafricana Najat Rochdi, che è intervenuta dopo i briefing dei tre ospiti puntualizzando come il viaggio di Guterres sia stato per certi versi simbolico e fortemente significativo per la popolazione locale. Che, straziata da almeno 13 anni di combattimenti, non chiede altro che pace.

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