Cerca

OnuOnu

Commenti: Vai ai commenti

Pieni voti (e un espresso) per l’Italia presidente del Consiglio di Sicurezza

Abbiamo chiesto ai colleghi corrispondenti dall'ONU un bilancio della presidenza italiana del Consiglio di Sicurezza

L'ambasciatore Sebastiano Cardi.

La sfida non era semplice, sia per la portata delle crisi internazionali in corso, sia per la difficile posizione di Roma in Libia e nella crisi migratoria. Ma la missione dell'ambasciatore Sebastiano Cardi, presidente del Consiglio di Sicurezza nel mese di novembre, sembra averla superata brillantemente. E non solo per l'espresso offerto la mattina

E’ stato un mese pregno, denso, ricco di sfide e anche di qualche imprevisto. La presidenza italiana del Consiglio di Sicurezza, per 30 giorni presieduto dal Rappresentante Permanente dell’Italia all’ONU, l’ambasciatore Sebastiano Cardi, si è chiusa con un meeting dedicato alla difesa del patrimonio culturale in aree di conflitto, tema sul quale l’Italia si è mostrata apripista a livello internazionale grazie al progetto “Unite4Heritage” (i cosiddetti “caschi blu della cultura”) e alla risoluzione promossa con la Francia nel marzo scorso. Ma nelle settimane precedenti, i temi trattati sono stati tanti altri: e, oltre a quelli di routine per quasi ogni presidenza, assoluti protagonisti dell’agenda italiana sono stati l’Africa, il Mediterraneo e la Libia. L’intenzione era chiara sin dall’inizio, ed è stata ben riassunta, in occasione della sua visita del 16 e 17 novembre scorsi, dal ministro Angelino Alfano, quando ha osservato che il Mediterraneo assomiglia a un “lago” a confronto dell’Oceano Atlantico, ma che l’Italia ha avuto il merito di portarlo al centro dell’agenda della comunità internazionale.

Da sinistra l’ambasciatore Sebastiano Cardi, il portavoce Giovanni Davoli e il numero due della missione Italiana all’ONU, l’ambasciatore Inigo Lambertini (Foto dal twitter dell’Italian Mission)

E volendo tracciare un bilancio di questo novembre italiano al Palazzo di Vetro, la prima cosa da rilevare è proprio questa: l’Italia è riuscita a dare un’imprinting evidente alla sua presidenza, ad esempio portando sul tavolo del Consiglio un tema – quello delle migrazioni lungo le rotte mediterranee – che fino a non molto tempo fa veniva considerato di competenza neppure europea, ma esclusivamente italiana. E lo ha fatto, peraltro, in circostanze non semplici: perché, come chi ci ha seguito ormai saprà, l’accordo che Roma ha negoziato con la Libia per fermare i flussi migratori, proprio durante la leadership italiana, ha suscitato piccate critiche dall’ONU, e la discussione riguardante le modalità e le tempistiche dell’intervento in loco di alcune agenzie come UNHCR e OIM ha messo in luce, a tratti, qualche differenza di vedute tra Italia e Nazioni Unite. Non deve essere stato facile, per la presidenza italiana, gestire le critiche dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Zeid Ra’ad Al Hussein, che ha definito “disumano” l’accordo con la Libia, né l’uscita dei video della CNN, che mostrano alcuni migranti venduti come schiavi nel Paese. Ugualmente, deve aver spiazzato gli italiani l’improvvisa iniziativa francese di convocare un nuovo meeting su Libia e i diritti umani, a pochi giorni dall’open debate sullo human trafficking organizzato dall’Italia. Eppure, bisogna riconoscere alla presidenza italiana di non essersi mai sottratta dal porre anche il tema umanitario, oltre a quello politico, in sede di Consiglio di Sicurezza, ospitando ad esempio, fin dal primissimo giorno di leadership, il briefing dell’Alto Commissario UNHCR Filippo Grandi.

Dal canto suo, il bilancio dell’ambasciatore Sebastiano Cardi è positivo: “Abbiamo sempre cercato di trovare l’unità del Consiglio, che è il più importante obiettivo da raggiungere per una presidenza. Non è stato sempre possibile, ma pensiamo di poter essere soddisfatti del nostro lavoro per aver portato specialmente il Mediterraneo e naturalmente la Libia al centro di alcune delle sessioni del Consiglio”, ha osservato, ricordando peraltro l’indefesso impegno dell’Italia nel Paese nordafricano sia dal punto di vista politico che umanitario. E poiché, oltre che la fine della presidenza del Belpaese (e l’inizio di quella giapponese), il mese di dicembre marcherà anche il cambio di guardia al Consiglio di Sicurezza tra il seggio italiano e quello olandese, Cardi ha spiegato di attendersi che Amsterdam – la quale, in quanto collega europea di Roma, condivide con lei il “99,9% delle priorità” – prosegua sulla strada tracciata dall’Italia, nel quadro del lavoro comune fin qui svolto.

Ma poiché i lettori che ci hanno seguito passo passo in questo cammino lungo un mese non si saranno certamente persi, di volta in volta, le nostre analisi sull’operato italiano, abbiamo pensato, questa volta, di allargare la nostra visuale e di realizzare un piccolo “sondaggio” tra i colleghi giornalisti all’ONU. Abbiamo insomma “captato” quel che si dice nei corridoi del Palazzo di Vetro popolati dai corrispondenti di tante testate e nazionalità, per capire se l’Italia, da questa esperienza, torna a casa con una brillante promozione, un modesto 6 o una pesante bocciatura.

L’Amb. Cardi con i giornalisti fuori dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU

Partiamo da una notazione ironica ma non troppo: apprezzatissima l’iniziativa dell’espresso, rigorosamente all’italiana, offerto prima di ogni riunione del Consiglio di Sicurezza. Un buon caffè accompagnato da quello che in Italia (almeno da Roma in giù) chiamiamo “cornetto”, ma che qui, nelle e-mail puntualmente inviate alla stampa dalla Missione per anticipare il programma del giorno, veniva definito – con un tono un po’ più internazionale e certamente più adatto alla location – “croissant”. E dato che la comunicazione, bisogna dirlo, in politica e in diplomazia ha la sua importanza, non si può che rilevare che l’iniziativa, al di là di ogni ironia, ha rappresentato un tentativo pienamente riuscito di stabilire un contatto fin da subito diretto e cordiale con la stampa, nel segno di una collaborazione disponibile e responsabile. A maggior ragione perché poi, consentiteci questa ventata di orgoglio, altro che Starbucks: non c’è modo migliore di iniziare la giornata che con un buon espresso italiano!

Evelyn Leopold

“La presidenza italiana è stata molto utile e molto disponibile nel rispondere alle nostre domande”, ci ha risposto Evelyne Leopold, che dall’ONU scrive per l’Huffington Post. “Ci mancherà, compreso l’espresso che abbiamo bevuto ogni mattina”, ha confessato sorridendo. La giornalista ha apprezzato anche la grande organizzazione e la puntualità nel mettere a disposizione dei media tutto l’occorrente per svolgere al meglio il proprio lavoro. “Penso sia stata una delle migliori presidenze del Consiglio di Sicurezza”, ha concluso.

 

Dulcie Leimbach

Per Dulcie Leimbach, editor di Pass Blue, la presidenza italiana è stata “molto accessibile, molto utile, con molti temi sul tavolo”: “Mi dispiace che gli italiani se ne vadano”, ha confessato, “perché sono stati molto amichevoli, molto aperti”, e, ha aggiunto, hanno agevolato il lavoro di squadra con i media. “Sono stati di buon esempio”, ha detto.

Maurizio Guerrero

Molto positivo il bilancio di Maurizio Guerrero, dell’agenzia messicana Notimex. E non solo per l’espresso offerto la mattina, che ha confessato di aver particolarmente apprezzato: “E’ stata particolarmente tempestiva la discussione sui diritti umani in Libia”, avvenuta in corrispondenza della pubblicazione dei video della CNN sul mercato degli schiavi. Una puntualità che, a suo avviso, “ha consentito al Consiglio di Sicurezza di essere subito coinvolto in questa questione tanto importante”.

Oleg Zelenin

Oleg Zelenin, corrispondente dell’agenzia russa Tass, ha voluto sottolineare tre elementi. “Il primo è l’organizzazione delle attività del Consiglio di Sicurezza: penso sia stata molto trasparente, con tutti i temi anticipati puntualmente. E da qui”, ha proseguito, “mi ricollego al secondo punto, che è la trasparenza con la stampa”, dimostrata non solo dalla solerzia nell’annunciare ogni appuntamento, ma anche nella costante “partecipazione agli stakeout dopo gli open meetings ma anche i closed meeting”. Il terzo elemento particolarmente apprezzato, connesso ai due precedenti, è stata la capacità di “coinvolgere i giornalisti nelle attività del Consiglio”, in primis con il caffè offerto la mattina, ma anche in virtù della disponibilità di tutto l’apparato di comunicazione della Missione, compreso “il portavoce Giovanni Davoli, che ha fatto un ottimo lavoro”. “Penso ci fossero tutti gli elementi che i giornalisti vorrebbero vedere in una presidenza”, ha stimato. Sul piano dell’agenda e delle questioni internazionali, il bilancio di Oleg rimane molto positivo: “Penso che non ci sia stata alcuna lacuna. Ho sentito che alcuni colleghi si chiedevano come mai la questione delle donne non sia stata sollevata. Ma c’è stato un meeting sulla violenza sessuale nei conflitti il mese scorso, è non vi era necessità di organizzare lo stesso evento questo mese”. E ancora: “Ci sono stati molti dibattiti, sui foreign fighters, sulla protezione del cultural heritage, hanno gestito bene la riunione sulla Siria: hanno fatto un buon lavoro”.

Ahmed Fathi

“La presidenza italiana è stata degna di nota perché ha presentato un programma che ha incluso molte aree di interesse, e molto è stato fatto”, ha osservato Ahmed Fathi, dell’American Television News. Il giornalista si è mostrato decisamente positivo rispetto al lavoro di Roma alle Nazioni Unite, ma ben più critico su alcuni aspetti più generali della politica estera italiana. “Ciò nonostante, paragonando l’operato della Missione italiana alle Nazioni Unite con l’approccio della diplomazia italiana, negli ultimi anni ci sono state molte aree non coerenti con i valori espressi dai leader europei”: Fathi ha portato l’esempio della gestione del caso Regeni, ma anche degli “ambigui accordi fatti in Medio Oriente, o per supportare l’approvvigionamento di petrolio, o sul commercio o sulla cooperazione per la sicurezza”. L’Italia, ha proseguito, al centro del Mediterraneo, è attraversata dai flussi migratori creati dal vuoto di potere in Libia. “L’Italia è dipendente dall’importazione di energia”, ha osservato, ma, allo stesso tempo,“la rinuncia alla protezione dei diritti dei suoi cittadini e le relazioni che danno potere ai dittatori stranieri non sono molto apprezzate”. Al di là di tutto ciò, nel contesto delle Nazioni Unite, gli italiani hanno “fatto un ottimo lavoro”, anche in virtù del rispetto mostrato per la cultura e le specificità degli altri Paesi.

Ali Barada

Come gli altri interpellati, Ali Barada, giornalista del libanese An-Nahar Newspaper e di France 24, ha apprezzato “l’idea di iniziare con l’espresso”, “ma, per essere più seri, uno degli elementi più interessanti della presidenza italiana del Consiglio di Sicurezza” è stata, a suo avviso, l’accuratezza nell’applicare una “diplomazia di prevenzione”, nel tentativo “di evitare ogni conflitto”. “Dal mio punto di vista di libanese”, ha spiegato, “l’Italia ha giocato un ruolo di primo piano dopo le più recenti crisi, ma anche, nel Consiglio di Sicurezza, riguardo all’America Latina. Sono stati molto attivi in Africa nella diplomazia di prevenzione”. Secondo Barada, l’Italia è stata anche un’abile mediatrice tra le diverse potenze. Gli italiani “sono stati capaci di gettare un ponte tra le differenze e hanno lavorato duramente anche nelle situazioni più difficili, come in Siria”. “Penso che la presidenza italiana sia stata molto efficace, e potrebbe essere usata come un modello imperante per i membri non permanenti nel Consiglio di Sicurezza”. “Il Presidente, l’ambasciatore Cardi, è stato molto aperto al dialogo con la stampa, e questo è molto importante per la trasparenza del lavoro del Consiglio”. Quanto a Libia e migranti, per Barada l’Italia si sta assumendo una grande responsabilità, che andrebbe condivisa con tutta la comunità internazionale, specialmente di fronte alla tragedia perenne che si consuma nel Mediterraneo. L’unico insuccesso evidenziato – insuccesso, però, non soltanto italiano –, “il fallimento della comunità internazionale nel mettersi insieme per rinnovare il Joint Investigative Mechanism in Siria”: in quell’occasione, evidentemente, le grandi doti di mediazione dell’Italia non sono state sufficienti.

William Reilly

“Di alto profilo”: così definisce la presidenza italiana William Reilly, corrispondente della Xinhua News Agency. “Penso che l’ambasciatore Cardi abbia fatto un ottimo lavoro: è stato aperto con la stampa e i corrispondenti agli stakeout: non ho davvero nulla di negativo da dire”, ha chiosato.

Promossa, insomma, a pieni voti. Nonostante i presupposti, potenzialmente, non fossero dei migliori, viste le tante crisi in corso (come Corea del Nord e Siria) capaci di porre una sfida difficile alla diplomazia internazionale, e, come già ricordato, nonostante la complicata posizione dell’Italia in Libia, alla quale noi della Voce non abbiamo mai fatto sconti. La missione, insomma, se non “impossibile”, di certo non era semplice, ma la prova sembra essere stata superata brillantemente. Soprattutto grazie a un atteggiamento, profondamente e intimamente “italiano”, di apertura e disponibilità. E, aggiungiamo, grazie a quella tazzina di espresso che, oltre a non temere la rivalità dei classici beveroni all’americana e ad aver rappresentato un’efficacissima iniziativa di comunicazione, è diventata, nel corso di questo mese, il simbolo di tutto ciò che di meglio – competenza, capacità di mediazione, predisposizione alla collaborazione, inventiva – gli italiani, nonostante tutto e anche nelle situazioni più dure, sono in grado di offrire.

.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter