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Clima e Sicurezza: agli Arria Meetings ONU, il gatto che si morde la coda

Gli incontri, che si svolgono in più Paesi, hanno l'obiettivo di valutare le misure per valutare le implicazioni del cambiamento climatico

Durante gli Arria Meetings sta emergendo però una verità già parzialmente rivelata al "One Planet Summit" e agli altri incontri internazionali: i primi a cambiare non dovrebbero essere i cittadini ma i governi. Sono loro che hanno il potere di impedire alle multinazionali di continuare a non pensare ad altro che ai soldi, senza pensare ai cambiamenti climatici che il consumismo sfrenato in atto comporta

Sebbene in molti lo ripetano da anni [noi stessi ne abbiamo parlato nel libro “Guerra all’acqua”, 2016, ed. Rosemberg e Sellier, n.d.r.], i leader mondiali non possono più negare di conoscere le conseguenze che i cambiamenti climatici potrebbero avere sul mantenere la pace nel pianeta.

Per le Nazioni Unite non è la prima volta che i problemi della sicurezza globale vengono collegati ai cambiamenti climatici. Nel 2007, l’UNSC tenne un dibattito sul clima, la pace e la sicurezza. Due anni dopo, nel 2009, fu il Segretario generale dell’ONU a presentare una relazione su cambiamento climatico e possibili implicazioni di sicurezza. Nel 2011, l’UNSC presentò un documento congiunto e, nel 2013, si parlò per la prima volta di Arria-formula (dal nome dell’ambasciatore Diego Arria, rappresentante del Venezuela presso il Consiglio di sicurezza delle NU che, nel 1992, iniziò questi incontri informali in cui si parlò delle possibili conseguenze sulla sicurezza di cambiamenti climatici).

Un’immagine del meeting Arria (Foto ONU)

La conferma che si tratta di una rapporto di “causa ed effetto” ormai certo viene dai lavori dell’ultima Arria, in corso in questi giorni. Il meeting, organizzato dall’UN Security Council (UNSC) e intitolato “Preparing for the security implications of rising temperatures” si svolge contemporaneamente in Italia, Svezia, Marocco, UK, Paesi Bassi, Peru, Giappone, Francia, Maldive e Germania, e ha come obiettivo quello di valutare le misure da adottare per assicurare la sicurezza e valutare le implicazioni dei cambiamenti climatici.

Lavori che sono stati preceduti, ad agosto scorso, dalla presentazione del report “A Responsibility To Prepare: Governing in an Age of Unprecedented Risk and Unprecedented Foresight,” presso il CCS il Center for Climate and Security. In quell’occasione gli esperti hanno sottolineato che “i cambiamenti climatici, gli spostamenti della popolazione e le minacce cibernetiche stanno rapidamente aumentando la portata e la complessità dei rischi per la sicurezza internazionale, mentre gli sviluppi tecnologici aumentano la nostra capacità di prevedere tali rischi”. E dato che oggi viviamo tutti in un mondo in cui i rischi di un paese possono avere gravi conseguenze per tutti, la comunità internazionale ha la “responsabilità di prepararsi”.

Alla vigilia dell’Arria è stato presentato un nuovo rapporto, dal titolo Action on Climate and Security Risks (realizzato dalla Planetary Security Initiative (PSI), un consorzio internazionale di cui il CCS fa parte e coordinato dal Netherlands’ Clingendael Institute), che ha analizzato i risultati compiuti a livello mondiale per affrontare le implicazioni di un clima mutevole sulla sicurezza.

Nel report si legge che “l’analisi della situazione nel 2017 dimostra che i rischi di fragilità climatica persistono e stanno peggiorando”. “The scan of the 2017 horizon shows that climate fragility risks persist and are worsening”. Non ci sono dubbi su quali sono i principali rischi per la sicurezza del pianeta. Primo fra tutti i cambiamenti climatici con le conseguenze dell’innalzamento delle temperature e l’innalzamento del livello dei mari. E poi i conflitti in atto: nello Yemen, in Siria, in Iraq (nonostante Bush jr, nel 2008, aveva annunciato con orgoglio “La guerra è vinta” in questo paese si continua a combattere – e l’esercito USA è ancora lì), in Myanmar (da notare che gli esperti non hanno inserito la questione dei Rohingya non tra i profughi ma tra le guerre!).

E migranti e rifugiati sono un altro fattore di rischio. Già oggi i rifugiati sono oltre 183milioni (di cui oltre 60mila a causa di guerre e conflitti), ma le previsioni parlano di un miliardo di persone costrette a lasciare la propria casa in cerca di un posto in cui vivere entro la seconda metà del prossimo secolo. E ai ricercatori non sono sfuggiti i rischi che un simile spostamento forzato comporta per la sicurezza. Così come non sono sfuggiti i problemi legati all’approvvigionamento delle risorse alimentari e soprattutto alla variabilità del loro prezzo. Tutti fattori che potrebbero facilmente creare problemi e scatenare rivolte a livello internazionale (se non globale).

In un comunicato, Mark Field, rappresentante per il Regno Unito, ha dichiarato che le “minacce alla sicurezza legate sono diventate sempre maggiori” e che “i cambiamenti climatici rappresentano una grave minaccia per tutto il pianeta”. Secondo Field, “sarebbe evidente che, come previsto dal 13th Sustainable Development Goal, i cambiamenti climatici hanno un impatto diretto sullo sviluppo”. Per questo motivo è inevitabile considerare i cambiamenti del clima se il Consiglio “vuole mantenere pace, sicurezza e sviluppo”. Una considerazione che, secondo il delegato del Regno Unito si concretizzerebbe nel mettere a disposizione 71 milioni di dollari per aiutare Asiatici, Africani e paesi del Pacifico a colmare il gap.

Il Climate Change sta surriscaldando i mari, scatenando una serie di conseguenze sulla salute del Pianeta

A fargli eco il comunicato rilasciato dal collega francese che, dopo aver ringraziato “calorosamente” l’Italia aver ospitato i lavori, ha detto che “il treno del clima non è in attesa”. A dimostrarlo sono gli eventi in atto in molte zone del pianeta e i dati rilevati che non fanno altro che confermare le previsioni dell’IPCC che parlano, entro la fine del secolo, di precipitazioni più frequenti e più intense nell’emisfero settentrionale e nei tropici, con conseguente aumento del rischio di distruzione delle infrastrutture e l’impatto sulla salute pubblica, soprattutto in relazione alla degradazione della qualità dell’acqua. Fenomeni esattamente opposti a quelli che si verificheranno nel resto del pianeta ma con conseguenze non meno pericolose per le persone: “le regioni aride e semi-aride dell’emisfero australe vedranno diminuire le precipitazioni, con inevitabile calo delle rese agricole, aumento dei prezzi alimentari e desertificazione crescente”.

Cambiamenti climatici che non potranno non divenire un “fattore aggravante in un contesto di fragilità” come quello attuale a causa delle diverse crisi economiche. Per questo è necessario prevedere che i cambiamenti climatici che avranno conseguenze destabilizzanti. “Il riscaldamento globale, in particolare, esacerba le tensioni già esistenti”.

Secondo il delegato francese, “i cambiamenti climatici non sono -o non sono ancora – una fatalità”. Per questo “ovunque, i governi, i comuni, la società civile, le imprese private e il settore finanziario si stanno mobilitando per intervenire”. Nel suo intervento non poteva mancare un richiamo all’ “One Planet Summit” meeting appena concluso in Francia. Un vertice (ma questo l’inviato di Parigi non lo ha detto, anzi) che è stato oggetto di critiche per i contenuti e per i risultati raggiunti.

Alla riunione hanno partecipato anche Halbe Zijlstra, Ministro dei Paesi Bassi degli affari esteri, e Caitlin Werrell, co-fondatore e Presidente del Centro per il Clima e la Sicurezza (CCS). E proprio Werrell è stato designato responsabile della definizione dell’agenda quadro per “elevare l’attenzione internazionale alle implicazioni di sicurezza del cambiamento climatico”.

Già perché il problema in definitiva sarebbe quello: far sì che di ambiente, cambiamenti climatici e loro conseguenze si parli di più, come se non bastassero tutti gli incontri internazionali su questo tema (ormai ne vengono organizzati non meno di un paio al mese in ogni parte del pianeta con enorme speco di risorse e uomini). Incontri e briefing cui i media come sempre dedicano decine di pagine, servizi e report. La verità, come ha detto il presidente della Bolivia, Morales, nel corso dei lavori dell’One Planet Summit, è che, forse, i primi a cambiare non dovrebbero essere i cittadini, ma i governi: sono loro che hanno il potere di impedire alle multinazionali di continuare a non pensare ad altro che ai soldi, senza avere a cuore i propri clienti senza pensare ai cambiamenti climatici che il consumismo sfrenato in atto comporta. E soprattutto senza curarsi delle conseguenze che questi cambiamenti potrebbero avere sulla sicurezza del pianeta. Del resto, a ben guardare, uno dei settori più vantaggiosi e lucrativi oggi è proprio quello della produzione e della vendita di armi e armamenti. Soldi facili sulla pelle dei cittadini. Magari promettendo loro maggiore “sicurezza” per difenderli dagli eventi che sono conseguenza dei cambiamenti climatici….

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