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Iran, i dardi infuocati di Nikki: “Iraniani coraggiosi in cerca di libertà”

Nel suo primo stake out del 2018, l'ambasciatrice USA ha parlato delle proteste anti-regime scoppiate di recente in Iran

L'ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite Nikki Haley.

Iran, Corea del Nord, Pakistan. Queste sono le priorità messe a fuoco dall'ambasciatrice USA Nikki Haley nel suo primo stake out del 2018 al Palazzo di Vetro. Parlando delle proteste scoppiate in Iran, ha elogiato il coraggio di migliaia di iraniani scesi in piazza per invocare la "libertà". Contro un regime che, ha detto, ha una lunga tradizione "nell'uccidere suoi stessi cittadini che osano dire la verità"

“Happy New Year”. E’ una Nikki Haley sorridente quella che, il 2 gennaio 2018, si è presentata ai corrispondenti delle principali testate mondiali al Palazzo di Vetro, per parlare delle priorità della missione americana e degli Stati Uniti nel nuovo anno. A maggior ragione perché, ha sottolineato, quello vecchio è stato particolarmente denso all’ONU, e ha lasciato aperti scenari geopolitici di cui la comunità internazionale dovrà certamente occuparsi nei prossimi 365 giorni. In primo luogo l’Iran, sin da subito presentato come il vero, “grande nemico” degli Stati Uniti d’America nell’era Trump, accusato dall’amministrazione di fomentare l’estremismo e il terrorismo internazionale e sul quale, non molti giorni fa, la stessa ambasciatrice Haley convocò una conferenza stampa d’urgenza a Washington destinata a fare la storia. Perché, in quella occasione, mostrando al mondo intero dietro di sé uno dei missili lanciati dai ribelli in Yemen, accusò nuovamente Teheran di fornire loro armi e di rintuzzare le scintille delle tensioni mediorientali.

Così, in questo scontro a distanza tra Stati Uniti e Teheran, sembrano aver aperto una nuova, più “concreta” fase le proteste scoppiate di recente in tutto il Paese – contro la crisi economica, acuita dalle spese di guerra, l’aumento dei prezzi e la disoccupazione, a cui si sono unite le istanze contrarie alla teocrazia islamica -, proteste nelle quali diverse persone hanno perso la vita e che hanno scatenato la repressione del regime (compreso il blocco di Telegram e di altri social network). Regime che, a sua volta, punta, pur indirettamente, il dito contro l’Arabia Saudita, suo rivale storico nella regione, appellato più genericamente tra i “nemici” colpevoli, a suo dire, di aver “rafforzato l’alleanza per colpire le istituzioni islamiche”. “I nostri nemici – ha twittato infatti Khamenei – hanno fomentato le proteste usando soldi, uomini e agenti dell’intelligence”. Chissà, poi, se tra quei “nemici” Teheran inserirebbe volentieri anche Washington, già ampiamente accusata, in passato – non da ultimo nell’ambito della crisi ucraina -, di fomentare rivolte contro regimi ostili.

Dal canto suo, il presidente Donald Trump si è subito fortemente schierato a favore del diritto di critica dei manifestanti, con tweet al vetriolo nei confronti non solo del regime (“corrotto”), ma anche del “terribile accordo” sul nucleare negoziato dall’amministrazione Obama.

E’ dunque in tale contesto che l’ambasciatrice Haley, nel suo discorso, ha elogiato il “grande coraggio” degli iraniani nell'”innalzare la propria voce contro il loro governo, specialmente quando quest’ultimo ha dietro di sé una lunga storia di assassinii di connazionali che hanno osato dire la verità”. E poiché la reazione del regime, ha aggiunto l’Ambasciatrice, è stata quella di provare a silenziare le voci degli iraniani bloccando i social media, Haley ha deciso di leggere, per qualche minuto, alcuni dei messaggi apparsi sul web, inneggianti ai valori di libertà e indipendenza che avrebbero ispirato la rivolta. Tra questi, spicca un “Forse moriremo, ma ci riprenderemo l’Iran”. “Queste non sono parole mie, né degli Stati Uniti: sono parole di alcuni iraniani coraggiosi”, ha specificato. Quanto al dito puntato da Teheran contro quelli che ha definito i suoi “nemici”, Haley ha ribadito che si tratta di un'”assurdità”, e ha rivendicato la totale spontaneità delle proteste, andate in scena “virtualmente in ogni città del Paese”. Per questo, a suo avviso le Nazioni Unite dovranno giocare un ruolo di primo piano sulla questione, che verrà trattata con una sessione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza a New York, e una riunione del Consiglio sui Diritti Umani a Ginevra. “Non possiamo rimanere in silenzio”, ha esortato. “Gli iraniani stanno chiamando a gran voce la libertà”.

Tra le altre questioni affrontate durante lo stake out, anche la crisi coreana. “Abbiamo terminato il 2017 con una terza, severa risoluzione, che è stata un grande risultato”, ma, ha aggiunto, è necessario proseguire su questa strada per assicurare una “piena implementazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza”. Quindi, Haley ha affrontato l’annosa questione delle relazioni con il Pakistan, dopo la decisione di Donald Trump di bloccare 225 milioni di aiuti al Paese, motivata su Twitter sostenendo che “gli Usa hanno scioccamente dato al Pakistan più di 33 miliardi di dollari in aiuti negli ultimi 15 anni, e loro non ci hanno dato altro che menzogne. Procurano un rifugio sicuro ai terroristi che noi combattiamo in Afghanistan, con poco aiuto. Mai più!”. Haley ha dunque rincarato la dose, accusando a sua volta Islamabad di fare il “doppio gioco”, un gioco che “non è accettabile per questa amministrazione”. Gli Stati Uniti, ha concluso, fanno molto in tutto il mondo, ma si aspettano, in cambio, di essere rispettati.

Sarà dunque certamente un 2018 intenso, vista la portata delle crisi in corso, e l’evidente spostamento di equilibri che l’amministrazione Trump sta apportando in Medio Oriente. Tornando ad alzare la voce con il “nemico storico” Iran, rinsaldando l’amicizia, piuttosto scricchiolante nell’era Obama (anche se la vendita delle armi proseguiva a gonfie vele) con i sauditi, prendendo una posizione netta e senza precedenti su Gerusalemme, bloccando gli aiuti tradizionalmente stanziati per il Pakistan e quant’altro. E più di tutto, da questi presupposti, ci si attende che il braccio di ferro con Teheran abbia presto degli sviluppi significativi con cui la comunità internazionale sarà chiamata a fare i conti.

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