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Migranti: per Guterres una risorsa, per Trump persone da “Paesi di m…”

"Le migrazioni siano atto di speranza" ha detto il Segretario Generale ONU, in una giornata "pazza" e ben poco conciliante sul tema delle migrazioni

Nel Meeting Informale di Giovedì 11 gennaio 2018, il Segretario Generale Antonio Guterres ha presentato il suo Report “Making Migration Work for All”. A sinistra, Louise Arbour. A destra, il Presidente dell'Assemblea Generale Miroslav Lajčák (Foto ONU/Mark Garten)

Al Palazzo di Vetro il Segretario Guterres ha presentato il suo report, "Making Migration Work for All", esortando la comunità internazionale a fare di più sull'immigrazione. Ma non è bastato. Perché alle buone parole dell'ONU, i singoli Paesi del mondo stanno continuando a non far seguire la pratica. E Donald Trump ha lanciato un altro carico: secondo il Washington Post ha definito "Shithole" Countries, quelli da cui arrivano una parte degli immigrati negli USA

Sul tema dell’immigrazione, l’11 gennaio 2018 non verrà ricordato dai posteri come la migliore e la più conciliante delle giornate. Perché, ancora una volta, due visioni contrapposte del mondo si sono continuate a scontrare. A distanza, come sempre. Senza attacchi diretti. Ma attraverso messaggi molto chiari, come al solito, giunti  indirettamente. A volte fin troppo chiari. Da una parte, la posizione del presidente statunitense Donald Trump. Dura, rigida. Spigolosa come il muro che, continua a ribadire, dovrà essere al centro del processo gestionale dei flussi migratori tra Stati Uniti e Messico e delle trattative sul Daca. Una posizione poco conciliante, come lo è stata nel dicembre 2017 l’uscita degli Stati Uniti dal patto ONU per i migranti. Ma anche irrispettosa, come le parole che lo stesso Trump, secondo quanto riportato nel tardo pomeriggio di giovedì 11 gennaio dal Washington Post (non smentito dal Presidente in un primo momento), ha dedicato agli immigrati che si spostano verso gli Stati Uniti da quei – per usare le parole del Presidente USA, secondo il Post – “shithole” countries. Tradotto, da quei “Paesi di merda”. Che sarebbero alcuni Paesi africani, più Haiti. Trump si è poi difeso, negando in realtà tutto: “Ho usato un linguaggio molto duro in quell’incontro. Ma non quel linguaggio”.

Donald-Trump

Donald Trump, mentre parla di immigrazione durante un discorso a Phoenix, Arizona nell’Agosto del 2016 (Foto di Gage Skidmore)

Dall’altra parte, viceversa, c’è invece la posizione delle Nazioni Unite e del suo Segretario Generale Antonio Guterres. Una posizione più conciliante. Nelle parole, nei modi, nelle intenzioni. E che considera la gestione dei rapporti tra Paesi come chiave per la gestione dei processi, e l’immigrazione come atto di speranza e non di disperazione. Nella mattinata di giovedì 11 gennaio, Guterres ha evidenziato proprio questo concetto. Lo ha fatto dal Palazzo di Vetro dell’ONU a New York, durante un meeting informale dell’Assemblea Generale, nel presentare il suo report sull’immigrazione chiamato Making Migration Work for All. Un titolo, già di suo, significativo di quello che il fenomeno migratorio dovrebbe rappresentare per la comunità internazionale, nel disegno del Segretario Generale: un impegno di tutti, per tutti, che accomuna tutti. “Lasciatemi enfatizzare questo concetto – ha chiosato nel suo intervento più significativo Guterres. La migrazione è un fenomeno globale positivo. Potenzia la crescita economica, riduce le ineguaglianze, connette diverse società e ci aiuta ad equilibrare le ondate demografiche che incrementano e fanno diminuire le popolazioni”. Motivo per cui “le migrazioni dovrebbero essere un atto di speranza e non di disperazione”.

Una coppia di immigrati siriani, immortalati nel 2015 a Berlino, in attesa (Foto UNICEF/Ashley Gilbertson VII)

Anche perché “la maggior parte dei migranti vive e lavora legalmente”, ha precisato Guterres. E altri “vivono nell’ombra, senza essere protetti dalla legge e incapaci di contribuire a pieno alla società”. Solo una minoranza nel mondo, che il Segretario Generale ha definito “disperata”, mette a rischio le proprie vite, entrando in Paesi in cui affrontano maltrattamenti e abusi. Una minoranza che rappresenta però un macigno sulla schiena della comunità internazionale e sulla coscienza di quest’ultima. Perché da un lato queste persone sono vittime di profonde crisi umanitarie e di orribili violazioni dei diritti umani. E dall’altro sono proprio loro che finiscono inconsapevolmente per alimentare una percezione sbagliata dell’immigrazione da parte del pubblico. Pubblico che, secondo quanto affermato dal Segretario, considera il fenomeno fuori controllo anche quando quel fenomeno non lo è.

A sinistra, Louise Arbour parla con il Segretario Generale ONU Antonio Guterres

Sempre secondo l’ONU e per bocca della Special Representative for International Migration del Segretario Generale, Louise Arbour, “l’immigrazione è una storia positiva”. Può e deve continuare ad esserlo, secondo l’inviata che è intervenuta al fianco di Guterres. E per rimanere tale, è necessario che vengano garantite “giuste leggi sull’immigrazione, applicate in modo equo”. Leggi che “avvantaggino tutti”. Impianti legislativi che da una parte “aumentino i risultati per i singoli Stati in termini di ordine e sicurezza” e che dall’altra garantiscano “ambienti sicuri e inclusivi per i migranti e le loro comunità d’accoglienza”.

La sensazione, però, è che talvolta, alla teoria, non segua la pratica, anche alle Nazioni Unite. E che su certi temi si sorvoli. Durante il briefing giornaliero con la stampa ad esempio, il portavoce del Segretario Generale Antonio Guterres, Stephane Dujarric, è sembrato rispondere in modo vago ai quesiti de La Voce di New York (vedi video sotto, min. 16:30). Da una parte la persistenza con cui Trump sta parlando della costruzione del muro ai confini tra Stati Uniti e Messico è stata classificata come “speculations” e non è stato risposto in modo chiaro se questo muro possa danneggiare la comunità internazionale sulla questione del contrasto all’immigrazione illegale o meno. Dall’altra invece, alla domanda se sia una buona idea o no predisporre, su iniziativa del Segretario Generale ONU, una mappa colorata per segnalare il ranking di chi sta facendo meglio e chi peggio sul tema dell’immigrazione, Dujarric ha detto: “Amo le mappe, le grandi mappe colorate, le trovo molto utili. Gli sforzi sulla questione dell’immigrazione, però, e il Segretario Generale la pensa da sempre così, sono quelli di intervenire insieme, non esiste il mandato di classificare i Paesi”.

Non solo. Sempre nella pazza giornata di giovedì 11 gennaio, all’interno del Palazzo di Vetro, i risvolti di un Consiglio di Sicurezza sul tema dei traffici – anche di esseri umani – in Sahel e Africa occidentale, hanno scavato un piccolo gap tra quello che è stato detto e quello che è stato fatto. A una manciata di ore dall’intervento di Guterres, infatti, l’inviato speciale UNOWAS Mohamed Ibn Chambas ha letto in Consiglio un rapporto diretto, asciutto e ben dettagliato, nel quale ha evidenziato i pericoli e le preoccupazioni all’interno della regione. Pericoli, come quelli vissuti in Mali, dove organizzazioni terroristiche continuano a pianificare e a completare attacchi nel Kidal contro i caschi blu della missione ONU, MINUSMA.

Mohammed Ibn Chambas durante il suo intervento (Foto ONU/Eskinder Debebe)

Preoccupazioni, come quelle relative al traffico di esseri umani, vera e propria fonte di reddito per chi usa l’immigrazione a scopo di lucro, “come le reti criminali che operano lungo tutta l’Africa occidentale e la regione del Sahel”, il cui contrasto “deve continuare a essere una priorità del 2018 come recentemente sottolineato dal Segretario Generale Antonio Guterres”. Il Consiglio di Sicurezza ha prima ascoltato e condiviso a parole la relazione di Chambas. E fin qui tutto bene. Poi però, nei Press Elements presentati a fine seduta e condivisi all’unanimità dall’aula, non è stato inserito mai, nemmeno una volta, il termine “human trafficking” nel documento. Non è la prima volta che il Consiglio di Sicurezza agisce dal punto di vista diplomatico in questo modo, accogliendo prima le parole dell’inviato ONU di turno, invitato a esporre le proprie preoccupazioni su una determinata regione, salvo poi non mettere in pratica quanto condiviso: era già successo sullo Yemen a novembre, dopo la relazione del sottosegretario Mark Lowcock, con la parola “blockade” (non inserita nei Press Elements), in relazione al terribile blocco umanitario imposto dalla coalizione saudita a Sanaa e Hodeida. Nella seduta sul Sahel del famigerato giovedì 11 gennaio, è avvenuto il bis.

Che le intenzioni siano buone, però, da parte dei membri del Consiglio di Sicurezza, è confermato dalla bontà delle parole del loro Presidente, il kazako Kairat Umarov. Che a una domanda de La Voce di New York durante lo stakeout di fine seduta (vedi video sotto: min 13:13) ha risposto in modo chiaro e diplomatico. Sugli accordi tra i singoli Paesi occidentali e le singole regioni africane coinvolte nei processi dei flussi migratori, è necessario un coordinamento del Consiglio di Sicurezza ONU? Umarov, dopo la polemica che per tutta l’estate 2017 aveva tenuto banco, relativa alle parole di Guterres sull’accordo tra governo libico e governo italiano, ha fatto capire di sì.

Il coordinamento ONU e del Consiglio di Sicurezza serve, sempre. Perché permette ai Paesi del mondo di lavorare in modo congiunto e alla comunità internazionale di raggiungere gli obiettivi preposti, per garantire la difesa dei diritti umani alle persone costrette a muoversi da un punto all’altro del pianeta. Umarov lo ha detto in modo diplomatico, appunto, ma lo ha detto. Lo ha fatto però nelle stesse ore in cui il presidente francese Emmanuel Macron, a Roma, ha elogiato il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni per la missione in Niger e per i risultati raggiunti dal Governo italiano nel 2017 sul tema dell’immigrazione. Non dall’ONU. Non dall’Europa definita da Macron “balbuziente”. Solo dal Governo italiano. Con tanti cari saluti, indiretti ma precisamente indirizzati, alla comunità internazionale e al coordinamento dell’ONU. In nome, di nuovo, di buone intenzioni che non si tramutano in realtà.

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