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Davos: l’ONU applaude le aziende, primo motore contro la discriminazione LGBTI

L'Alto Commissario per i diritti umani dell'ONU Zeid Ra'ad Al Hussein elogia i progressi delle aziende al World Economic Forum di Davos

L'Alto commissario per i Diritti Umani dell'ONU, Zeid Ra'ad Al Hussein, al vertice economico di Davos durante la sessione “Free and Equal: Standing Up for Diversity” (Foto World Economic Forum/Jakob Polacsek)

Per le Nazioni Unite, la lotta contro l'omofobia costituisce un crescente imperativo negli obiettivi di sviluppo, e le aziende sono viste sempre di più come "motore per il cambiamento," ha dichiarato Zeid Al Hussein. E con ragione. Le compagnie private hanno dimostrato di saper anticipare i legislatori nel progresso dei diritti di identità e orientamento sessuale

Durante il meeting del World Economic Forum a Davos, il Commissario per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha preso parte alla discussione “Free and Equal: Standing up for Diversity, sottolineando che il settore privato ha un ruolo importante nell’assicurare dignità e eguali opportunità per la comunità LGBTI, nel mercato del lavoro e non solo.

L’OHCHR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani) aveva già stabilito nel 2011 i principi che incorrono nella relazione tra Business e Diritti Umani. Queste linee guida includono: eliminazione di trattamenti ingiusti nell’ambiente lavorativo, impegno a non contribuire in nessun modo alla discriminazione nei confronti di clienti, fornitori, membri delle aziende o partners, e incoraggiamento alla lotta contro la discriminazione nei paesi in cui le aziende operano.

Numerose aziende avevano già adottato gli standard dell’OHCHR. Tra queste, Coca-Cola, Deutsche Bank, Gap Inc., IKEA, Microsoft e Spotify. E il 2018 si apre con altre novantanove adesioni, in cui figurano Airbnb, Airbus, Barilla, Bloomberg L.P., Gruppo Santander, Lloyd’s, Lush, Marriott International, MAS Holdings, Nasdaq, Tesco, Unilever, e Xerox.

Nel mondo delle Nazioni Unite, la lotta contro l’omofobia costituisce un crescente imperativo negli obiettivi di sviluppo, e le aziende sono viste sempre di più come “motore per il cambiamento,” ha dichiarato Al Hussein. E con ragione. Le compagnie private hanno dimostrato di saper anticipare i law-makers nel progresso dei diritti di identità e orientamento sessuale. Ad aprile 2017, la Corte Federale degli Stati Uniti ha rivisitato l’interpretazione del Civil Rights Act del 1964, ampliando alla comunità LGBTI l’applicazione di diritti specifici sul lavoro. Un gran traguardo, se non fosse che, nello stesso anno, a detta del World Economic Forum, il 91% delle 500 Fortune Companies americane aveva già introdotto individualmente politiche anti-discriminatorie nei confronti di orientamento e identità sessuale. E il 67% di queste si era spinto anche più in là, fornendo altri benefits assicurativi alle famiglie LGBTI.

Il World Economic Forum ha inoltre dichiarato che l’economia americana raggiungerebbe un extra di 9 miliardi all’anno se le compagnie implementassero la salvaguardia dei talenti LGBTI con l’uso di politiche inclusive. L’economia nazionale ne beneficerebbe. Le compagnie stesse ne beneficerebbero, aumentando il loro profitto.

Profitto di cui hanno iniziato a godere, e che non rappresenta solo una cifra materiale. Forgiare all’interno di un’azienda una cultura inclusiva che trascenda i confini nazionali è un’opportunità proficua, per quella stessa azienda, per contribuire a dare forma al progresso socio-economico. Così, nella sua concezione filantropica, seppur dibattuta, del business, nel 2012 Jeff Bezos donò 2.5 milioni di dollari in sostegno al referendum svoltosi a Washington sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, costituendo, a detta del New York Times, un game-changing per la campagna.

Le relazioni tra persone dello stesso sesso sono, attualmente, criminalizzate in 72 paesi. In 8, sono punibili con la morte. In molti altri, norme sociali, tradizioni e costumi rendono la vita delle persone LGBTI impossibile, o più ardua, anche se le legislazioni in quei paesi non sono ufficialmente contro di loro. E mentre la leadership statunitense nel campo dei diritti di identità e orientamento sessuale viene meno, la strategia delle Nazioni Unite di rivolgersi alle aziende sembra essere quella più attuale, trasversale e, in un certo senso, quella vincente.

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