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World Environment Day: la sfida ambientale tra progressi e marce indietro

Si è celebrata in India la Giornata mondiale dell’Ambiente ma per battere l'inquinamento la strada è ancora lunga

Immagine tratta dalla campagna "Clean Seas" promossa nel 2017 (fonte, ONU)

Nell’ultimo periodo l’attenzione internazionale si è concentrata, tra mille contraddizioni, sull'inquinamento negli oceani e nei mari, ma la scelta di celebrare la Giornata Mondiale dell’Ambiente 2018 in India appare discutibile: è di pochi mesi fa, infatti, la notizia che l’India ha superato la Cina e ormai è il primo posto mondiale tra i paesi "inquinanti"

Dopo il fallimento delle politiche sulla riduzione delle emissioni di CO2 (dopo le promesse di Parigi e l’uscita dagli accordi degli USA, la situazione è nettamente peggiorata), quest’anno si è pensato di concentrare l’attenzione dei media sul problema “plastica”. L’edizione 2018 della ricorrenza è ospitata dall’India e lo slogan è Beat Plastic Pollution, sconfiggi l’inquinamento della plastica.

Sulla terraferma vengono utilizzati 500 miliardi di sacchetti di plastica  e vengono acquistate 1 milione di bottiglie di plastica ogni minuto. Ogni anno nel mondo, finiscono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica. Per questo da anni si parla di inquinamento causato dalla plastica, di riutilizzo, di riciclaggio e dell’impatto sull’ambiente che causa l’uso di oggetti in plastica.

Nell’ultimo periodo l’attenzione si è concentrata sulla plastica negli oceani e nei mari. Con la Giornata Mondiale dell’Ambiente l’Onu ha invitato i governi di tutto il mondo ad adottare soluzioni a questo problema.

Secondo gli esperti delle Nazioni Unite “la protezione e il miglioramento dell’ambiente è una questione di grande importanza che colpisce il benessere delle popolazioni e lo sviluppo economico in tutto il mondo”, e “questo tema incoraggia i governi, le industrie, le comunità e gli individui a esplorare insieme delle alternative sostenibili al fine di ridurre urgentemente la produzione e l’utilizzo eccessivo di plastiche monouso responsabili dell’inquinamento degli oceani e che rappresentano una minaccia per la salute”.

In realtà il problema legato alla plastica in mare non è una novità. Nel 2015 la risoluzione  “Transforming our world: the 2030 Agenda for Sustainable Development” prevedeva per gli Stati membri dell’Onu l’impegno “a proteggere in modo sostenibile il pianeta e le risorse naturali”. Gli obiettivi 4 e 5  riguardavano proprio la salvaguardia  degli ecosistemi acquatici e terrestri e la conservazione in maniera sostenibile le risorse marine e terrestri.

Il fenomeno del beach littering è una storia vecchia: già nel 2011,  Charles Moore aveva scritto un libro dal titolo Plastic Ocean (edito in Italia da Feltrinelli nel 2013) in cui denunciava la presenza non di uno ma di diversi “continenti” di rifiuti plastici negli oceani. E nel 2016 sono stati diffusi i risultati di uno studio che parlava di una densità dei rifiuti in mare è di 58 ogni kmq. E la più alta era proprio nel Mar Tirreno (62 rifiuti/kmq). Già allora era chiaro che il 96% dei rifiuti galleggianti è costituito da plastiche. In Italia, le ricerche  condotte da Legambiente con Goletta Verde nel Mar Mediterraneo, hanno dimostrato che “il 96% dei rifiuti galleggianti nei nostri mari è plastica.

Una densità pari a 58 rifiuti per ogni chilometro quadrato di mare con punte di 62 nel mar Tirreno”. Tra i rifiuti più comuni sono stati individuate buste (16,2%), teli (9,6%), reti e lenze (3,6%), frammenti di polistirolo (3,1%), bottiglie (2,5%). E una stima che riguarda tutto il mar Mediterraneo parla di “almeno 250 miliardi di frammenti di plastica”.

A quanto sembra, però, in quel periodo gli occhi di tutti erano concentrati su altri problemi come le emissioni di CO2 che divennero il tema della stragrande maggioranza dei dibattiti sull’ambiente per diversi anni. L’apice fu nel 2015 con la COP21 (la Conferenza delle Parti) a Parigi.

Tutti i leader mondiali impegnati a sottoscrivere un impegno per ridurre le emissioni di anidride carbonica. Ma il il cambio al vertice della Casa Bianca, e il cambio di politiche ambientali adottate dal nuovo presidente Donald Trump produsse un cambiamento notevole: l’anno successivo, e poi nel 2017, buona parte dei lavori delle COP sono serviti a cercare di trovare una soluzione per evitare la fuga di altri dall’accordo.

Intanto le emissioni di CO2 (e di conseguenza l’aumento delle temperature medie globali), lungi dal diminuire, sono cresciute: secondo i dati dell’Acea, l’Associazione dei costruttori europeo di auto e dell’Agenzia europea dell’ambiente (EEA), nel 2017, le emissioni medie di CO2 delle auto sono aumentate dello 0,4%  e, in 17 Stati membri dell’Ue, sono state superiori rispetto all’anno precedente (Regno Unito ( + 0,8%), Francia (+ 0,6%), Spagna (+ 0,5%), Germania (+ 0,1%), Polonia (+ 1,43%) e Paesi Bassi (+ 2,27%)).

Ovvio quindi che la riduzione delle emissioni di CO2 non poteva più essere utilizzato come “goal”, meta o obiettivo per la tutela dell’ambiente. Quindi si è deciso di trovare un nuovo vessillo: la plastica. D’improvviso, a livello globale ci si è accorti dei numeri impressionanti legati all’inquinamento da plastica.

Oltre a Legambiente, anche il WWF ha iniziato la propria battaglia contro la plastica usa e getta: lo ha fatto con una campagna dal titolo #GenerAzioneMare. Lo stesso ha fatto l’ENEA che in un report segnala come sia necessario ridurre la nostra impronta ecologica “privilegiando l’uso di oggetti realizzati in materiali che non ci sopravvivranno” ad esempio, acquistando vestiti in fibre naturali.

Lo stesso ha fatto l’Unione europea, che anticipando tutti di qualche giorno (grande mossa strategica e di marketing), lo scorso 28 maggio, ha presentato un regolamento cheriguarda la plastica monouso (entrerà in vigore a maggio 2019). L’Unione Europea ha dichiarato: “di fronte al costante aumento dei rifiuti di plastica negli oceanie nei mari e ai danni che ne conseguono, la Commissione europea propone nuove norme di portata unionale per i 10 prodotti di plastica monouso che più inquinano le spiagge e i mari d’Europa e per gli attrezzi da pesca perduti e abbandonati”.

Anche la scelta di celebrare la Giornata Mondiale dell’Ambiente 2018 in India appare discutibile. È di pochi mesi fa, infatti, la notizia che l’India ha superato la Cina e ormai occupa stabilmente il primo posto tra i paesi produttori di inquinamento ambientale (specie quello legato all’anidride solforosa prodotta dalla combustione del carbone che causa piogge acide, nebbie e molti problemi di salute). Ad attestarlo è una ricerca di scienziati dell’Università del Maryland a College Park in collaborazione con il Goddard Space Flight Center della NASA, che firmano un articolo su “Scientific Reports”.

La realtà è che la plastica si trova ormai ovunque: se ne sono trovate tracce dai ghiacci alle grandi fosse marine,fino a 10 km di profondità (fossa delle Marianne). Le stime parlano di un aumento di plastica negli oceani di più di 150 milioni di tonnellate ogni anno.

Continuando di questo passo nel 2025 gli oceani potrebbero una tonnellata di plastica ogni 3 tonnellate di pesce; nel 2050, negli oceani del mondo ci sarà più plastica che pesci. Ormai la plastica costituisce il terzo materiale umano più diffuso sulla Terra (dopo l’acciaio e il cemento).

Sperare di risolvere il problema dell’inquinamento da plastica con convegni, conferenze e simili, non risolverà nulla. In India, nei mari del mondo e nel Mediterraneo dove, secondo uno studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche apparso su “Nature Scientific Reports”, ce ne sono  fino a 10 chilogrammi ogni chilometro quadrato, più di quanto ce n’è nella famosa isola di plastica presente nel Pacifico settentrionale.

Ma non è questo il solo motivo per cui la lotta alla plastica rischia di essere una guerra persa in partenza (quanto e forse più di quella contro la CO2). La produzione mondiale di plastica è passata dai 15 milioni del 1964 agli oltre 310 milioni attuali. Si tratta di un settore che solo nei 28 paesi membri dell’Unione europea, occupa 1,45 milioni di lavoratori in 62mila imprese per un fatturato di oltre 330 miliardi di euro (con un impatto positivo sulla bilancia commerciale comunitaria per 18 miliardi di euro e un contributo alle casse pubbliche, nei diversi paesi, pari a circa 27 miliardi di euro).

Dati che rendono evidente che non basteranno cene, foto di gruppo e promesse sottoscritte a Nuova Delhi per risolvere il problema.

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