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Il saluto di Sebastiano Cardi: “Ho lavorato per aumentare l’impronta italiana all’ONU”

Il bilancio dell'Ambasciatore d'Italia che saluta New York dopo 5 anni alle Nazioni Unite per tornare a Roma con un importante incarico alla Farnesina

Abbiamo incontrato il Rappresentante Permanente dell'Italia alle Nazioni Unite, Sebastiano Cardi, a fine maggio, poco prima che lasciasse il suo incarico per continuare il suo impegno per la politica estera italiana da Roma, e gli abbiamo chiesto di tracciare un bilancio degli ultimi 5 anni. Anni in cui l'Italia, ci ha confermato, è stata protagonista all'ONU, ha saputo - quando necessario - farsi rispettare e portare all'attenzione della comunità internazionale temi che le stanno a cuore, come il Mediterraneo

Dall’ufficio dell’Ambasciatore presso la Missione italiana all’ONU, si gode di una vista spettacolare su New York: il Palazzo di Vetro, i grattacieli, tutta l’area dell’East River si snodano oltre i vetri delle ampie finestre, che percorrono due lati della stanza. Quell’ufficio ospita da ormai cinque anni Sebastiano Cardi, che si appresta a lasciarlo, nelle mani di una donna, per tornare a Roma, da dove continuerà a seguire la politica internazionale con un altro, prestigioso, incarico. Noi della Voce di New York c’eravamo cinque anni fa, quando Cardi assunse questo importante ruolo diplomatico, e ci siamo oggi, alla fine di questo percorso. È fine maggio quando lo incontriamo, per tracciare un bilancio di questi anni, anni in cui l’Italia è stata indiscussa protagonista ai tavoli che contano delle Nazioni Unite, anche e soprattutto grazie all’impegno della Missione da lui guidata. Che ci ha portato anche, nel 2017, a sedere in Consiglio di Sicurezza.

L’Italia, con l’ambasciatore Sebastiano Cardi, presidente del Consiglio di Sicurezza ONU lo scorso novembre.  (Foto Missione Italiana ONU)

Vogliamo fare un consultivo di questi cinque anni, anni in cui l’Italia è stata protagonista all’ONU: il nostro Paese, lo ricordiamo, nelle Nazioni Unite ha un ruolo di spicco, è ad esempio il primo contributore di caschi blu tra i Paesi occidentali, e sotto la guida della sua Missione è stata anche membro del Consiglio di Sicurezza. Ambasciatore, l’interesse nazionale dell’Italia, in questi cinque anni, è stato preservato, e come?
“Credo di sì, e spero che abbiamo fatto un buon lavoro. In questo periodo non abbiamo cambiato la posizione italiana all’ONU, che, come lei ha giustamente detto, è tradizionalmente molto forte. Quando sono arrivato, l’Italia era già il settimo contributore al bilancio delle Nazioni Unite, il primo contributore di truppe, come lei ha ricordato, alle operazioni di pace nel campo occidentale, quindi avevamo già una posizione molto forte, che si è creata dal ’55 in poi. In questi anni, tuttavia, abbiamo cercato, anche grazie alla campagna in vista dell’elezione al Consiglio di Sicurezza, di affermare ancora di più questa visibilità, questa forte immagine del nostro Paese, che si basa sulla nostra concezione del multilateralismo come il metodo migliore per affrontare le sfide del nostro tempo. Abbiamo quindi cercato di aumentare questa impronta italiana al Palazzo di Vetro. Poco dopo il mio arrivo, fui eletto presidente della II Commissione dell’Assemblea Generale, che si occupa di un tema centrale per l’ONU, cioè la lotta alla povertà, al sottosviluppo, alla fame. Quindi, fui eletto vicepresidente dell’Assemblea Generale stessa, incarico in parte formale ma anche sostanziale, poiché si presiedono molte riunioni del consesso maggiore dell’ONU. In questi anni abbiamo quindi svolto la campagna per essere eletti al Consiglio di Sicurezza, campagna molto intensa e anche combattuta. Ho anche assunto l’incarico di vicepresidente a New York della Corte Penale Internazionale, per l’attenzione che l’Italia rivolge a quello che è la
rule of law, lo stato di diritto, e le responsabilità per i crimini contro l’umanità. Nel giugno 2016, dopo una campagna combattuta che ci vide arrivare con l’Olanda in una situazione di totale parità, fummo eletti per il mandato nel 2017 al Consiglio di Sicurezza. Quello fu, da un certo punto di vista, un punto di arrivo, ma anche un fondamentale punto di partenza, perché in quella sede abbiamo cercato di affermare le nostre priorità, in primis il Mediterraneo, da dove provengono oggi le maggiori sfide per la comunità internazionale e non soltanto per l’Italia: terrorismo, movimenti di popolazione, traffici illeciti, collegamento tra reti terroristiche e criminalità organizzata. Abbiamo quindi cercato, in questo anno di presenza nel massimo consesso nell’ONU, di portare la nostra visione di quelle che devono essere le soluzioni per un mondo più stabile e pacifico, in cui le minacce vengono tenute sotto controllo e, se possibile, anche sconfitte”.

Proprio a proposito di Mediterraneo, ricordiamo quando, all’inizio della presidenza italiana del Consiglio di Sicurezza, venne all’ONU l’allora Ministro degli Esteri Angelino Alfano a ricordare quanto fosse strategico lavorare per la stabilità della Libia. Pensa che l’Italia possa restare soddisfatta di come gli altri Paesi, nel Consiglio di Sicurezza, hanno affrontato la questione, oppure no?
“Il Consiglio di Sicurezza è un organismo molto complesso, dove giocano un ruolo molto importante i membri permanenti. Tuttavia, penso che il miglior successo che possiamo ascrivere alla nostra azione sia stato quello di aver portato l’agenda mediterranea al centro dei lavori del Consiglio. Lo abbiamo fatto più di prima – non che fosse in precedenza del tutto assente -, e grazie all’aiuto di altri Paesi come la Francia, l’Egitto o il Senegal, presenti in quell’anno nel Consiglio. Insieme ad altri Paesi abbiamo fatto in modo che questa agenda mediterranea – di sfide alla sicurezza ma anche di opportunità – fosse portata maggiormente all’attenzione del Consiglio di Sicurezza e quindi della comunità internazionale. Un po’, se vogliamo, quello che l’Italia fa da molti anni nell’Unione Europea, dove a lungo abbiamo segnalato il tema delle migrazioni, che era ed è un problema europeo. C’è poi anche la questione delle sfide crescenti che, negli ultimi 20 anni, abbiamo visto provenire soprattutto dal quadrante mediterraneo mediorientale: una sfida che l’Italia ha portato davanti all’UE, e che abbiamo voluto porre anche in sede di Consiglio di Sicurezza. Credo che, al di là degli effetti pratici e operativi su alcuni dossier, come quello libico su cui l’Italia ha lavorato da dentro e da fuori il Consiglio, il maggior successo sia stato l’aver portato questa nostra forte sensibilità. Il tema migratorio non può essere un problema solo dell’Italia, della Grecia o dei Paesi che si affacciano sulla sponda del Mediterraneo. È un problema che deve essere affrontato da tutta l’Europa e dall’intera comunità internazionale”.

L’Italia, durante il suo anno in Consiglio di Sicurezza, ha “alzato la voce” a proposito del Libano, quando avete fatto notare che, visto il contributo importantissimo del nostro Paese alla missione di pace, vi aspettavate una maggiore inclusione sul tema da parte di certe potenze che, in quel momento, non avevano tenuto nella giusta considerazione quella vostra esigenza. Questo è un esempio di come l’Italia all’ONU si faccia rispettare.
“Lo è, ed è un esempio calzante. L’Italia è il maggior contributore di truppe alla missione UNIFIL, una missione molto delicata, che opera in un teatro estremamente fragile ed esposto ai venti di guerra che arrivano dalla Siria e dalla generale instabilità dell’area mediorientale. Quando si trattò di negoziare il nuovo mandato della missione, alcuni membri permanenti avevano tenuto in minore considerazione le nostre richieste e le nostre osservazioni. Abbiamo quindi fatto presente, anche in modo piuttosto “vocale”, in questo negoziato le nostre esigenze e quelle che noi ritenevamo fossero le priorità da seguire, e alla fine penso che il nostro lavoro sia stato soddisfacente”.

Sebastiano Cardi, in veste di presidente del Consiglio di Sicurezza, durante uno stakeout.

Parliamo di Stati Uniti. L’arrivo dell’amministrazione Trump aveva fatto un po’ “tremare” il Palazzo di Vetro, perché non si era capito quale sarebbe stato l’atteggiamento verso le Nazioni Unite. Poi – e questa è una nostra valutazione – si è capito che in realtà non sarebbe cambiato più di tanto, perlomeno nella sostanza. Qualcosa è cambiato, invece, riguardo alla situazione israelo-palestinese. Che ne pensa?
“Va detto che gli Stati Uniti sono un attore fondamentale del sistema multilaterale. L’importanza politica e il contributo economico degli Stati Uniti – è evidente – sono enormi. Gli USA sono i principali contributori finanziari dell’ONU e quindi i maggiori sostenitori di questa Organizzazione. In effetti, quando arrivò la nuova amministrazione Trump, ci furono all’inizio dei segnali di possibile uscita o abbandono del metodo multilaterale. Segnali poi rientrati, anche grazie all’opera intelligente e pragmatica dell’Ambasciatrice americana all’ONU Nikki Haley, che ha saputo interpretare le istanze un po’ critiche verso un’organizzazione che ha bisogno, in effetti, di essere riformata – cosa sulla quale l’Italia pienamente concorda -, riuscendo a mantenere un impegno, una presenza americana nell’organizzazione che ci garantisce. Naturalmente, un minore coinvolgimento degli USA nelle Nazioni Unite sarebbe esiziale per tutti i Paesi membri, perché tutti noi consideriamo quello multilaterale il metodo migliore per risolvere le controversie. Il bilancio alle Nazioni Unite di un anno e mezzo di amministrazione Trump è quindi positivo. Lo stesso Presidente venne qui all’ONU a settembre, all’apertura dell’ultima Assemblea Generale, e, insieme al Segretario Generale  Antonio Guterres, lanciò un messaggio di fiducia nell’organizzazione e nel fatto che essa possa essere riformata nel senso di una maggiore efficienza e capacità a rispondere alle sfide di oggi”.

Quando l’Ambasciatrice Haley si presentò, davanti a noi giornalisti, con quella dichiarazione poi divenuta famosa in cui disse che gli Stati Uniti avrebbero preso i nomi dei Paesi che non si sarebbero comportati secondo le aspettative, l’Italia si è preoccupata di finire in quella lista o no?
“Non ci siamo preoccupati perché, in realtà, l’alleanza con gli USA non è mai stata in discussione e inoltre condividiamo molti punti del loro programma di riforma delle Nazioni Unite. Ci possono essere divergenze tra amici e alleati, ma abbiamo sempre lavorato insieme ai partner – tutti i Paesi dell’ONU, tra cui quelli sempre più fondamentali come Russia e Cina -, per cercare di trovare soluzioni basate sul consenso. Quando c’è unità della comunità internazionale, anche i problemi più difficili si possono risolvere. L’Italia ha le carte in regola per favorire il dialogo e lavorare costruttivamente con tutti i Paesi”.

Il segretario generale Antonio Guterres di recente ha ribadito le sue preoccupazioni per i “venti da guerra fredda”, circostanza che rende più complicato il lavoro dell’ONU. L’Italia condivide questi timori, oppure fa parte anche del lavoro del Segretario Generale “esagerare” un po’ per farsi ascoltare di più?
“Questo è vero: in parte lui cerca di provocare, ma se è vero che i rapporti tra le due superpotenze mondiali – Russia e Stati Uniti – non sono in questo momento idilliaci, è anche vero che il dialogo è costante. È fondamentale che vi sia una capacità di parlare tra i principali attori del mondo di oggi, Stati Uniti e Russia, a cui aggiungerei anche la Cina. Vediamo il caso della Siria, dove il dialogo è difficile ed è importante il contributo dei Paesi europei come l’Italia. Ci sono stati anche dei casi, come quello della Corea del Nord, sui quali l’unità del Consiglio di Sicurezza e dei suoi membri permanenti è stata tale per cui è stata trovata un’intesa per un’azione piuttosto muscolare e decisa nei confronti del regime di Pyongyang, per indurlo a tornare al tavolo delle trattative”.

L’Italia tra l’altro è stata anche presidente del Comitato Sanzioni Nord Corea, e quando si è visto questo “ritorno alle trattative” – ancora non si sa come andrà a finire -, i media hanno notato come il pugno duro di Trump abbia funzionato, ma pochi hanno detto che le sanzioni dell’ONU hanno giocato un ruolo importante. Anche in questo, l’Italia è stata protagonista.
“Lo è stata di certo. Una premessa: le sanzioni non sono uno strumento fine a se stesso. Non si può pensare di imporle solo per mettere pressione, ci vuole un’opera parallela a livello politico. La pressione serve per indurre la controparte a un atteggiamento diverso e a sedersi al tavolo del negoziato. L’Italia ha avuto un ruolo importante perché abbiamo interpretato quella coesione della comunità internazionale che è stata, attraverso le sanzioni, il modo per far capire al regime di Pyongyang che era necessario tornare al tavolo delle trattative per evitare una pericolosa escalation militare. Noi riteniamo che i segnali di dialogo siano frutto anche di questa politica, soprattutto di coesione, della comunità internazionale”.

Parliamo di Iran. Di fronte ai cambiamenti della politica americana, c’è stata una risposta unita da parte dell’Europa, che ha mostrato di avere idee diverse. Come è vissuto all’ONU questo shift da parte degli USA e questa coesione europea di segno opposto?
“È fondamentale che l’Europa si presenti sempre unita agli appuntamenti politici che riguardano temi strategici come l’accordo con l’Iran. In questo momento, l’Europa ha cercato di fare in modo che fosse preservato questo accordo, che non è soltanto a beneficio dell’Iran, ma anche del regime globale di non proliferazione nucleare. Gli Stati Uniti hanno fatto una valutazione diversa. È evidente che con gli USA questo dialogo deve proseguire, perché, al di là dell’aspetto nucleare in sé, c’è anche una dimensione regionale, che investe l’Iran e altri Paesi, che va affrontata sempre attraverso il dialogo”.

L’Europa forse è meno unita quando si parla di riforme dell’ONU, e in particolare dell’annosa riforma del Consiglio di Sicurezza.
“Su questo l’Europa non ha una posizione univoca. L’Italia, da tre decenni – anche grazie all’azione dell’Ambasciatore Fulci, che mi piace ricordare come mio maestro qui all’ONU – ritiene che debba esserci una riforma dell’ONU complessiva. Specificamente sul Consiglio di Sicurezza riteniamo irrealistica e antistorica l’ipotesi che per alcuni Paesi – come propongono Germania, Giappone, India, Brasile – possa essere prevista la possibilità di seggi permanenti aggiuntivi. Noi siamo a favore di una espansione dell’organo con un metodo più democratico: aumentare i seggi del Consiglio di Sicurezza attraverso forme comunque elettive, senza consegnare a Paesi specifici un privilegio eterno”.

In merito a questo concetto di democraticità, abbiamo visto il nuovo metodo di elezione del Segretario Generale all’insegna della trasparenza. È ottimista rispetto al futuro dell’ONU in questo senso? E nel piano di riforme, bisognerebbe prevedere che il Segretario Generale abbia un peso ancora maggiore di quello che ha?
“La figura del Segretario Generale è fondamentale. Nel tempo la struttura dell’ONU è cresciuta, sono aumentati i membri – da una cinquantina all’inizio a 193 oggi -, seguendo le fasi storiche della comunità internazionale: è diventata una organizzazione universale. Quindi, ha bisogno non solo di un’organizzazione interna più snella ed efficace, ma anche di un capo con grande energia e una visione chiara dei problemi. Guterres ha dimostrato di saper interpretare questo ruolo, con un sostegno convinto da parte dell’Italia, lanciando con grande determinazione un’azione di profonda riforma interna che dovrebbe rendere il sistema più efficace ed efficiente, per assicurare alle Nazioni Unite un ruolo positivo nella soluzione delle crisi e nella prevenzione delle minacce alla stabilità. Ovviamente, in un’organizzazione così ampia, dove gli Stati hanno una forte voce in capitolo, il suo potere sarà sempre bilanciato dai Paesi membri, e questo continuerà a rendere non facile il suo operato”.

Un giudizio su Antonio Guterres?
Questo anno e mezzo di Guterres – che è un uomo politico molto sperimentato, dato che è stato primo ministro portoghese e poi per dieci anni a capo dell’UNHCR – è stato speso bene a ricercare  vie attraverso le quali  fare in modo che l’ONU torni a giocare un ruolo  attivo non solo nel campo dello sviluppo e dei diritti umani, ma anche nella ricerca di soluzioni per le grandi crisi dei nostri tempi”.

Guterres ha insistito molto sul ruolo delle donne. La Gran Bretagna è giunta il mese scorso con una nuova Ambasciatrice, e ora anche l’Italia si appresta ad avere una donna in questo ruolo. Ce la vuole introdurre?
“Con piacere. Si tratta di Mariangela Zappia, la mia collega nominata nuova Ambasciatrice italiana all’ONU. Vanta un curriculum di altissimo livello: è stata Ambasciatrice presso la Nato, Ambasciatrice UE all’ONU a Ginevra. Ha quindi una forte esperienza multilaterale e nel campo della pace e della sicurezza. Ha un profilo perfetto per svolgere questo incarico gravoso e impegnativo. Il fatto che sia una donna aggiunge importanza alla nomina, visto che lo stesso Guterres sta propugnando un’agenda di parità di genere molto forte, ottenendo molti risultati”.

Il ministro degli Esteri Angelino Alfano (al centro), con l’ambasciatore Sebastiano Cardi e l’inviato ONU in Libia Ghassan Salamé, durante il mese di presidenza italiana del Consiglio di Sicurezza

63 anni di Italia nell’ONU. Pur con i tanti governi che si sono avvicendati, il nostro Paese ha sempre avuto una continuità sulla scena internazionale. Con il nuovo esecutivo, prevede che i pilastri della nostra politica estera rimarranno in piedi?
“Credo di sì. Abbiamo sempre avuto in politica estera direttrici fondamentali che non sono mai cambiate, e non credo che cambieranno. Prima di tutto, la vocazione al metodo multilaterale: l’Italia da sola non può risolvere  problemi sempre più complessi. La ricerca del consenso per la ricerca di soluzioni è nostro interesse, e mi aspetto che questo approccio continui. Di fronte a interessi globali, abbiamo bisogno di essere in costante dialogo con tutti gli Stati membri dell’ONU, e credo che continueremo ad agire con questo disegno: che è quello di un Paese votato al multilateralismo che vede prima degli altri le sfide che si affacciano all’orizzonte, anche per la nostra vocazione geografica, e che ha bisogno della cooperazione degli altri Paesi per arrivare a soluzioni, possibilmente basate sul metodo multilaterale”.

Ambasciatore, ci apprestiamo alla fine di questa intervista. Quando iniziò la sua carriera, si aspettava di ricoprire un ruolo tanto importante qui alle Nazioni Unite? Ci tracci un bilancio. Ci può anticipare che cosa farà nei prossimi mesi e nei prossimi anni? Sappiamo che torna in Italia con un incarico importante -?
“Quando venni qui 25 anni fa all’ONU scoprii il mondo delle organizzazioni internazionali che prima non conoscevo. È stata una bellissima esperienza, sia sotto la guida di altri Ambasciatori, tra cui Francesco Paolo Fulci, sia come Ambasciatore io stesso. È chiaro che il mondo nel frattempo è molto cambiato, così come la realtà dell’ONU. Questi cinque anni, poi, mi hanno insegnato moltissimo: spero di aver fatto un lavoro utile alla politica estera dell’Italia, ma soprattutto al nostro Paese. Ora sarò Direttore Generale degli Affari Politici alla Farnesina, e mi occuperò pressappoco delle stesse cose che facevo qui, ma dal centro, da Roma. Invece che ricevere istruzioni, ne darò qualcuna anch’io (ride), sulla base delle indicazioni del nuovo Governo. I temi saranno quelli di cui abbiamo parlato, in primis la sicurezza del Mediterraneo: dalla stabilità di quell’area deriveranno benefici anche per il nostro Paese. Ovviamente, ci occuperemo anche della questione siriana, a cui, dopo 8 anni di guerra, dopo i morti e le violenze, dobbiamo trovare delle soluzioni. Cercheremo anche di fare in modo che l’Italia continui a operare come un attore responsabile all’interno della comunità internazionale, in grado di portare la sua visione, e di aiutare gli altri a trovare soluzioni condivise”.

New York le mancherà un po’?
“New York mi mancherà molto: è una città dove ho vissuto per quasi dieci anni, in due periodi diversi della mia vita. È dinamica, è piena di italiani, è molto piacevole e ci si lavora molto bene. Ma sono anche felice di tornare in Italia e nella mia città, che è Roma”.

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