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Sul Global Compact for Migration, USA, Ungheria e Australia non sono stati ipocriti

E invece, tanti Paesi (tra cui quelli europei) hanno aderito a impegni che, allo stato dei fatti, non sembrano voler (o poter) mantenere

Miroslav Lajčák, President of the 72nd Session of the United Nations General Assembly (l), stands with ambassadors Juan José Gómez Camacho of Mexico (c) and Jürg Lauber of Switzerland (r), co-facilitators of negotiations on the global compact for safe, orderly and regular migration, at UN Headquarters in New York, 13 July 2018.

Tanto scalpore ha fatto la scelta degli USA di Donald Trump, ma anche di Ungheria e Australia di non firmare il Global Compact for Migration. Scelta pienamente coerente con le loro politiche migratorie. Non si può dire lo stesso di quella di tanti altri Stati (dell'UE in primis), firmatari di impegni che, visto lo stato dell'arte, sembrano decisamente difficili da mantenere...

Antonio Guterres lo ha definito un “miglioramento significativo”; Miroslav Lajčák, presidente dell’Assemblea Generale, ha parlato di “momento storico”. Del resto, l’entusiasmo per l’approvazione del Global Compact for Migration non si è limitato alle dichiarazioni entusiaste dei vertici ONU. Lo stesso documento celebra il risultato raggiunto, definito “a milestone in the history of the global dialogue and international cooperation on migration”, una “pietra miliare nella storia del dialogo globale e della cooperazione internazionale sulla migrazione”. Eppure, visti i tempi che corrono, è del tutto lecito chiedersi se tanto clamore intorno a un documento non vincolante sia poi giustificato.

Per carità: non che il contenuto non sia incoraggiante. Il documento finale contiene infatti 10 principi generali e 23 formulazioni di obiettivi, per ognuno dei quali vengono indicate le misure da adottare. Ma i dubbi sorgono quando si confrontano gli impegni presi su carta da 193 Paesi (esclusi, da dichiarazioni ufficiali, gli USA, l’Ungheria e l’Australia) con le modalità con cui la questione migratoria è affrontata in tutto il mondo, e con le dichiarazioni in proposito dei leader politici. È allora che sorge il dubbio – legittimo, a parere di chi scrive – che gli obiettivi e le misure indicate sul documento siano destinati a rimanere belle parole.

Il primo indizio che alimenta il nostro sospetto è proprio la natura non vincolante dell’accordo. Il documento rimarca in più punti il pieno rispetto della sovranità degli Stati (principio, intendiamoci, sacrosanto) nel determinare la propria politica migratoria. D’altra parte – afferma il Global Compact -, il documento ambisce a costruire una “cornice di collaborazione” basata sulla cooperazione internazionale, partendo dal presupposto che nessuno Stato può efficacemente affrontare da solo il fenomeno migratorio. Ditelo all’Europa dei muri, verrebbe da obiettare. Sì, perché l’Unione Europea è la dimostrazione vivente di quanto sia difficile mantenere simili impegni, quando questi non siano vincolanti o quando una nuova legislazione improntata su solidarietà e cooperazione sia ancora da scrivere. Com’è noto, l’UE si è impegnata, nel 2015, a costruire una politica di asilo comune e a riformare il Regolamento di Dublino: punti, tuttavia, sui quali mai, fino ad ora, si è trovato un accordo. Così, quando il Global Compact cita come suoi principi fondamentali “shared responsabilities” and “unity purpose”, a guardare l’esempio europeo ci si chiede come sia possibile che, se 28 Stati facenti parte (in teoria) di un’unica struttura sovranazionale faticano a mettersi d’accordo, questo possa accadere tra più di 190 Paesi del mondo.

Anche l’intenzione che il documento sia “people-centered” lascia quantomeno dubbiosi, a guardare quello che sta accadendo in queste ore nel mar Mediterraneo. Dove sono le politiche migratorie incentrate sul primato della persona umana? Difficile scorgerle all’orizzonte, al momento.

Per non parlare, poi, dei 23 obiettivi: tutti condivisibili, intendiamoci, ma che, a giudicare dal periodo in cui viviamo, sembrano oasi nel deserto. Il quinto, ad esempio, recita: “Rafforzare la disponibilità e la flessibilità di canali di immigrazione regolare”. Come abbiamo già avuto modo di scrivere su questo giornale, si tratta indubbiamente di un obiettivo che dovrebbe essere considerato di primaria importanza per chiunque voglia tentare di approcciarsi al fenomeno con razionalità ed efficacia. Tradotto in parole povere, significa che gli Stati del Nord del mondo dovrebbero aprire sistematici canali umanitari per assicurare spostamenti sicuri e legali per i profughi, nonché ricominciare a considerare la possibilità di concedere visti di lavoro per chi voglia e abbia la capacità, dal Sud del globo, di proporsi al mercato del lavoro del mondo sviluppato. Ciò non significa accogliere tutti: significa, al contrario, infliggere un duro colpo ai trafficanti di esseri umani, e ridurre significativamente le situazioni di clandestinità e illegalità, che spesso portano a lavoro nero e sfruttamento da parte di organizzazioni criminali.

Vi diamo una notizia: al momento, questi canali “regolari” di immigrazione, in Europa e non solo, sono estremamente residuali, e, a giudicare dallo stato dell’arte, resteranno tali ancora per molto. Ecco perché anche l’impegno di “prevenire, combattere e sradicare il traffico di esseri umani” (10) non ci pare credibile: ad oggi, infatti, affidarsi a trafficanti senza scrupoli è pressoché l’unico modo di migrare, sia per profughi che per migranti. Finché non si aprirà un’alternativa, il contrasto agli scafisti non sarà mai davvero efficace. Non solo: fondamentale ricordare che, qualche settimana fa, l’ONU ha sanzionato una serie di trafficanti di uomini, tra i quali figurava anche Abd al Rahman al Milad, capo di un’unità di una Guardia costiera regionale libica. Diverse inchieste hanno svelato che quella istituzione, perlomeno in alcuni suoi settori, è o è stata in effetti collusa con gli scafisti. E proprio alla Guardia costiera di Tripoli, l’Italia ha affidato e continua ad affidare il compito di “salvare” i migranti che tentano la traversata e riportarli in Libia. Non vi pare un paradosso?

Che dire, poi, dell’obiettivo di “salvare vite”? Anche in questo caso, si rimanda a quello che sta accadendo nel Mediterraneo in questi giorni. Altro paradosso, l’impegno a limitare la detenzione dei migranti a casi eccezionali. Per citarne una, non più tardi dello scorso marzo la Commissione europea aveva chiesto agli Stati membri “di accrescere le capacità dei centri di detenzione e aumentare i rimpatri dei migranti economici”, obiettivo messo nero su bianco nella relativa relazione sull’attuazione dell’Agenda UE sulle politiche migratorie. Com’è possibile che, a New York, gli Stati europei si siano impegnati sulla carta a fare esattamente il contrario di quanto deciso in sede UE? Proprio in queste ore, d’altra parte, il ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini ha annunciato di voler istituire almeno un Cie (Centro di Identificazione ed Espulsione, leggi “di detenzione”) per regione. E nelle scorse ore la ong Oxfam ha lanciato un monito, secondo cui “quelli che l’Unione europea chiama centri controllati potrebbero diventare in realtà veri e propri campi di detenzione”. A voi l’onere delle conclusioni.

Anche gli obiettivi generali sembrano poco realizzabili, allo stato dell’arte. Lo è quello che parla di promuovere una piena inclusione e una coesione sociale tra migranti e società ospitanti; lo è quello che sottolinea la necessità di “eliminare tutte le forme di discriminazione e promuovere un discorso pubblico per rimodulare la percezione della migrazione”. Anche in questo caso, non serve dire molto: guardate cos’è accaduto sui social in queste ore con la fake news sullo smalto di Josepha, naufraga salvata dalla ong Open Arms dopo 48 ore trascorse alla deriva in mare, aggrappata a un pezzo di legno. Quel che è peggio, è che una simile narrazione non è certamente diffusa solo in Italia. Per non parlare, poi, dell’intenzione di contribuire allo sviluppo sostenibile nei Paesi d’origine: la lotta alla povertà è da sempre il primario obiettivo della comunità internazionale, ma, senza un reale impegno da parte di tutti gli Stati e dei grandi gruppi occidentali ad abbandonare la logica dello sfruttamento dell’Africa, nessun aiuto allo sviluppo farà mai l’effetto sperato. È un discorso lungo e complesso: per approfondirlo si rimanda al pregevole contributo “Perché l’Africa non decolla”, pubblicato sul numero 1264 di Internazionale.

Ecco perché, in questo quadro, la decisione degli Stati Uniti di Donald Trump e dell’Ungheria di Viktor Orban di non firmare il documento non deve suscitare stupore. Lo stesso si può dire dell’analogo annuncio di Peter Dutton, ministro dell’Interno australiano. Questi tre leader, comunque la si pensi delle loro politiche, hanno semplicemente preso atto che le modalità con cui vogliono gestire il fenomeno migratorio a casa propria sono del tutto incompatibili con gli impegni indicati nel Global Compact. Più stupore, semmai, è lecito provarlo per i tanti che hanno aderito, pur consapevoli di non poter o voler mettere in atto quelle misure, forse facendo affidamento alla natura giuridica non vincolante di queste ultime. Stiamo parlando, in primis, dell’Unione Europea. Che forse qualcuno, se le cose continueranno così, in futuro potrà legittimamente accusare di ipocrisia. Intendiamoci: il nostro non è un processo alle intenzioni, ma un sospetto, appunto, basato su quanto accaduto negli ultimi anni. Fermo restando che, per quanto ci riguarda, ci piacerebbe infinitamente vedere questa previsione al più presto smentita…

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