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Libia, Salamé chiede aiuto al Consiglio di Sicurezza ma a dettare legge è il petrolio

Delattre ha parlato di "lotta" contro chi mette "in pericolo i fragili equilibri politici". Ma che dire degli interessi degli attori stranieri, francesi e non solo?

Il Rappresentante Speciale del Segretario Generale in Libia Ghassan Salamé (UN Photo/Eskinder Debebe).

Il Rappresentante Speciale del Segretario Generale in Libia ha lanciato un appello al Consiglio di Sicurezza, perché si impegni per la causa della pace e della stabilità in Libia. Eppure, tante sono le potenze straniere che, nel Paese, vantano cospicui interessi economici e geopolitici, rigorosamente contrapposti. E in questo quadro così complesso, è difficile capire come il Consiglio possa agire unito, come richiesto da Salamé, per la tutela degli interessi dei libici

“Insostenibile”. Con questo termine il capo della missione ONU in Libia (UNSMIL), Ghassan Salamé, ha definito la situazione nel Paese nordafricano in occasione del suo briefing al Consiglio di Sicurezza. Consiglio, questo mese, presieduto dall’ambasciatrice americana Nikki Haley, che, però, non era presente all’incontro. Del resto, vi avevamo già raccontato come, in occasione della conferenza stampa di presentazione della presidenza a stelle e strisce, la Libia non era stata contemplata nelle priorità geopolitiche statunitensi. Nessuna novità, se non fosse per quella “cabina di regia” condivisa annunciata da Donald Trump e Giuseppe Conte durante il loro recente incontro a Washington DC.

In ogni caso, Salamè non ha usato giri di parole nel definire la gravità della crisi esacerbatasi nuovamente dallo scorso 26 agosto, e ha notato come, nelle settimane passate, “la nazione sia passata da un’emergenza all’altra”. E temendo che la Libia divenga “un rifugio per gruppi terroristici di tutte le convinzioni”, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza maggior impegno al riguardo.

Non è chiaro, ancora, che ne sarà di questo appello. Perché la guerra libica, si sa, lungi dal rappresentare unicamente un conflitto interno, è in realtà un coacervo di interessi per le potenze straniere, europee e non: dalla Francia all’Italia, passando per Russia ed Egitto. In questo senso, fa riflettere l’intervento dell’ambasciatore francese François Delattre durante la riunione: “Questi scontri non sono accettabili e la Francia si è espressa, insieme ai suoi partner come a titolo nazionale, per condannare la violenza e chiamare gli attori a porvi fine. Accogliamo con favore gli sforzi e l’impegno del segretario generale delle Nazioni Unite e del rappresentante speciale che hanno permesso di giungere a un cessate il fuoco ieri. Rimaniamo risolutamente impegnati al loro fianco, in seno al Consiglio, affinché questo ritorno alla calma sia efficace e sostenibile”. Non solo: Delattre ha anche parlato di “lotta contro tutti coloro che mettono in pericolo i fragili equilibri politici e approfittano della situazione per deviare le risorse economiche libiche”. Affermazioni che rischiano di suonare paradossali, se si pensa al ruolo centrale che proprio la Francia ha avuto nello scatenare il conflitto che ha portato alla destituzione di Gheddafi e alla destabilizzazione del Paese.

Un ruolo innegabile, che l’Italia, per bocca del vicepremier Matteo Salvini, ma anche, seppur in toni più moderati, della ministra della Difesa Elisabetta Trenta, ha più volte ricordato nelle scorse ore, ruolo di fatto confermato dalla magistratura francese che ha condannato l’ex presidente Francois Sarlozy per aver ricevuto finanziamenti occulti ricevuti da Gheddafi nella campagna elettorale del 2007: in parole povere, milioni di euro in mazzette, circostanza confermata, peraltro, da un ex ministro del Petrolio.

Su questo sfondo, fa dunque sorridere il fatto che proprio Parigi, sui tavoli ONU, abbia ricordato che “la predazione economica mette a repentaglio tutti gli equilibri politici, sicuri e sociali della Libia. Gli ultimi scontri di Tripoli sembrano essere stati motivati in parte da ragioni finanziari”. Certo: non che la Francia sia l’unica a vantare interessi consistenti nel Paese. L’Italia, in questo senso, non può certo chiamarsi fuori: e i problemi sorgono soprattutto perché, come la stessa Trenta ha esplicitato, quegli interessi industriali risultano collidenti. E il protagonista indiscusso dello scontro è sempre lui: il petrolio. L’ENI, nel corso degli ultimi anni di guerra civile, è stata infatti l’unica società internazionale in grado di produrre e distribuire petrolio e gas in Libia, grazie soprattutto ad accordi stretti con milizie locali. Dalla scorsa primavera, però, Total, principale azienda energetica francese, ha portato a casa acquisizioni e partecipazioni societarie che potrebbero portare la produzione francese in territorio libico a 400mila barili di greggio al giorno nei prossimi tre anni.

Altrettanto collidente è, del resto, la posizione politica delle tante potenze straniere nel Paese: mentre l’Italia, con la comunità internazionale, sostiene il governo Faiez Al-Sarraj – che però, nel suo Paese, non può vantare né ampio consenso né rappresentanza -, la Francia, nonostante il tentativo di salvare le apparenze, è di fatto schierata con il generale Haftar, uomo forte della Cirenaica, così come Russia e Egitto. Al di là, dunque, dello statement adottato dal Consiglio sulla questione, che parla genericamente di preoccupazione per la situazione umanitaria, condanna degli scontri, sostegno a Salamé e impegno a garantire il background costituzionale per le elezioni, i dubbi sull’efficacia della comunità internazionale sulla questione persistono. In un quadro così complesso, soprattutto, è quantomai difficile capire come gli Stati membri del Consiglio di Sicurezza, tanto divisi tra loro, possano agire uniti, come richiesto da Salamé, per la tutela degli interessi (per una volta) dei libici.

 

 

 


				

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