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Trump alla guida dei populisti all’ONU con lo spettro dell’impeachment

All'apertura dell'Assemblea Generale, una serie di leader autoritari hanno ribadito le idee sovraniste del presidente USA: ma dureranno?

La 74esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è entrata nel vivo: all’apertura dei lavori martedì mattina, le prime tre ore di dibattito generale hanno visto il susseguirsi di quattro uomini forti e dei loro proclami sovranisti.

Dal continente americano, Jair Bolsonaro per il Brasile e Donald Trump per gli USA hanno riportato l’aula indietro nel tempo in piena guerra fredda. Entrambi hanno accusato i regimi di Cuba e Venezuela di corruzione e interferenze, mentre Trump ha ribadito per l’ennesima volta che gli Stati Uniti non saranno mai un paese socialista, come se mai ci fosse stato il rischio. In perfetto stile populista 2019, i due leader hanno poi criticato società civile e media. Nel suo delirio sul “Nuovo Brasile”, Bolsonaro ha dichiarato che l’Amazzonia non è devastata dalle fiamme come invece la dipingono dall’estero per attentare alla sovranità nazionale.

In un tono lento e monotono, forse scoraggiato dalla possibilità di impeachement, Trump se l’è presa invece contro le ONG che lottano per confini aperti a favore dei migranti (“Questo non è il tempo dei globalisti, ma dei patrioti”, aveva esordito) e ha aggiunto un tocco millennial citando diritti delle donne e delle minoranze LGBTQI nel mondo (chissà se il tema è al centro degli incontri con gli alleati sauditi).

Dall’altra parte dell’oceano, altre due figure autoritarie hanno mostrato facce diverse del populismo mediorientale. Arrivato al potere con il golpe del 2013, l’ex generale egiziano Abdel Fatah al-Sisi ha parlato dei risultati dal suo Paese e ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire nelle crisi della regione nel rispetto delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Le proteste di piazza a casa e fuori dall’hotel a New York hanno smorzato l’animo del raís, che è stato criticato indirettamente nell’intervento successivo.

Autoproclamatosi sultano di un nuovo impero ottomano, Recep Tayyip Erdogan ha portato sul palco foto e poster e ha illustrato così le posizioni della Turchia sulla crisi siriana, sul conflitto israelo-palestinese e sulla situazione dei rifugiati in Europa. Frecciatine all’Arabia Saudita per il caso Khashoggi e all’Egitto per Morsi, il presidente deposto e morto per arresto cardiaco in tribunale durante il processo a suo carico.

Il primo giorno di dibattito sarà ricordato soprattutto per queste personalità autoritarie e per i loro commenti incendiari. Toccherà adesso agli altri stati membri rispondere con decisione per difendere la democrazia, il multilateralismo e la cooperazione.

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