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Altro che coronavirus: il tramonto del NPT e la ripresa della corsa alle armi nucleari

A 52 anni dal Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (NPT) poi ratificato da 188 paesi dell'Assemblea Generale dell'ONU, il mondo resta sul precipizio

November 1951 nuclear test at the Nevada Test Site, from Operation Buster, with a yield of 21 kilotons. It was the first U.S. nuclear field exercise conducted on land; troops shown are 6 mi (9.7 km) from the blast. (Photo By Federal Government of the United States - Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1353706)

Il trattato prevedeva una revisione/verifica ogni 5 anni. Ma l’ultima conferenza di riesame svoltasi dal 27 aprile al 22 maggio 2015 si è conclusa con un nulla di fatto e senza l’adozione di un documento finale consensuale. Un segno confermato lo scorso anno di voler abbandonare questo accordo.

Mai come in questi giorni il ruolo delle Nazioni Unite è messo in discussione. L’OMS è sotto attacco per la gestione della pandemia di COVID-19. La FAO per il fatto che il numero di persone vittime di malnutrizione sta aumentando (dopo anni di calo). E il Segretario Generale … Spesso, quando si formulano queste accuse, ci si dimentica che a fare le Nazioni  Unite sono gli Stati. Un esempio è quello relativo alla non proliferazione degli armamenti e in particolare di quelli nucleari. 

Proprio il primo luglio di 52 anni fa, furono i Paesi membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a firmare il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare, NPT.

Entrato in vigore nel 1970, questo accordo è stato ratificato da ben 188 stati membri (grandi assenti Israele, India e Pakistan). L’accordo divide i paesi del pianeta in due gruppi: “nucleari” (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti e tutti i paesi “che hanno sviluppato e fatto esplodere armi nucleari prima del 1 gennaio 1967”) e “non nucleari”. I primi si impegnavano a non incrementare il proprio arsenale nucleare; gli altri a non dotarsene. Due concetti facili da scrivere, ma quasi impossibili da far rispettare. A monitorare il rispetto degli accordi l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica cui veniva dato il potere di effettuare ispezioni anche negli stabilimenti nucleari degli stati non-nucleari. Secondo questo accordo, paesi come Israele, India e Pakistan, non avrebbero mai dovuto creare un proprio arsenale nucleare. E paesi come il Sud Africa, che è stato ammesso nell’NPT solo nel 1991, dovrebbe non possedere nessuna testata nucleare. La storia ci dimostra che non è così.

Oggi Russia e Stati Uniti, insieme, detengono oltre il 90% delle armi nucleari del pianeta (oltre 6000 ordigni nucleari ciascuno). Ma sono molti i paesi che dispongono di ordigni nucleari pericolosi: la Cina (290 testate), Francia e Regno Unito (rispettivamente di 300 e 200), India e Pakistan (ciascuno di oltre 150 ordigni), e poi Israele, Corea e altri. Complessivamente sono oltre 13mila gli ordigni nucleari attivi dei quali 3.720 sono attualmente dispiegate con forze operative e quasi 1800 addirittura mantenute in uno stato di massima allerta operativa. In altre parole, per utilizzarle, basterebbe premere il famoso “bottone”.

Meno di quante ce n’erano nel 1986 (69.440 ordigni nucleari), ma pur sempre abbastanza per distruggere buona parte del pianeta. E della popolazione mondiale.

Il trattato prevedeva una revisione/verifica ogni 5 anni. Ma l’ultima conferenza di riesame svoltasi dal 27 aprile al 22 maggio 2015 si è conclusa con un nulla di fatto e senza l’adozione di un documento finale consensuale. Un segno confermato lo scorso anno di voler abbandonare questo accordo.

Anche un altro accordo, il cosiddetto New START, pare essere sull’orlo del fallimento. Sottoscritto nel 2010 per un’ulteriore riduzione e limitazione delle armi offensive strategiche scadrà definitivamente a febbraio 2021. E anche per questo accordo non c’è molto….accordo: la proposta dello scorso anno di estendere New START o negoziare un nuovo trattato è fallita.

“La situazione di stallo per New START e il crollo del trattato sovietico-americano del 1987 sull’eliminazione dei missili a raggio intermedio e a corto raggio (trattato INF) nel 2019 suggerisce che l’era degli accordi bilaterali di controllo degli armamenti nucleari tra Russia e Stati Uniti potrebbe sta per finire”, ha dichiarato Shannon Kile, del SIPRI, “La perdita dei principali canali di comunicazione tra la Russia e gli Stati Uniti, intesa a promuovere la trasparenza e prevenire percezioni errate sulle rispettive posizioni e capacità delle forze nucleari, potrebbe potenzialmente portare a una nuova corsa agli armamenti nucleari”.Lo scorso anno, parlando alla giornata del Segmento di Alto Livello della Conferenza del Disarmo, la Vice Ministra degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Emanuela Del Re, ha ribadito che il disarmo, il controllo degli armamenti e la non-proliferazione sono componenti essenziali della politica estera italiana. E ha il Trattato di Non-Proliferazione nucleare (NPT) il New Strategic Arms Reduction Treaty (New START) come i pilastri del disarmo.

Anche il Trattato sui cieli aperti, Open Skys Treaty, firmato a Helsinki nel 1992 (in vigore dal 2002), che consentiva ai paesi firmatari di condurre una sorveglianza aerea disarmata sul territorio dell’altro con un preavviso di 72 ore (un accordo considerato essenziale per la sicurezza tra gli stati della NATO e la Russia) è a rischio: a maggio 2020, il presidente degli USA, Donald Trump, ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo accusando la Russia di non aver rispettato gli accordi.

 

Il tema “armi nucleari” appare sempre di più un argomento esplosivo, estremamente delicato e attuale. Il rischio che si torni indietro di decenni è più concreto di quanto si pensi. Stati Uniti e Russia, avrebbero violato entrambi, ciascuno a modo proprio, alcuni dei trattati sottoscritti.

Ma in questo come in altri casi, alcune delle violazioni non sarebbero così gravi come sembra e potrebbero essere risolte in modo diplomatico. L’ostinazione di renderle un pretesto per fare diversamente e per rescindere gli accordi lascia pensare che alle spalle ci sia una volontà diffusa di far cadere tutti i limiti alla proliferazione delle armi nucleari. Per questo motivo ha sorpreso (e preoccupato) molti la decisione di Trump. Anche all’interno del suo staff. Il generale americano in pensione Michael Hayden, già capo della CIA e della National Security Agency, ha rilasciato dichiarazioni pesanti e ha espresso il timore che questa scelta azzardata potrebbe avere ripercussioni negative anche sul rinnovo del trattato (New START).

Un passo indietro di dimensioni storiche. Nel 1987, Ronald Reagan e Gorbaciov negoziarono il trattato sulle forze nucleari intermedie. Poi furono Richard Nixon e la sua controparte russa a firmare il trattato sui missili anti-balistici, nel 1972. E Bush sottoscrisse il trattato sui “cieli aperti” (1992). Ora, il rischio è che con Trump alla Casa Bianca (specie se dovesse essere rinnovato il suo mandato), tutti questi accordi diventino carta straccia. “Stiamo vivendo un momento in cui la diplomazia come strumento di promozione degli interessi americani è più importante che mai”, ha dichiarato l’ex diplomatico americano William J. Burns, “Nel corso dei tre decenni e mezzo in cui sono stato diplomatico professionista, non ho mai visto un momento in cui è stato più alla deriva”.

Le scelte anacronistiche imposte dal tycoon della Casa Bianca rischiano di portare indietro di decenni. In questo come in altri settori – si pensi, ad esempio, al settore delle emissioni di CO2 o alla decisione di trivellare nuove zone dell’Alaska in cerca di petrolio). Decisioni individuali sintomo di un disagio generale ma che potrebbero portare ad un mondo senza misure di controllo degli armamenti nucleari. E di rendere inutili gli sforzi delle Nazioni Unite per giungere a questo punto.

I rischi per la sicurezza mondiale sono inimmaginabili: pare che Russia e Stati Uniti abbiano deciso di concedere nuovi ampi spazi alle armi nucleari nei rispettivi piani militari. Secondo il SIPRI, entrambi lavorerebbero a nuovi e costosi programmi per sostituire e modernizzare il proprio arsenale nucleare, i sistemi di trasporto dei missili e gli impianti di produzione di armi nucleari. Lo stesso vale per altri paesi dotati di arsenali più ridotti, ma pur sempre pericolosissimi: la Cina starebbe mettendo a punto la cosiddetta triade nucleare, composta da nuovi missili terrestri e marittimi e velivoli con capacità nucleare; e India e Pakistan stanno lentamente aumentando le dimensioni e la diversità del proprio arsenale nucleari.

La trasparenza prevista dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare non è più reale: “Gli Stati Uniti hanno divulgato importanti informazioni sulle proprie scorte e capacità nucleari, ma nel 2019 l’amministrazione statunitense ha posto fine alla pratica di divulgare pubblicamente le dimensioni delle scorte statunitensi”, ha dichiarato Hans M. Kristensen, del SIPRI Nuclear Disarmament, Arms Control e direttore del progetto di informazione nucleare presso la Federation of American Scientists (FAS). La Russia, dal canto suo, pare non aver reso disponibile una suddivisione dettagliata delle forze conteggiate in New START (le condivide solo con gli Stati Uniti). E Israele avrebbe adottato la politica del silenzio: del proprio arsenale nucleare non parla con nessuno. Anche Regno Unito e Francia hanno diffuso poche informazioni del rispettivo arsenale nucleare.

Esistono seri rischi che si stia tornando alla proliferazione del nucleare bellico. Il Trattato Inf, Trattato sulle forze nucleari intermedie (che aveva portato alla distruzione di ben 2692 missili, 846 americani e 1.846 russi), non è stato rinnovato.

Oggi, molti dei paesi che dispongono di arsenali nucleari non sembrano essere disposti a liberarsene: il 7 luglio 2017 (ancora una volta una ricorrenza vicina ma di cui i media si sono guardati bene dal parlarne), 81 paesi delle Nazioni Unite firmarono un accordo non per la non proliferazione delle armi nucleari ma che andava oltre: vietava di “sviluppare, testare, produrre, fabbricare, acquisire, possedere o immagazzinare armi nucleari o altri dispositivi esplosivi nucleari”. Ma per diventare esecutivo questo accordo avrebbe dovuto essere ratificato almeno da 50 paesi. Dopo tre anni, nel 2020, ad aver trasformato in legge l’accordo siglato alle Nazioni Unite sono stati solo 37 paesi (un altro ha avviato le procedure). Anche molti dei paesi pacifisti e “nuclear free” non lo hanno fatto: in Europa, gli unici governi ad aver firmato e ratificato l’accordo sono Austria e S.Marino. La maggior parte, e l’Italia è tra questi, non hanno nemmeno firmato l’accordo (figurarsi ratificarlo). In questo modo hanno indirettamente detto SI al proliferare delle armi nucleari.

Nei giorni scorsi, riferendosi al coronavirus, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, ha parato di “un virus microscopico ci ha messo in ginocchio”. C’è un altro virus, assolutamente invisibile ma potenzialmente molto più pericoloso che si sta diffondendo in tutto il mondo: l’indifferenza nei confronti della corsa alle armi nucleari.

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