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Mario Paciolla, l’ONU “collabora con le indagini in corso”. Cosa sappiamo finora

Morte volontario italiano in Colombia: la Missione ONU ci dice di aver "attivato i protocolli dell'organizzazione". Colleghi, amici e familiari chiedono verità

Mario Paciolla, il volontario ONU deceduto in Colombia.

"Lo conoscevo e ho lavorato con lui", ci racconta Sara Ballardini, che fa parte del gruppo nazionale PBI Italia, da noi raggiunta telefonicamente. Mario, ci conferma, "è stato in PBI anni fa, tra il 2016 e il 2018, e lo abbiamo conosciuto perché ha collaborato anche con il gruppo nazionale di PBI Italia". L'organizzazione si occupa di "permettere ad attiviste ed attivisti locali di portare avanti il loro lavoro in sicurezza". Eppure, le continue violenze nei confronti di leader sociali ed ex guerriglieri – il cui reinserimento è una parte fondamentale degli Accordi di Pace – sono state denunciate da più parti, anche dall'ONU

Aveva un biglietto pronto per tornare in Italia Carmine Mario Paciolla, il volontario ONU trovato senza vita mercoledì 15 luglio nel suo appartamento a San Vincente del Caguan, nel dipartimento del Caquetá, in Colombia. Così, perlomeno, ha riferito la famiglia, che ha subito rigettato la primissima versione secondo cui il 33enne italiano originario di Napoli si sarebbe tolto la vita. Ma non è soltanto il biglietto per l’Italia a contraddire quella ipotesi: la stampa locale ha parlato di ferite da taglio ritrovate sul suo corpo.

Il timore di un nuovo “caso Regeni”

I primi risultati dell’autopsia arriveranno tra una decina di giorni, mentre i quotidiani parlano dell’intervento del Servizio di cooperazione internazionale della polizia (Scip), richiesto dalla Farnesina e dall’ambasciatore italiano Gherardo Mancera. Il timore degli amici in queste ore è che i riflettori sulla vicenda siano destinati a spegnersi, e che si venga a creare un nuovo “caso Regeni”. “Chiediamo giustizia e verità perché il caso è oscuro e da subito non c’è stata chiarezza, e abbiamo paura che si palesi un ‘Caso Regeni 2’, che si disperdano le energie per appurare la verità sulle circostanze più che sospette che hanno portato alla morte di Mario”, ha dichiarato alla stampa un suo amico storico, Simone Campora.

Ma a rigettare lo scenario della morte autoinflitta è stata anche la madre del volontario, Anna Motta, che riferisce di un Mario preoccupato negli ultimi giorni, tormentato dal timore di essersi messo nei guai. In un’intervista radiofonica, la donna descrive il figlio come una “persona molto legata alla vita e alla trasparenza”. “Aveva fatto un biglietto per tornare a Napoli per lui e per la sua fidanzata”, riferisce, aggiungendo che “l’ipotesi del suicidio è una grande baggianata”. “Dall’inizio di marzo”, prosegue, “lui viveva in lockdown, in completa chiusura perché in Colombia erano molto ristrette le misure di lockdown. Aveva solo contatti con l’organizzazione”, “tramite smart working o di persona”.

Il ricordo dei colleghi e gli appelli per la verità

Il mondo della cooperazione e del volontariato, in Colombia e non solo, sta diramando appelli perché si faccia al più presto chiarezza su quanto accaduto. Peace Brigades International (PBI), gruppo con cui Mario ha lavorato nel Paese sudamericano tra il 2016 e il 2018, ha diffuso un comunicato di cordoglio per la sua morte. “In PBI, Mario è stato membro dell’equipe di Bogotá, che ha poi coordinato per un periodo”, si legge nella nota. “In PBI ricordiamo Mario per il forte impegno nella difesa dei Diritti Umani e nella protezione delle persone difensore in Colombia e nel mondo intero. Lo ricordiamo anche come amico straordinario e per la grande passione che sapeva mettere nel lavoro”, prosegue il comunicato. “Speriamo che si portino avanti tutte le indagini necessarie affinché questo evento così doloroso venga chiarito”.

“Lo conoscevo e ho lavorato con lui”, ci racconta Sara Ballardini, che fa parte del gruppo nazionale PBI Italia, da noi raggiunta telefonicamente. Mario, ci conferma, “è stato in PBI anni fa, tra il 2016 e il 2018, e lo abbiamo conosciuto perché ha collaborato anche con il gruppo nazionale di PBI Italia”. Il lavoro principale dell’organizzazione sul campo, ci spiega, è quello di proteggere i difensori locali dei diritti umani: “Partendo dall’idea che noi, come occidentali, non insegniamo nulla a nessuno, l’obiettivo è quello di permettere ad attiviste ed attivisti locali di portare avanti il loro lavoro in sicurezza”. La missione di PBI, insomma, è quella di assicurarsi che “la comunità locale possa avere il protagonismo che merita, e che risulta più efficace nel risolvere i conflitti”. Ma il contesto di violenza in cui da anni versa il Paese “colpisce in particolar modo questi attivisti. All’inizio del processo di pace, periodo in cui vivevo in Colombia”, ricorda, “c’è stata una grande speranza e molto investimento da parte della società civile nei negoziati. Poi, è subentrata tanta delusione nel vedere che il numero di attivisti e attiviste uccisi è purtroppo aumentato: la Missione ONU si occupa di vigilare anche su quello”. “Ho visto sottolineato da più parti l’impegno della persona che ci crede profondamente, e questo è anche il mio ricordo di Mario”, conclude.

Anche la Rete Accademica Europea per la Pace in Colombia (Europaz), nata a sostegno degli Accordi di Pace, ha lanciato un appello per chiedere “un intervento deciso da parte delle autorità italiane e colombiane affinché venga fatta chiarezza sull’accaduto”. La fotografia restituita da Europaz in merito alla situazione nel Paese è ancora una volta caratterizzata da “ripetuti episodi di violenza”. La Rete ha infatti espresso preoccupazione in merito alle “persecuzioni contro attivisti, leader sociali ed ex-guerriglieri, denunciate da organismi nazionali e internazionali”, e al “clima di ostilità e delegittimazione del lavoro della Commissione della Verità”, che “rischiano seriamente di compromettere i tanti sforzi sinora compiuti per la costruzione di una pace duratura con verità e giustizia sociale”.

Ma dalla mobilitazione di queste ore per chiedere che venga fatta giustizia è nato anche un gruppo su Facebook, “Giustizia per Mario Paciolla”, che condivide appelli, risorse e notizie sulla vicenda, e, mentre scriviamo, una petizione su change.org perché venga fatta luce sul caso ha superato le 40mila firme.

La risposta della Missione ONU alla “Voce di New York”

Nelle scorse ore, la Missione di verifica delle Nazioni Unite in Colombia ha diffuso una nota di cordoglio per la morte di Paciolla: “La Missione sta conducendo un’indagine interna e segue da vicino le indagini delle autorità colombiane per determinare le cause della morte”.  “Siamo ovviamente molto rattristati dalla morte del volontario ONU e mandiamo le nostre condoglianze ai familiari”, ha detto al quotidiano press briefing Stéphane Dujarric, portavoce del Segretario Generale, a una domanda della “Voce di New York” (Vedi video sotto, dal minuto 15:00)

La Missione ONU in Colombia, contattata da La Voce di New York, ha invece fatto sapere, tramite la responsabile dei rapporti con i media Liliana Garavito, che “da quando abbiamo appreso della morte del nostro collega e amico, Carmine Mario Paciolla, avvenuta il 15 luglio nel distretto di San Vicente del Caguán, Caquetá, i protocolli dell’organizzazione sono stati attivati e la missione ONU sta collaborando con le indagini in corso da parte delle autorità colombiane per determinare le cause della morte”. “Gli ultimi giorni sono stati immensamente tristi per tutto lo staff della Missione ONU, senza eccezioni”, viene sottolineato.

Il ruolo dell’ONU nel complicato processo di pace

La seconda Missione di verifica ONU nel Paese latinoamericano ha avuto inizio il 26 settembre 2017, subito dopo la conclusione del mandato della prima. La Missione fu stabilita dalla risoluzione 2366, adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza il 10 luglio 2017, in risposta alla richiesta giunta dal Governo colombiano e dalle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). L’obiettivo è quello di accompagnare le parti nel processo di pace, monitorando il loro impegno a rispettare quanto previsto dall’Accordo Finale, in particolare riguardo la reintegrazione degli ex guerriglieri delle FARC e l’implementazione di misure di protezione per loro e per quelle comunità che vivono in zone particolarmente interessate dal conflitto. Dopo i colloqui di pace tenutisi a L’Avana e iniziati nel 2012, il Governo colombiano e le FARC hanno concluso l’accordo per il cessate-il-fuoco bilaterale il 23 giugno 2016, successivamente rivisto e firmato il 24 novembre dello stesso anno.

Eppure, come anche i gruppi attivi sul territorio hanno sottolineato, la situazione resta critica sotto diversi punti di vista. Lo afferma anche l’ultimo rapporto del Segretario Generale ONU del 3 luglio scorso, che, oltre ad analizzare l’impatto della pandemia sull’implementazione degli impegni contenuti nell’Accordo, sottolinea come le violenze continuino in diverse parti del Paese. Neppure il Covid-19 ha fermato l’uccisione di ex guerriglieri, leader sociali e difensori dei diritti umani. Obiettivi della violenza sono state anche le famiglie degli ex guerriglieri. Gruppi armati illegali e organizzazioni criminali hanno approfittato della pandemia per prendere il controllo delle rotte del narcotraffico. Non solo: secondo l’Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, nel periodo compreso tra il 27 marzo e il 26 giugno, sono stati uccisi 6 leader sociali e attivisti per i diritti umani. La violenza continua, secondo il rappresentante speciale e capo della Missione di verifica Carlos Ruiz Massieu, resta “la principale minaccia alla pace in Colombia dalla firma degli storici accordi di pace del 2016”.

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