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L’ONU e la “scandalosa” Libia in cerca di pace: appuntamento ad Addis Abeba

Per Antonio Guterres la continua violazione dell'embargo sulle armi da parte di paesi stranieri "è uno scandalo". Intanto i pescatori di Mazara restano prigionieri

Dei ragazzi camminano nel centro storico distrutto di Bengasi in Libia (OCHA/Giles Clarke)

La Libia è un Paese profondamente diviso, che vive una condizione disastrosa e irrisolta, tra guerra civile e interferenze di Paesi stranieri che sostengono le due parti in guerra. Il Paese ricco di petrolio è bipartito tra il Governo di Accordo Nazionale (GNA) riconosciuto dall’ONU e l’autoproclamato Esercito Nazionale Libico (LNA), che con il generale Khalifa Haftar, nell’aprile 2019, ha lanciato un attacco alla capitale Tripoli.

Segretario Generale Antonio Guterres alle Nazioni Unite

L’embargo sulle armi votata dal Consiglio di Sicurezza ONU, viene ripetutamene violato e gli Stati esterni, tra cui Russia e Turchia, continuano a fornire armi e altro sostegno militare ai combattenti. “Uno scandalo” lo ha definito il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, in una riunione virtuale di alto livello delle Nazioni Unite, organizzata insieme alla Germania, per porre fine ai combattimenti in Libia. Queste azioni “mettono in discussione l’impegno fondamentale per la pace di tutti i soggetti coinvolti”.

Gli Stati Uniti, spesso accusati di trascurare la Libia, permettendo a Russia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti di afferrare punti d’appoggio rivali, hanno promesso di dispiegare il loro pieno “arsenale diplomatico” per mediare una pace.

Migliaia di uomini, donne e bambini muoiono imbarcandosi nel Mar Mediterraneo, nella speranza di una vita migliore in Europa. Coloro che sopravvivono vengono rimpatriati e successivamente  uccisi o imprigionati. Le condizioni nelle strutture sotto il controllo delle autorità libiche sono “abominevoli”, e continuano le segnalazioni di detenzioni arbitrarie o illegali, torture, sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali e violenze sessuali in tutti i luoghi di detenzione.

L’unico modo per tutelare i civili è che i combattimenti delle due fazioni depongano le armi e si impegnino per la pace. Porre fine al conflitto libico resta una priorità assoluta per le Nazioni Unite. La guerra civile va avanti da troppo tempo, ma oggi, forse, c’è l’opportunità di arrivare ad una pace duratura. “È in gioco il futuro della Libia”, ha detto il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres.

Inoltre l’indebolimento dell’economia libica ha avuto conseguenze pesanti sulle condizioni di vita della popolazione. E’ necessario quindi garantire la revoca completa e incondizionata del blocco petrolifero, per consentire la ripresa delle esportazioni di petrolio, oltre che garantire una gestione equa e trasparente dei proventi petroliferi tra tutte le regioni del paese.

UNICEF / UN052682 / Romenzi
Un migrante appoggia la mano su un cancello all’interno di un centro di detenzione, in Libia. È stato arrestato e trattenuto prima di poter salire a bordo di una nave che stava attraversando l’Italia

La Germania sostiene che costruire una pace sugli accordi firmati a Berlino sia più plausibile da quando il generale Khalifa Haftar, leader militare nell’est, ha fallito nella sua battaglia di 14 mesi contro Tripoli, portando alla sua ritirata nel mese di agosto. Un ulteriore impulso al dialogo è stato dato dalle dimissioni del governo nell’est del paese il 13 settembre scorso, e dall’annuncio del primo ministro Serraj che intendeva cedere il potere entro la fine di ottobre. 

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha accolto con favore le potenziali aperture al dialogo per una risoluzione pacifica del conflitto, tra il primo ministro (GNA) Fayez Al-Serraj e il presidente (sostenitore dell’LNA) della Camera dei rappresentanti Aguila Saleh. In dichiarazioni separate, le due parti avevano anche chiesto la revoca del blocco petrolifero e il ritorno al processo politico.

Gli obiettivi chiave del vertice delle Nazioni Unite sono “riaffermare l’impegno dei partecipanti” alle conclusioni della Conferenza di Berlino sulla Libia nel gennaio 2020, con la sua risoluzione 2510, e sottolineare il ruolo delle Nazioni Unite nel facilitare il dialogo.

Tutti i partecipanti alla riunione del 5 ottobre hanno accolto con favore l’adozione della risoluzione 2542 del Consiglio di Sicurezza ONU, che prevede la nomina da parte del Segretario Generale di un nuovo Inviato speciale e capo dell’UNSMIL, dopo che Ghassan Salamé ha abdicato al suo ruolo. I membri hanno anche sottolineato la necessità di cogliere l’opportunità creata dagli sviluppi positivi nelle ultime settimane per raggiungere la pace e la stabilità in Libia, e a questo proposito, hanno accolto con favore le iniziative internazionali tenute nel quadro del processo delle Nazioni Unite, comprese le riunioni di Montreux (Svizzera), Bouznika (Marocco) e Il Cairo (Egitto), ed in particolare l’iniziativa dell’Unione Africana di convocare una conferenza di riconciliazione nazionale libica ad Addis Abeba, che farebbe quindi sperare in una pace duratura.

Durante la riunione di alto livello delle Nazioni Unite, il capo della Missione in Libia (UNSMIL), Stephanie Williams, ha chiesto inoltre, l’immediata chiusura dei centri di detenzione per i migranti nello Stato nordafricano.

Alcuni bambini giocano su un carro armato abbandonato in Libia. (UNMAS / Maximilian Dyck)

Il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi Di Maio, è intervenuto alla riunione ministeriale di alto livello sulla Libia in videoconferenza, e ribadendo la necessità di una cessazione delle interferenze esterne, ha sottolineato l’importanza degli impegni assunti nella Conferenza di Berlino e ha ribadito il pieno sostegno italiano per una soluzione politica complessiva della crisi libica attraverso il dialogo politico intra-libico.

Luigi Di Maio ha inoltre evidenziato l’esigenza del riavvio dei negoziati diretti in seno al Comitato Militare Congiunto 5 + 5 tra i rappresentati del GAN e dell’LNA, per concludere un accordo sul cessate il fuoco e istituire una zona demilitarizzata a Sirte e Joufra e della ripresa della produzione e dell’esportazione petrolifera in tutto il territorio libico.

La Guerra del Gambero Rosso e i pescatori di Mazara del Vallo

In tutto questo caos libico, 18 pescatori di Mazara del Vallo, tra cui 8 italiani, 6 tunisini, 2 senegalesi, 2 indonesiani, tutti residenti a Mazara, sono prigionieri del generale Khalifa Haftar da più di un mese. Il leader dell’LNA si rifiuta di liberarli fino a quando l’Italia non rilascerà quattro libici (definiti calciatori…) condannati dalla giustizia italiana per traffico di esseri umani. Uno “scambio di prigionieri”, che il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, pensiamo condannerebbe trattandosi, da una parte, di onesti pescatori, e dall’altra di trafficanti di essere umani (vedi la risposta data dal portavoce nel video sotto).

mazara

Una veduta dall’alto di Mazara del Vallo, con il porto canale

Nel Canale di Sicilia, dalla metà degli anni ’90, è iniziata la cosiddetta “Guerra del Gambero Rosso”.

Il gambero rosso, uno dei crostacei più prelibati al mondo, il cui costo può variare dai 50 ai 70 euro al chilo, è raro da trovare, e i pescherecci italiani, per cercarlo, si spingono nelle acque del Mediterraneo dove si è scatenata una contesa sull’interpretazione della legge internazionale  sulle miglia di mare che separano la Libia dall’Italia. Da quando Muammar Gheddafi ha deciso unilateralmente di estendere le acque territoriali della Libia da 12 a 74 miglia al largo, i sequestri dei pescherecci italiani e del loro equipaggio sono aumentati. Dunque, i pescatori di Mazara del Vallo sarebbero accusati di essere entrati nelle acque libiche.

UNHCR / Alfredo D’Amato
Una barca sovraccarica di rifugiati e migranti che cerca di raggiungere l’Europa, vista dal ponte di una nave della Guardia Costiera italiana, nel Mar Mediterraneo.

Non è la prima volta che i libici trattengono dei pescherecci italiani, ma in genere, il tutto si risolveva in pochi giorni, al massimo un paio di settimane. Questa volta, invece, i pescatori italiani partiti da Mazara del Vallo sono “in stato di fermo” in una caserma di Bengasi da oltre un mese, precisamente dal 1 settembre scorso.

Intanto aumentano le preoccupazioni dei familiari dei 18 marittimi sequestrati, che iniziano a bloccare le strade per protesta, e da venerdì 2 ottobre occupano l’aula consiliare del comune di Mazara del Vallo. Pochi giorni prima avevano manifestato a Roma, in piazza Montecitorio, chiedendo di avere informazioni certe riguardo i loro cari, vista l’impossibilità di contattarli anche telefonicamente.

Il Vescovo di Mazara, Monsignor Domenico Mogavero ha incontrato i familiari dei sequestrati ed ha assicurato loro la vicinanza della diocesi, sia spirituale che concreta, pronta ad aiutare le famiglie anche in caso di necessità economica.

L’incontro del vescovo Mogavero con i familiari dei pescatori prigionieri in Libia (Foto Diocesi di Mazara del Vallo)

Lunedì, il presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci ha parlato di “atto di pirateria” e ha sollecitato il governo a fare qualcosa, aggiungendo “a pagarne il conto sono sempre i pescatori siciliani”.

La Voce di New York, durante il briefing con il portavoce del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, ha chiesto se il Segretario Generale sia stato in qualche modo coinvolto al fine di trovare una soluzione, ma il portavoce Stéphane Dujarric ha risposto che non gli risulta che ci sia stata alcuna richiesta di aiuto dal governo italiano. (video in basso al minuto 22.37) e ha precisato la condanna del Segretario Generale riguardo ai trafficanti di esseri umani.

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