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Tra Libia e Italia ennesima strage degli innocenti, per i migranti neanche la pietà

Giovedì altre 94 vittime di un naufragio, nel 2020 nel Mediterraneo 900 morti. OIM: "incapacità degli Stati... eliminare le restrizioni al lavoro delle ONG"

Le scarpe di un bambino morto in un naufragio. C'erano solo 47 sopravvissuti quando una barca che trasportava oltre 120 persone si è capovolta al largo delle coste libiche il 12 novembre (IOM/Hussein Ben Mosa)

Continuano i tragici naufragi a largo delle coste libiche. Giovedì 12 novembre sono morte nel Mediterraneo almeno 74 persone dopo che un gommone carico di migranti è affondato. Lo ha riportato l’Organizzazione internazionale per i migranti (OIM).

L’imbarcazione trasportava più di 120 persone ed era partita da Khoms il giorno precedente. 47 persone sono state salvate dalla guardia costiera e da alcuni pescatori, mentre sono stati recuperati 31 cadaveri, tra cui quello di un neonato di 6 mesi, mentre proseguono le ricerche dei corpi delle altre vittime.

Nel Mediterraneo i migranti salvati durante un naufragio (YouTube)

La notizia di un secondo naufragio arriva da Medici senza Frontiere. Un altro gommone è affondato e sono morte altre 20 persone, solamente 3 donne sono sopravvissute, salvate dai soccorsi di Open Arms. “Erano sotto shock e terrorizzate, hanno visto i loro cari morire inghiottiti dalle onde” ha raccontato il team di Medici senza Frontiere.

Secondo l’OIM almeno “900 persone sono annegate nel Mediterraneo cercando di raggiungere le coste europee, alcune a causa di ritardi nel salvataggio”. La nave “Open Arms”, che è l’unica nave ONG attualmente operante sulla rotta, ne ha salvate più di 200 in tre operazioni separate.

Il salvataggio dei migranti nel Mediterraneo partiti dalla Libia (YouTube)

“La crescente perdita di vite umane nel Mediterraneo è una manifestazione dell’incapacità degli Stati di intraprendere un’azione decisiva, di ridistribuire la necessaria capacità di ricerca e soccorso, nella più letale traversata marittima del mondo”, ha affermato Fredrico Soda, Capo della Missione dell’OIM in Libia. “Abbiamo a lungo chiesto un cambiamento nell’approccio evidentemente impraticabile alla Libia e al Mediterraneo, compreso la fine dei ritorni nel paese e l’istituzione di un chiaro meccanismo di sbarco, seguito dalla solidarietà degli altri stati. Migliaia di persone vulnerabili continuano a pagare il prezzo dell’inazione, sia in mare che a terra”.

Più 11.000 migranti sono stati rimpatriati in Libia, mettendoli a rischio di subire violazioni dei diritti umani, detenzioni, abusi, tratta e sfruttamento, tutti ben documentati dalle Nazioni Unite. Il peggioramento delle condizioni umanitarie dei migranti detenuti in centri sovraffollati, gli arresti e le detenzioni arbitrari diffusi, l’estorsione e gli abusi sono allarmanti.

Un naufragio mortale al largo delle coste delle coste libiche (IOM).

Dunque, in assenza di garanzie per i migranti rimpatriati nel Paese, l’OIM chiede che la zona libica di ricerca e salvataggio venga ridefinita, per consentire agli attori internazionali di condurre operazioni salvavita.

L’OIM ribadisce che la Libia non è un porto sicuro per il rimpatrio e invita nuovamente la comunità internazionale e l’Unione europea a intraprendere azioni urgenti e concrete per porre fine al ciclo di rimpatrio e sfruttamento.

“Le continue restrizioni al lavoro delle ONG che conducono operazioni di soccorso cruciali devono essere eliminate immediatamente”, ha affermato l’OIM.

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