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Grandi d’Italia per l’Onu

Incontro a New York con Filippo Grandi, il nuovo responsabile dell'UNRWA, l'agenzia per i profughi palestinesi delle Nazioni Unite

 

A Filippo Grandi, tra i funzionari delle Nazioni Unite con incarichi di alta responsabilità, il Segretario Generale Ban-Ki-Moon ha dallo corso gennaio affidato una delle missioni più difficili: rinnovare l’UNRWA, l’agenzia per i rifugiati palestinesi, che proprio in questi mesi compie 60 anni dalla sua fondazione.  Grandi, 53 anni, laureato in filosofia a Venezia e all’Università Gregoriana di Roma, da nuovo “Commissioner General” dovrà quindi cercare di ristrutturare e rendere più efficace e pronta la più antica delle agenzie dell’Onu alle nuove possibilità che il processo di pace israelo-palestinese potrebbe, si spera, offrire. Ma si sa, in Medio Oriente e soprattutto nei territori palestinesi i venti che annunciano tempesta non abbattono mai.
Con altri giornalisti abbiamo incontrato Grandi proprio il giorno prima dell’esplosione di gravi incidenti tra palestinesi e israeliani. Difronte al Palazzo di Vetro, con il funzionario italiano dell’Onu, abbiamo cercato di capire il lavoro di questa agenzia che in molti hanno accusato di “perpetuare all’infinito” il problema dei rifugiati palestinesi, ma senza mai dare una soluzione alternativa all’UNRWA, unica alla fine a farsi carico, da più di mezzo secolo, della sopravvivenza di milioni di rifugiati contenendo la miscela esplosiva del popolo più sfortunato del Medio Oriente.
In Grandi la passione di dedicare la sua vita all’aiuto dei più deboli è scoppiato fin dal’84, quando da volontario Onu andò nei campi dei profughi cambogiani.  Da quel momento non si è fermato più: “Ogni crisi mi ha coinvolto. In ogni posto ho lasciato un pezzetto di cuore’’ ci dice. E di crisi Grandi ne ha viste parecchie. Da quando è entrato all’Alto Commissariato per i Rifugiati di Ginevra dal 1988, è stato In Kenya, Benin, Ghana, Liberia, e poi in Sudan, in Siria, in Turchia, in Iraq prima e durante la prima guerra del Golfo. In Africa ha vissuto i drammi del colera di Goma e della guerra civile in Congo.  Grandi si ritrovò a ricevere la notizia dell’11 settembre del 2001 proprio mentre lavorava per l’Onu in Afganistan. Dal 2005 Grandi era all’UNRWA come vice commissario.
Grandi sottolinea come il suo è un lavoro umanitario, e finisce dove comincia quello dei politici e dei diplomatici. “Mi hanno chiesto se a Gaza c’è  una crisi umanitaria. Io credo che ci sia e penso che sia dovuta all’attuale regime dei valichi. Bisogna riconoscere che Israele ha fatto uno sforzo per far passare alcune merci necessarie, gli alimentari, i medicinali, il vetro. Il cemento e i macchinari da costruzione, però, sono bloccati e la gente finisce fatalmente per utilizzare i tunnel illegali, da cui passa di tutto. La situazione non genera fame, ma non permette di ricostruire, di poter lavorare. In una situazione di crisi economica questo crea forti disagi’’. Per cominciare a migliorare la situazione, al di là dei finanziamenti necessari, il nuovo commissario sa pero’ bene di aver bisogno anche dell’aiuto dei politici.
“Condi Rice aveva fatto nel 2005 un accordo sui movimenti e l’accesso e era un ottimo accordo,’’ spiega,’’Noi siamo coscienti delle necessità di sicurezza di tutti, ma alla fine bisogna fare un compromesso e quello del Segretario di Stato Rice era un buon compromesso”. Poi è scoppiata la crisi del 2008, l’invasione israeliana a Gaza che ha cambiato di nuovo tutto.  “Il negoziato continuo è frustrante e vorremmo veramente tornare a un accordo quadro’’.
Grandi ha l’incarico principale di migliorare la vita di quasi cinque milioni di persone che vivono nei campi, non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania, in Siria, in Libano e in Giordania. Per questo pianifica una profonda riorganizzazione interna dell’UNRWA: “Ci accusano spesso di tenere i rifugiati palestinesi in una situazione di dipendenza. Ma in realtà la vera soluzione è politica e noi non abbiamo quel mandato. Ma siamo stati il punto di riferimento dei refugiati palestinesi per tanti anni. All’inizio si trattava di aiuti primari, ma ora il nostro compito è in parte cambiato. Abbiamo 500.000 bambini nelle scuole e 20.000 insegnanti, in Siria abbiamo dei corsi per avviare i giovani rifugiati a un impiego. Cerchiamo delle tecniche educative nuove e aggiungiamo ai libri di testo, che sono quelli dei paesi ospitanti, anche dei corsi sui diritti umani, sulla tolleranza e sulla soluzione dei conflitti. Siamo l’unica agenzia dell’Onu che insegna anche nelle scuole, ma dobbiamo procedere con cautela”.
In questi giorni Grandi è a New York e a Washington, per cercare di raccogliere più finanziamenti per le casse bisognose dell’UNRWA. Anche per questo, ci dice, andrà in Italia a metà aprile. “Siamo sotto del venti per cento con i finanziamenti, ma dobbiamo continuare a far funzionare le cose’’, dice con tono sconsolato. Dei 600 milioni di dollari che servono, ne sono arrivati soltanto 450. Gli Stati Uniti hanno generosamente aumentato il loro contributo di 55 milioni di dollari. Un atto straordinario. Altrettanto, si spera, dovrebbero fare i paesi del Golfo. Ma l’Italia, invece, negli ultimi due anni ha fatto passi indietro. “L’Italia era normalmente tra i primi dieci paesi donatori dell’UNRWA‘’  ci dice,’’ma c’è stato un drastico calo dei finanziamenti, siamo scesi al diciottesimo posto. Spero che la mia visita a Roma possa aiutare ad invertire la tendenza’’.

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