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C’era una volta ad Harlem: la macchina del tempo

Alla 116esima Strada e Prima Avenue, un barbiere é l'ultimo testimone di una comunitá che contribuí a segnare il destino di New York: storia di Claudio Caponigro che dopo 60 anni di passione per il suo lavoro adesso rischia lo sfratto. La gente di Harlem si mobilita e anche i politici accorrono in suo aiuto...

Il congressman Charles Rangel giovedí 9 giugno riceve un taglio di capelli da Claudio Caponigro mentre la Council woman Melissa Mark Viverito osserva; sotto da sin. la figlia di Caponigro Maria Uyeki, il Congressman Charles Rangel, il barbiere Claudio, l’Assemblyman Robert Rodriguez e l’altra figlia di Caponigro Lucille Santise 

 

Alla 116esima strada nell’East Harlem, una volta batteva il cuore più forte delle Little Italy di New York. In quel “Lucky Corner”, all’altezza della Lexington Avenue, si tenevano  i comizi di uomini fuori dal comune. Spinti dal voto degli immigrati italiani,  negli anni Venti da lì spiccò il volo Fiorello La Guardia per poi, negli anni Trenta, quando FLG diventò sindaco, ecco che al suo posto viene eletto l’unico Congressman “socialista” degli Stati Uniti: Vito Marcantonio. 

Chi dall’Italia arrivava a New York tra le due guerre o dopo il 1945, per la prima sistemazione e il primo “job”, andava da quelle parti della East 116th, dove i “paisà” erano pronti ad aiutare.

E così fece pure Claudio Caponigro, classe 1931, di mestiere barbiere, che da Salerno arrivò ventenne nell’East Harlem e nel salone sulla 116 all’angolo con la Prima Avenue cominciò a lavorare nel 1951. Ininterrottamente fino ad oggi, Claudio continuerà a far barba e capelli anche ai successori degli italiani di Harlem: i portoricani. 

Sessanta anni al lavoro nello stesso angolo di Harlem senza interruzioni. Ma giovedì prossimo, 16 giugno, ad ottanta anni Caponigro potrebbe ritrovarsi senza più il locale dove ha lavorato per tre quarti della sua vita. Infatti ha ricevuto da un nuovo “landlord”, Hong Kai Lin Realty, che qualche mese fa ha comprato la palazzina dove è ospitato il locale, la nota di aumento dell’affitto, da 650 a 1650 dollari! Non volendo pagare tre volte di più, Caponigro ha ricevuto dalla città l’invito a comparire davanti ad un giudice che giovedì prossimo darà la sentenza che potrebbe sfrattarlo. 

Giovedì mattina, come segno di solidarietà a Caponigro, circa duecento persone sono accorse al suo salone, e a portare solidarietà al barbiere Claudio sono arrivati anche il Congressman  Charles Rangel e il deputato statale Robert Rodriguez, e la Councilwoman Melissa Mark-Viverito, anche loro eletti col supporto del “lucky corner” di Harlem. 

Al “Claudio’s Barber Shop” siamo arrivati nell’afoso  pomeriggio di giovedì, la folla di sostenitori era da poco andata via. Dentro il secolare salone, abbiamo trovato un Claudio Caponigro battagliero e orgoglioso di raccontarci una vita al lavoro in quel piccolo negozio così impregnato di storia degli italiani in America.

 “Quando arrivai fui subito impiegato da Salvatore Monaco, il gestore della barberia. Questa era stata aperta agli inizi del secolo. Vedi queste sedie, hanno  cento anni e io iniziai a lavorare in quella al centro”. Claudio parla col suo accento campano, ogni tanto impreziosito da termini italoamericani. E  così continua il racconto: “Quanti personaggi entravano. Vito Marcantonio me lo ricordo, ero da poco arrivato e diventammo subito amici, una persona eccezionale che aiutava i poveri. Un politico del popolo, sempre a disposizione della povera gente. Purtroppo morì presto, proprio qui vicino, si sentì male per strada”.  

In questi sessanta anni, i politici erano attratti dal salone di Claudio: “Oggi è venuto, insieme al Congressman Rangel, anche il State Assemblyman Robert Jr. Rodriguez, un ragazzo meraviglioso. Io me lo ricordo quando veniva bambino qui a tagliarsi i capelli portato da suo padre Robert, bravissimo politico anche lui, che ha servito tanto tanto alla gente di Harlem come ora fa il figlio, che infatti non si è dimenticato di me”.

Dopo quasi vent’anni di impiego nel salone, Claudio rileva il business nel 1969: “Salvatore era diventato vecchio e voleva lasciare, e io ho preso in mano tutto. Non avevo bisogno di altri impiegati a tempo pieno, soltanto qualche aiuto nel week end, riuscivo a gestire tutto durante la settimana. Aprivo alle sette fino alle 5. All’inizio con mia moglie vivevamo proprio qui vicino, dove sono nate pure le mie figlie Lucia, Anna e Maria. Poi ci siamo trasferiti nel Bronx, dove ho comprato la casa dove vivo tutt’ora. Ma il mio lavoro è sempre rimasto qui, tra le gente di Harlem che intanto cambiava. Gli italiani sparivano, i portoricani ne prendevano il posto. Ma anche con loro il rapporto non è cambiato, gente buona e laboriosa, quanti amici e quanto affetto ho ricevuto. Guarda questa targa, me l’ha data una famiglia di portoricani che avevo servito per tre generazioni quando sono andati a vivere altrove”. 

Il locale di Claudio è pieno di fotografie e di ricordi che filmano 60 anni di Harlem. Ecco una foto con Jimmy Durante e altre con cittadini del quartiere che hanno riempito la vita di Claudio: “Jennifer Lopez qui ci ha voluto girare un video. Insomma a questo posto non ci sono affezionato solo io perché ci lavoro da 60 anni, ma tante persone hanno lasciato un pezzo di cuore qui. Ma sai quanti vengono ancora, che non abitano magari più ad Harlem, e mi dicono che ricordano tutte quelle ore trascorse qui”.

È arrivato il momento di chiedere a Claudio della mafia, di ciò che lo ha portato nelle prime pagine dei giornali qualche anno fa, quando spuntarono certi titoli su “the mob barber”. Ha uno scatto d’ira, si arrabbia e alza la voce. Ma sono secondi, poi è lui stesso a voler l’occasione per chiarire. Si calma e spiega: “Certamente qui veniva gente di tutti i tipi, ma io non chiedo certo alle persone che vogliono farsi la barba prima qual è il loro il mestiere… Ma l’Fbi mi convocò e voleva sapere se conoscevo i nomi e cognomi di quello e quell’altro, mi dicevano che dovevo parlare altrimenti avrei passato dei guai. Ma io non parlai, e che cosa avrei potuto dire? Io non mi faccio i fatti degli altri”. Nel 2006 Claudio fu incriminato, fu accusato di favoreggiamento nei confronti di alcuni  “wise guys” della Genovese. Lui nega ogni coinvolgimento: “Ma che potevo fare? Tu sì puoi entrare e tu no. E perché? Che so io di che mestiere fai tu. Io faccio il mio lavoro…”.

Anche questo fa parte della storia del barbiere di Harlem, un episodio che ancora fa soffrire Caponigro,  ma che non gli ha tolto l’affetto della stragrande maggioranza dei suoi clienti, cittadini onesti e lavoratori. Che infatti in questi giorni vengono a esprimergli la loro solidarietà contro lo sfratto. 

Claudio guarda una delle tante foto delle sua famiglia sparse nel locale, e si commuove mentre ci parla dei nipoti, Claudia 17 anni, e Peter 15 anni. “Dal lavoro che questo posto mi ha assicurato per 60 anni ho ricevuto così tanto, sono un uomo fortunato e si, è vero, potrei anche ritirarmi. Ma non sono pronto, mi sento forte e sano, vorrei lavorare ancora un paio di anni. Io sono pronto a pagare anche 1200 dollari, il doppio, ma la cifra di 1650 non potrei proprio e poi sembra proprio un affronto, non posso accettarlo”. Inveisce per un attimo contro il nuovo proprietario cinese, ma poi se la prende invece con i precedenti proprietari italoamericani che non gli hanno rinnovato il contratto prima di vendere lasciandolo esposto allo sfratto. “È colpa loro, dei figli che dopo aver ereditato hanno venduto senza pensarmi. Il padre era finito pure in galera, gente della quale non mi dovevo fidare”. 

Lo incoraggiamo, gli diciamo che dopo la solidarietà della gente di Harlem, anche i cinesi non vorranno infierire così su un pezzo di storia di questa città. Sorride Claudio, ci stringe la mano e si calma nell’attesa di poter servire il prossimo cliente. Già, per soli dieci dollari, con Caponigro non tagli solo i capelli, ma entri in una macchina del tempo capace di farti tornare in quella New York che non ci sarà mai più.

 

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