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L’INTERVISTA/ Unione di diritti e libertà

L’unificazione d’Italia è un processo non ancora concluso. L’Europa? E’ sulla strada degli Stati Uniti. A colloquio con Sabino Cassese (Corte Costituzionale)

Sabino Cassese (nella foto), insigne giurista, studioso del diritto amministrativo, tra i maggiori che l’Italia annoveri, nato ad Atripalda nel ’35, docente di diritto pubblico nell’economia e diritto amministrativo, è stato Visiting scholar alla Stanford Law School e all’Università di Berkeley; Fellow del Wilson Center di Washington; nonché Professor alla Hauser Global Law School della New York University. Ministro della Funzione Pubblica dall’aprile del ’93 al maggio del ’94, durante il governo tecnico presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, da sei anni è Giudice della Corte Costituzionale.

 

 

La crisi economico-finanziaria mondiale del 2008 ha avuto ripercussioni immediate sullo sviluppo del costituzionalismo europeo, ritardandolo?

«No, anzi  sta avendo un effetto di accelerazione del costituzionalismo europeo, le faccio alcuni esempi: l’Unione Europea si è dotata, sotto la spinta di questa crisi, di tre nuove agenzie di controllo sulle banche, sulle assicurazioni e sui mercati immobiliari, e di un’agenzia per il controllo dei rischi sistemici; in secondo luogo l’Unione Europea si è dotata di un Financial Stability Facility che è prodromico, viene prima, dell’European Stability Mechanism; in terzo luogo si è dotata di alcuni regolamenti, usciti in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale, che prevedono nuovi controlli sui bilanci degli Stati, quindi l’Unione Europea si sta dotando di una serie di strumenti che prima non aveva, per fronteggiare la crisi.

Gli economisti lamentano molto che questi strumenti non sono stati adottati con la rapidità che sarebbe stata necessaria, però, dal punto di vista istituzionale, giuridico, dal punto di vista, come il mio, di giudice costituzionale, di uno studioso di diritto pubblico, sono strumenti fondamentali questi, pertanto direi che il costituzionalismo europeo non è ritardato, ma anzi è accelerato da questa crisi».

 

 

Jurgen Habermas ritiene che l’Unione Europea non disponga delle competenze necessarie per armonizzare le economie nazionali, sostenendo che “il patto per l’Europa ribadisce un difetto antico”, gli accordi non vincolanti fra capi di governo sono inefficaci o antidemocratici, pertanto devono essere sostituiti da un’incontestabile istituzionalizzazione delle decisioni comuni. Cosa ne pensa?

«Io non sono d’accordo con Habermas perché, secondo me, il suo punto di vista è quello di una persona che, come molti filosofi, politologi e così via, non tiene conto degli aspetti interni della macchina, credo che l’Unione Europea stia stringendosi intorno a questa crisi che è mondiale, nella quale possono essere protagonisti solamente dei grandi attori. Tutti gli Stati europei si rendono conto che non sono grandi attori perché da soli non possono risolvere i problemi. E’ come il Global Warming, se è global più warming, che vuol dare una risposta nazionale? Deve essere una risposta di più attori.

L’Unione, strumento indispensabile perché l’Europa faccia sentire la sua voce, ha delle difficoltà interne perché nell’Unione c’è un elemento comunitario, cioè la Commissione e c’è l’elemento intergovernativo, cioè il Consiglio, nel senso che l’Unione ha due teste, come l’Aquila imperiale austriaca degli Asburgo. I due organi si bilanciano, ma non si può pensare che l’Unione non abbia la seconda testa , perché gli Stati sono ancora molto potenti e vogliono far sentire la loro voce attraverso i governi nazionali.

Le opinioni, come questa di Habermas, derivano non da una valutazione imparziale ed impassibile dello sviluppo delle cose, ma dalla delusione di quelli che vorebbero che le cose si sviluppassero più velocemente. A tutti farebbe piacere che i bambini appena nati imparassero a camminare! Dobbiamo essere pazienti e aspettare che il bambino cresca e impari a camminare».

 

 

Il processo di integrazione europea ha realizzato un equilibrio tra libertà civili, politiche ed economiche?

«No, non ancora per un fatto molto semplice: l’Unione Europea è nata come unione economica, in Europa non si volevano più guerre e si decise di fare una Comunità Europea di Difesa, la Ced, che non passò per l’opposizione del Parlamento francese, ma anche per una forte opposizione italiana, erano i primi anni Cinquanta, allora degli uomini geniali come Jean Monnet, Konrad Adenauer o De Gasperi, pensarono che, invece di cominciare dalla parte più difficile, cioè la difesa, in Europa c’erano state due guerre mondiali con milioni di morti, si poteva cominciare dalla parte più facile, l’economia, quindi l’Europa è un gigante economico, ma è un nano dal punto di vista dello sviluppo civile e dei diritti fondamentali.

Ricordiamo che anche per la Germania guglielmina, quella dell’Ottocento, l’unificazione avvenne prima con il cosiddetto “zollfreiheit”, cioè l’unione delle frontiere, l’unione economica, doganale, dopo, a poco a poco, è stata creata l’Unione politica ed è nata la Germania moderna, e la stessa cosa è accaduta in Italia».

 

 

La sola unità monetaria, non giuridica, né economica, può evitare all’Europa la frammentazione?

«Io farei una piccola contestazione a questa domanda, perché in Europa noi abbiamo una forte unione monetaria, ma anche un’unità giuridica, questo per un pubblico americano è particolarmente importante: noi abbiamo una Corte di Giustizia che dice tutti i giorni che, prima di tutto, l’Unione Europea è un’unione di diritti e di ordini giuridici, l’ordine europeo è preminente rispetto a quello italiano.

Nell’ordinamento italiano, se una legge, anche successiva, è in contrasto con una norma comunitaria, una pubblica amministrazione o un giudice può disapplicarla, cioè quella legge non vale perché prevale la norma comunitaria. Direi che l’Europa è incamminata per la direzione di una struttura quasi federale, è certamente sulla strada degli Stati Uniti d’America. Quel che è importante è che l’Unione Europea comincia a diventare anche un’unione di libertà di diritti fondamentali di cittadini e lo diventerà sempre di più quando aderirà alla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, cosa che è prevista nel Trattato di Lisbona».

 

 

Perché alla globalizzazione dei mercati non ha fatto seguito la globalizzazione dei diritti? Quali vie faciliterebbero questo processo?

«Quello che potrebbe facilitare questo processo è l’ulteriore sviluppo delle Corti internazionali, oggi nel mondo esistono centonovantatré Stati che fanno parte delle Nazioni Unite, duemila organizzazioni internazionali e circa centoquindici Corti globali, per esempio, il Dispute Settlement Body dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO.

Uno sviluppo ulteriore delle Corti internazionali sarebbe importante, naturalmente ci sono alcuni Paesi che resistono,  gli Stati Uniti d’America non hanno ancora ratificato la convenzione firmata a Roma, che ha istituito il Tribunale Penale Internazionale, sono molto restii a sottoporre il proprio potere alla giurisdizione di Corti internazionali, questo risponde alla logica delle grandi potenze».

 

 

La tutela del Welfare rientra tra i compiti e le prerogative di uno Stato trasversale alle diverse forze politiche, che pone rimedio alla diseguale distribuzione di beni e servizi pubblici, o, invece, è espressione che definisce primariamente la forma politica dello Stato?

«La tutela del Welfare nasce come problema statale, quindi dipende dallo Stato; il Welfare nasce nella Germania di Bismarck, il sistema delle pensioni poi si sviluppa in Inghilterra con il piano Beveridge e con la nascita del Social Insurance and Allied Services e poi si sviluppa negli ordinamenti moderni, in alcuni Paesi di più, l’Italia certamente ha un Welfare molto più sviluppato di quello degli Stati Uniti d’America.

Il Welfare, nato come problema nazionale, sta diventando un problema globale, dunque si pone la necessità di una sua

estensione: noi, come Corte Costituzionale italiana, ci siamo pronunciati su questo argomento, riconoscendo un’assistenza anche a persone che non sono cittadini italiani, faccio l’esempio di un caso di una persona non cittadina italiana, ma che stava legalmente sul territorio italiano, extracomunitaria, ebbe un incidente grave per cui necessitò di un’assistenza continua e questa assistenza noi abbiamo detto che le deve essere data dallo Stato italiano perché questa persona non ha le condizioni per essere autosufficiente».

 

 

Una rivisitazione critica del Risorgimento italiano quali elementi potrebbe ancora far emergere, in termini di verità storica dei territori, della composizione sociale, del potere delle forze religiose in campo?

«Noi abbiamo un’eredità negativa del Risorgimento italiano derivante dal fatto che l’Italia non è ancora veramente unita, perché un Paese veramente unito vorrebbe dire un Paese dove ci sono eguali condizioni per tutti e il Mezzogiorno non è certamente al livello di sviluppo del nord, quindi abbiamo un Mezzogiorno economicamente, socialmente meno sviluppato; dal punto di vista dell’ordine pubblico è governato da altri poteri, che non sono direttamente lo Stato, la mafia, la n’drangheta e così via, quindi veramente abbiamo un’Italia divisa in due, questo non vuol dire, naturalmente, che abbia ragione chi dice che la Padania deve essere indipendente, quello che io dico è che dobbiamo continuare l’unificazione italiana perché l’Unità italiana, a centocinquanta anni dalla sua nascita, è un processo non ancora concluso. Ho sviluppato questo discorso in un libretto, da pochi giorni edito da il Mulino, “L’Italia: Una Società senza Stato?”».

 

 

Le ragioni che hanno impedito l’attuazione della Costituzione repubblicana  in tutti i suoi princìpi, risiedono maggiormente in essa, nella  magnificenza etica, politica e sociale che la caratterizza, finanche con innegabili elementi utopici, o, invece, i motivi di tale impedimento sono nelle forze preposte alla sua applicazione?

«La mia opinione è che la Costituzione è stata una rivoluzione promessa e in parte non mantenuta, perché ci sono al cuni articoli della Costituzione che non sono stati attuati, io ho espresso il giudizio che questa mancata attuazione sia derivata da una prudenza iniziale, specialmente di De Gasperi che ha ecceduto in “continuismo” cioè nella preoccupazione di assicurare la continuità dello Stato, anziché sottolineare la cesura tra il periodo fascista e il periodo post- fascista. Fu una scelta politica quella di De Gasperi, questo è anche il giudizio di Leopoldo Elia che è stato uno dei principali collaboratori di Aldo Moro e che ha vissuto questa esperienza direttamente».

 

 

La cittadinanza negata ai figli di immigrati che nascono in Italia ha fatto pronunciare parole di sdegno al Presidente Napolitano. Cosa ritiene di poter dire al riguardo?

«La grande studiosa tedesco-americana Hanna Arendt ha scritto una volta che “la cittadinanza consiste nel diritto ad  avere diritti” e che la cittadinanza è data dagli Stati, se non viene garantito il diritto alla cittadinanza si corre il rischio di lasciare una persona senza i diritti  che derivano dalla cittadinanza,  quindi, da questo punto di vista, è importante che tutti possano avere una cittadinanza. Il Presidente della Repubblica ha messo il dito sulla piaga, noi dovremmo applicare il principio del diritto americano, lo “ius soli”, e non si capisce perché in Italia ciò non sia possibile, vi sono delle forze politiche che non concordano con questa idea, secondo me sbagliano, molto semplicemente sbagliano».

 

 

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