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PERSONAGGI/La “mondina” Leda

In foto, Leda Colombini

In foto, Leda Colombini

Tre mesi fa la scomparsa della Colombini, paladina dei diritti delle donne. Dai “filòs” della Bassa reggiana a Roma

Leda Colombini, figura storica della sinistra, militante del partito comunista da quando aveva sedici anni e il regolamento ne chiedeva, per  essere iscritti, diciotto, per questo le venne data la tessera con una C che voleva dire “membro candidato del partito,” proveniva da una famiglia in cui non si parlava mai di politica, si lavorava tanto duramente da non averne il tempo e il desiderio, la voglia di essere consapevoli fu per lei una conquista, il cammino rapido e progressivo del bisogno di riscatto e di emancipazione.

Non era generosa la terra che l’accolse, nel freddo gennaio del ’29, tutto intorno il fascismo aveva già impregnato di sé le istituzioni, prosciugato lo spirito critico e l’autonomia del pensiero, represso brutalmente ogni forma di dissenso, di non allineamento al regime. Leda avrà nel nonno materno l’unica figura maschile di riferimento, cresciuta in una famiglia di sole donne, la madre ebbe quattro figlie senza essere sposata e assumendosene tutta la responsabilità, in un’epoca in cui una legge voluta dalla dittatura, in vigore in quegli anni, poi soppressa, non consentiva alle donne nubili di riconoscere i propri figli. Il contesto ha nome Fabbrico di Reggio Emilia, un paese di seimila anime, industriale per via della fabbrica di trattori Landini che impegnava quattrocento operai, ma a prevalere erano i braccianti, duemila, pochissimi gli agrari e poi una piccola fascia di contadini. Fabbrico aveva una tradizione socialista consolidata, con il più alto numero di iscritti al partito comunista nel dopoguerra, dove la resistenza al fascismo è stata irriducibile, dove sempre si è lottato per il pane, per la giustizia, per la libertà. La lotta degli scariolanti per la bonifica dei territori malsani, prima che esordisse il Novecento, è emblematica di questi caratteri, le radici di un popolo che ne rivelano l’humus con un’efficacia che dotti studi e ricerche non possono eguagliare.

Giuseppe Colombini era “bifolco,” curava il bestiame del padrone, faceva tutto, era in piedi alle due di notte per la mungitura, questo duro lavoro consentiva alla famiglia un tetto, sia pure modestissimo, e un salario fisso che teneva lontana la fame, ma queste esigue certezze crollarono, il nonno fu licenziato dal padrone, retrocesse alla condizione di bracciante, niente più salario fisso, niente alloggio, la famiglia divenne “camarent,”pagava un affitto ad altri contadini meno poveri, che comprendeva anche un pezzetto di orto, si poteva tenere qualche gallina, ma non il maiale.

Ha scritto Francesco Piva, docente di Storia contemporanea all’Università di Roma “Tor Vergata,” nella monografia “Storia di Leda” che la Colombini, “come tante altre donne entrate da protagoniste nella scena politica subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, può raccontare i grandi cambiamenti che hanno trasformato l’Italia, avendo vissuto i passaggi dal fascismo alla democrazia e dall’arretratezza economica al benessere diffuso”.

Finite le elementari, la scuola era a pagamento, Leda mise la cartella nel sottoscala, attaccata al chiodo, non poteva più studiare, pianse e subito dopo, mentre l’Italia stava entrando in guerra, andò a mietere, aveva undici anni e riscosse le sue prime due lire, guadagnando la metà delle donne, che prendevano il trenta per cento in meno degli uomini, passando negli anni successivi a tutti i lavori di raccolta, di zappatura, come bracciante stagionale. Le tradizioni contadine legate alla socialità e all’oralità caratterizzarono l’infanzia e l’adolescenza della Colombini che bene ebbe impresso nella memoria quel “fare filòs”, il mettersi insieme di più famiglie sull’aia in estate, nella stalla in inverno, con la lucerna a petrolio al centro, con le vacche nelle poste e lì si chiacchierava, si stava al caldo, uomini e donne occupati nelle loro mansioni, le donne a sferruzzare, ricamare, cucire, gli uomini a riparare utensili.

L’oralità, raccontare, ma anche cantare, era prassi consueta quando si era in risaia, nelle squadre della zappatura, quando si vendemmiava: ognuno raccontava quello che accadeva nel paese, i matrimoni, le disgrazie, gli amori, le morti; quel raccontarsi le cose che era un modo di stare insieme, così tipico nelle comunità contadine, con Leda si arricchiva di un’oralità che trasmetteva, in qualche modo, un sapere, il narrare a puntate i contenuti dei romanzi che ella leggeva e riportava nel racconto che ne faceva alle altre compagne di lavoro, mondine, braccianti, donne impegnate nella vendemmia. Fu durante i “filòs” che ricevette da donne più grandi la proposta di entrare a far parte dei Gruppi di difesa della donna per l’assistenza ai combattenti della libertà, nati a Fabbrico subito dopo l’otto settembre del ’43, si trattava di sostenere la lotta dei partigiani in montagna, procurare loro indumenti e viveri, ma Leda non aveva nemmeno quindici anni, troppo pochi per fare la staffetta, anche in quella zona di pianura dove la resistenza è stata proprio una lotta di popolo, in cui ogni casa di campagna era rifugio sicuro per i combattenti. Le donne hanno avuto un ruolo determinante nella lotta di liberazione in tutta la zona della Bassa reggiana, non solo come combattenti, erano una massa attiva nelle manifestazioni di piazza contro il caro-vita, contro le retate, erano la metà dell’esercito.

 

Accadde così che, tramite la comunità femminile, ella entrò in contatto con la memoria antifascista, seppe cose che ignorava, parole come “socialismo” divennero un suono familiare, acquistarono un significato politico le lotte contadine condotte prima del ventennio, i comunisti, Leda ricevette, senza dubbio, la sua prima acculturazione politica dalle donne dei Gruppi di difesa. E’ innegabile, tuttavia, che si sia prodotta una certa mitizzazione della figura maschile del combattente per la libertà e, nel contempo, l’emarginazione del protagonismo femminile.

Fabbrico, Reggiolo, Rio Saliceto, Correggio, Campagnola, qui i partigiani operando in pianura, difesero il grano, le mucche, il vitto, dalle razzie tedesche che portavano tutto in Germania, qui sorse subito, in settembre il Comitato di Liberazione Nazionale, riuscendo anche a salvare dal bombardamento anglo- americano la fabbrica Landini che i primi mesi del ’44 aveva accettato commesse belliche per conto della Caproni. Nel ‘45, a guerra conclusa, a Fabbrico avvennero grandi discussioni tra i partigiani che avevano fatto la lotta armata e molti di loro si rifiutavano di consegnare le armi, occorse molto lavoro politico per persuaderli a cedere, la dirigenza non era ancora all’altezza del compito del partito nuovo che Togliatti auspicava, mentre tra la base, tra chi aveva combattuto con le armi, questa radicalizzazione era avvenuta, con una forte spinta rivoluzionaria che voleva liberare tutto il paese e portare la classe operaia al potere. L’attivo impegno politico e sindacale della Colombini assunse una maggiore definizione quando, quale “giornaliera” aderì alla lega bracciantile della Federterra a Fabbrico che guidò le lotte degli agrari, poi nel ’47 iniziò a collaborare con il quindicinale “Il Lavoratore dei campi” della Confederterra e da questo impegnò maturò il carattere specifico e costante della sua carriera di dirigente sindacale, la ricerca di un accordo tra contadini e proletariato agricolo.

In quel tempo Leda fu ugualmente impegnata nell’Udi, l’unione delle donne italiane, vissuta come un’organizzazione di massa, che viveva la vita delle donne e delle famiglie delle donne, lavorando con grande impegno anche fra le donne del partito comunista che nel ’45 la nomina, sedicenne, responsabile della commissione femminile del partito.

Poi nel ’48 la grande svolta si compie per lei partecipando a Milano ad un corso di formazione di sei mesi del partito comunista, un corso per sole donne, seguito da un altro corso di sei mesi alle Frattocchie, con tirocinio nelle campagne pugliesi, finalizzato al conseguimento del titolo di dirigente, poiché ella sentiva che la mancanza di una cultura adeguata avrebbe danneggiato il suo impegno politico. Nel ’49, a soli venti anni, mentre è in corso il grande sciopero dei salariati agricoli, le viene affidata dalla Federbraccianti, la campagna delle mondine, sarà una battaglia durissima contro la repressione cieca e brutale della polizia di Scelba e lei darà prova di essere una leader sindacale carismatica, rimanendo in carica fino al ’53.

E’ innegabile il suo contributo al buon esito delle grandi vertenze contrattuali dei braccianti, ma nel ’63, in vista della campagna elettorale, il partito la vuole a Roma, nel Settanta viene eletta consigliere regionale del Lazio, concentrando il suo impegno sulle problematiche interne alla condizione femminile. Il suo impegno politico nel partito crebbe poi d’intensità, conquistando un ambito nazionale, con l’elezione al Parlamento per tre legislature, sconfinando nel sociale con la costante attenzione per quel mondo femminile che non le è mai venuta meno, testimoniata dalla creazione dell’associazione no profit “A Roma Insieme”, incentrata sulla tutela dei bambini in carcere, figli di donne detenute, Leda aveva presentato proposte di legge per cancellare questa barbarie, nella speranza di sostituire misure alternative alla detenzione, lavorando intensamente per donare un po’ di normalità” ad una condizione, l’infanzia, che mai dovrebbe riservare ad alcuno l’esperienza drammatica di trovarsi a viverla in quel non-luogo che è il carcere. Fino all’ultimo giorno la vita di Leda Colombiniè stata impegno sociale per gli altri, i più deboli e vulnerabili; la sua vita, iniziata tanto aspramente, tra mille rinunce e sofferenze, a cui lei aveva risposto con la lotta e la dignità di chi non si arrende, si è fermata mentre era al lavoro nel carcere romano di Regina Coeli. Sono trascorsi quasi tre mesi e nessuno vuole crederci.

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