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SPETTACOLO & SOCIETÀ/ L’uomo delle meraviglie

Nelle foto, Joppolo Giancaxio negli anni ’50 (© Filippo Vecchio)

Nelle foto, Joppolo Giancaxio negli anni ’50 (© Filippo Vecchio)

Il palermitano Gianni Lo Cascio portò nel ’54 il cinema a Joppolo Giancaxio, un piccolo Comune siciliano in provincia di Agrigento

Una premessa  necessaria. L’altro giorno (11 aprile 2012), i giornali locali hanno sbattuto in prima pagina la notizia dell’arresto, a Porto Empedocle di un pericoloso latitante scovato dai carabinieri, dopo dieci mesi di ricerche anche all’estero, dentro un’intercapedine della propria abitazione. Come dire: il ricercato non si era mai allontanato da casa sua. Succede. E successo tante volte. Specie con i grandi latitanti di mafia, di camorra. Perciò uno si aspetta di vedere uscire un pericoloso boss della criminalità organizzata.

Invece… Invece, è uscito Armandino Lo Cascio, resosi latitante a seguito di una condanna per “stalking” ossia per molestie a danno di una signora. Sconoscendo i termini della triste vicenda, non desidero entrare nel merito delle inchieste e dei relativi processi, confidando, fino a prova contraria, nell’operato delle forze dell’ordine e nell’oculato giudizio della magistratura. Tuttavia, confesso che mi risulta problematico vedere nei panni di un molestatore maniacale quel ragazzino, esile e un po’ introverso, che conobbi, a metà degli anni ’50, come figlio e collaboratore dell’uomo che ha portato il cinema a Joppolo Giancaxio, il mio paese. Ovviamente, tale pregio non lo assolve per gli eventuali errori commessi in anni successivi. D’altronde, fra la vicenda attuale (di cui è vittima una signora per bene) e i suoi trascorsi joppolesi non c’è alcun legame. Se li ricordo, è solo per il loro valore umano, evocativo e anche per dire quali contorti percorsi può imboccare la vita di ognuno.Ciò che mi preme evidenziare è l’apporto culturale che, mediante il cinema, la famiglia Lo Cascio ha dato alla grama realtà del paesino. Il cinema, infatti, dischiuse le porte di un mondo a noi ignoto, affascinante che si svolgeva sul filo della realtà e della fantasia. Perciò, sono andato a rispolverare l’appunto seguente che pubblico, in forma ancora grezza, sul mio blog: Montefamoso.blog spot.com

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…Incrocio il signor Gianni mentre scende per via Atenea, sottobraccio alla moglie, signora Tanina. Li rivedo dopo tanti anni. Sono due vecchietti ancora arzilli, figli di un’altra epoca. La nostra generazione, la prima del secondo dopoguerra, visse a cavallo fra l’epoca passata e quella da poco iniziata, fra un’Italia contadina, provinciale e fascista, e un’Italia democratica del miracolo economico, della scuola media e delle comunicazioni di massa. Nel fervore di quegli anni, molti, i più anziani, rimasero al di qua di tale linea, i più giovani tentarono di oltrepassarla, anche cercando all’estero una soluzione di vita. Anche nei borghi di campagna giunsero, per quanto lenti e sfigurati, gli echi e i rudimenti della vita nuova. Il cinema, per esempio, di cui ci occuperemo in questo scritto, arrivò a Joppolo Giancaxio nel 1954, a sessant’anni circa dalla sua invenzione da parte dei fratelli Lumiere. Anch’esso attirato dal benessere improvviso creato dalla presenza degli americani della Gulf Oil Company che cercavano “l’oro nero” nelle viscere argillose di Montefamoso. Ricordo quel biennio in cui ci siamo illusi. Ci fu lavoro per tutti e, per la prima volta, i nostri contadini videro la busta-paga. Con i salari arrivarono le radio e i giradischi e quindi la musica moderna, l’allegria, e le notizie di fatti lontani. Il petrolio attirò cantastorie, illusionisti e imbonitori di sogni e di colorate mercanzie. Scene da “nuova frontiera” che presto svaniranno perché sotto Montefamoso non si trovò petrolio ma un fiume d’acqua amara. Certo, fu solo un miraggio ma ci fece vivere la nostra porzione di felicità. 

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… Il cinema lo portò il signor Gianni Lo Cascio da Palermo. Giunse un pomeriggio di settembre a bordo un camioncino, pluridecorato di madonne e cavalieri saraceni, che trasportava, stipata in cabina, una famigliola bionda e un ammasso di mobili, masserizie e una vespa grigia. Erano il signor Gianni e la moglie Tanina e i loro due bambini: Armando, esile e un po’ introverso, e Franco, il suo contrario, paffutello ed espansivo. Stavamo giocando in piazza, a piedi nudi, con una palla di pezza e subito corremmo a curiosare intorno al camioncino dal quale scaricarono, per ultima, una cassa grande di faggio bianco che trattavano con molta cura come se contenesse la reliquia di un santo. Per frenare la nostra invadente curiosità, il signor Gianni ci svelò l’arcano: nella cassa c’era il “cinema” ossia l’attrezzatura per impiantare il cinematografo. “Vi abbiamo portato il cinema, la settima arte”- esclamò. “Una cosa mai vista a Giancaxio! ”. Quanto tempo è passato! I giochi, gli amori, la gente, i volti, i nomi, i soprannomi, i paesi…tutto sbiadito, svanito. Solo immagini sfocate, figure incerte che identifichi da quel che sono stati. Per me, i Lo Cascio sono il cinema e null’altro. Soprattutto il signor Gianni, l’operatore, non riesco ad immaginarlo in altra veste. E’ l’uomo delle meraviglie, colui che ha portato il cinema a Giancaxio.

Oggi, quella sala, ricavata da un magazzino, non esiste più. E’ stata demolita, col resto della casa dove la famigliola prese alloggio, per creare un passaggio verso alcuni terreni edificabili altrimenti inaccessibili. Uno sventramento che qualche buontempone del Comune ha osato chiamare via Empedocle. Forse per stabilire una colleganza impropria col famoso “vallo” che il filosofo fece scavare sul contrafforte naturale di Akragas per far entrare il vento di tramontana e prosciugare le paludi, a valle, infestate dalla malaria. Nel nostro caso, è stato creato un corridoio spoglio attraverso cui, più che gente, passa il gelido vento di tramontana che, d’inverno, disturba il passeggio nella piazza principale.

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…Eccoli, dunque, i due vecchietti del nostro cinema, quello delle grandi passioni d’amore, delle esilaranti risate delle pellicole di Totò e di Ridolini e degli indomiti cow boy, scendere a braccetto per questo budello di vetrine dove si riflettono i desideri insoddisfatti degli agrigentini. Nonostante l’età avanzata, il signor Gianni è sempre lui. Smilzo e biondo nel fisico, cortese e composto nei modi e ben curato nel vestire: giacca e cravatta e pantaloni con la riga ben tirata, scarpe lucide come quei radi ciuffi di capelli impomatati. Sul viso l’unica novità degna di nota è un paio d’occhiali chiari con la montatura in oro. Queste poche pennellate credo che bastino per presentarvi il signor Gianni ovvero “l’uomo delle meraviglie”. In quel borgo di braccianti poverissimi, prima del cinema non si era visto nulla di così eccitante. A parte la gigantesca sonda, eretta dagli americani sulla cima di Montefamoso al centro dell’immenso cratere, che poteva essere vista da luoghi lontani, specie di notte, quando bruciava la sua lingua di fuoco che accendeva in noi la speranza del progresso e della libertà. Qualcuno la paragonò alla torre Eiffel che a Parigi attirava milioni di turisti e a Giancaxio avrebbe attirato migliaia di tecnici e di operai. Quella torre era il nostro totem a cui chiedemmo un miracolo forse troppo impegnativo: fermare l’emigrazione e far rientrare i joppolesi sparsi per i continenti più remoti. E così, senza volerlo, diventammo adoratori di nuovi idoli pagani e del fuoco eterno, simili a neoadepti della religione di Zarathustra.

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…A quel tempo, a Joppolo, quasi si sconoscevano le forme del moderno spettacolo. Si ricordavano i saltimbanchi e i teatranti vagabondi che, di tanto in tanto, venivano durante gli anni tristi della guerra. Non erano vere compagnie ma famigliole d’artisti improvvisati e/o decaduti, disperati e affamati che scappavano dalle città bombardate a cercare rifugio nei miseri borghi dell’interno (che la guerra fortunatamente trascurava) dove barattavano le loro prestazioni per un tozzo di pane o per qualche uovo fresco. Andava “forte” il vecchio varietà nel quale protagonista obbligata era la donna tuttofare ossia la moglie del titolare, di giorno madre professa e di notte attrice, cantante, ballerina di can can e assistente del maldestro marito-mago che non sempre riusciva ad incantare il pubblico. Specie quando dal cilindro il coniglio non fuoriusciva.

L’uomo la sgridava ma per finta, per giustificarsi agli occhi dell’irrequieto pubblico. L’improvvido illusionista sapeva di non potere illudere nessuno giacché il coniglio se l’erano mangiato il giorno prima. Tanta era la fame! Valletta e ballerina, talvolta, dopo lo spettacolo, si adattava a fare qualche altro indicibile servizio. Per arrotondare. Storie di antica miseria che la guerra aveva ingigantito. L’unico canale di comunicazione, l’unico filo che collegava Joppolo con il mondo erano quei quattro o cinque apparecchi radio che gracchiavano nelle case di talune famiglie facoltose che, di fatto, detenevano il monopolio dell’informazione. Chi possedeva una radio si atteggiava come padrone delle notizie che selezionava, manipolava, a suo piacimento, e centellinava nelle conversazioni al circolo, dal barbiere o nei crocicchi in piazza.

E nessuno l’avrebbe potuto smentire. Il cavalier Amerigo restò famoso per aver saputo amministrare il suo “potere” mediatico con una dovizia davvero proverbiale, quasi che le notizie le fabbricasse lui.

Di tanto in tanto, giungeva anche un cantastorie con i suoi “lamenti” per le ingiustizie patite dal popolo silente. Solo lamenti e pianti. Niente progresso per i siciliani, ancor meno rivoluzione. “Munnu ha statu e munnu è”, soleva ripetere l’arciprete che temeva qualsiasi turbamento o, peggio, mutamento delle coscienze dei suoi parrocchiani. Con l’arrivo della democrazia e dell’inattesa libertà (il verbo è esatto, poiché democrazia e libertà arrivarono da fuori, non nacquero sul posto) vi fu un po’ di confusione anche nelle tradizioni. Taluni cantastorie giunsero a scambiare i carnefici con le vittime. Emblematico fu il caso del “lamento per la morte di Turiddu Giulianu” portato in giro dal bravo Cicciu Busacca che, forse involontariamente, contribuì ad accreditare, agli occhi dei contadini, la favola del brigante buono anche se a Portella aveva fatto strage di tanti di loro.

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…A Giancaxio, il cinema fu la vera rivoluzione, poiché rompeva la cappa opprimente d’ignoranza e di rassegnazione che, per secoli, aveva informato e nutrito la cosiddetta “cultura contadina”. Una bella invenzione dei furbetti dei piani alti del potere che, sotto la scorza della cultura, brigavano, anche con le parole, con le tradizioni, per mantenere schiavi popoli interi. Il cinema sconquassava il vecchio mondo e ne apriva altri sconosciuti; faceva sognare, fantasticare, viaggiare, conoscere altre città, altra gente. C’erano i cinegiornali che illustravano il fervore e i progressi della “ricostruzione” economica della nazione. E poi i colossal di guerra e di storia antica, le avventure di Zorro, di Tarzan. Il cinema, non Cristoforo Colombo, ci fece scoprire l’America.

Soprattutto quella “bona” cioè gli Usa così detta per distinguerla dalle altre Americhe centro-meridionali, evidentemente non buone. Le “americanate” (western, drammoni d’amore, le comiche di Stanlio e Ollio, i polizieschi) ambientate fra New York, Chicago e Los Angeles ci trasportavano in mondi nuovi, scintillanti verso i quali, da Giancaxio, molti erano partiti e altri erano pronti a partire. Il signor Gianni proiettava quello che passava il convento ossia il distributore di Agrigento. La signora Tanina stava alla cassa. I prezzi dei biglietti oscillavano fra le 20 lire (adulti) e 10 (per donne e bambini). Alle donne era concesso lo sconto per incoraggiarne la frequentazione. Solitamente la sala era affollata soltanto da uomini adulti e rumorosi ragazzini. Rare le donne che andavano al cinema (cinamu) e sempre in compagnia del marito o di altro intimo congiunto. Il giorno preferito era la domenica di prima serata nella quale il signor Gianni proponeva una pellicola rasserenante e divertente: una comica di Totò o un drammone strappalacrime con Rossano Brazzi, Amedeo Nazzari, Anna Magnani. I film un po’ osé o di pura violenza li dava nei giorni feriali…

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