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L’Italia stil novo a New York

In foto, il console Natalia Quintavalle nel suo ufficio a Park Avenue

In foto, il console Natalia Quintavalle nel suo ufficio a Park Avenue

Incontro con il Console Generale a New York Natalia Quintavalle

Natalia Quintavalle, Console Generale a New York,  rappresenta l’Italia nella città più importante del mondo. Il suo incarico si svolge nel consolato che conta quasi 70 mila italiani iscritti all’Aire ma opera su un area metropolitana in cui vivono e lavorano una cifra almeno quattro volte superiore di cittadini residenti.  Diplomatica di carriera con 25 anni d’esperienza (anche in Arabia Saudita) Quintavalle aveva già lavorato a New York nella missione all’ONU. Ha iniziato il suo nuovo incarico nel settembre del 2011. Toscana di Pietrasanta, sposata con un diplomatico, Quintavalle ha una figlia. Nel suo lavoro la console generale è affiancata da tre consoli: Laura Aghilarre, Lucia Pasqualini e Dino Sorrentino. Con loro uno staff di 45 persone.

In questi mesi abbiamo osservato la prima console generale donna a New York e lo stile di Natalia Quintavalle lo riassumiamo così: professionalità, accessibilità, mancanza di protagonismi che non fa mai mancare l’autorevolezza della sua presenza agli eventi dove l’Italia ci deve essere. Che Quintavalle, da New York, annunci l’Italia del futuro? Più sostanza e meno personalismi. Piú sistema Paese e meno improvvisazione e provincialismo. Quindi più Europa.

Siamo andati al Consolato di Park Avenue per una intervista ad un anno dal suo insediamento. Il primo appuntamento, il 30 ottobre, è stato spazzato via dall’uragano Sandy. Quando ci accoglie nel suo ufficio il 7 novembre, è la mattina dopo il trionfo elettorale di Barack Obama: “Anche io sono rimasta sveglia fino a tardi per sentire gli interventi di Obama e Romney. Quello che emerge della democrazia Americana è questo non solo fair play formale ma anche sostanziale, quando Romney concede la vittoria ad Obama dicendo siamo pronti a lavorare insieme per il Paese”.

 

In questo primo anno da console generale a New York, qual è stato il momento piú difficile del suo lavoro e quale il piú entusiasmante?

“Il più difficile non è un momento specifico. La parte più difficile del mio lavoro è l’essere sempre chiamata ad intervenire su cose le più disparate, che riguardano la collettività, i rapporti con le autorità locali, la cultura, l’economia italiana a New York. E quindi l’impegno costante al massimo livello che è richiesto a me e a tutti coloro che lavorano con me, dai vice consoli a tutto il personale. Questa è la parte piu impegnativa, che richiede una resistenza molto forte. La parte invece più esaltante è l’aver potuto incontrare persone della collettività italiana, italo americana e americana molto interessanti dalle quali ho potuto imparare. Sto imparando a conoscere l’America attraverso i contatti diretti con persone impegnate in politica, economia e soprattutto nella cultura. E questa è la parte più esaltante del mio lavoro”.

 

Lei è arrivata a  New York nel mezzo della grande crisi in Europa del debito. Abbiamo notato che è intervenuta nei think tank e nelle università per spiegare cosa stesse succedendo. Lei crede che c’è stata una perdita di fiducia degli americani nell’Ue o il destino degli Usa è ancora troppo legato all’Europa per non aiutarla a uscire dal tunnel?

“La perdita di fiducia in parte c’è stata questo è innegabile. E’  stata avvertita soprattutto dal settore degli affari. C’è veramente una attenzione preoccupata del mondo imprenditoriale più aperto per quello che succederà in Europa. In Grecia, ovviamente, ma anche la preoccupazione che l’Europa stia, dalla Spagna all’Italia, più in difficoltà di quanto uno si potesse aspettare.   Però questo non si è tradotto in una mancanza di fiducia a livello dei rapporti politici e anche a livello di simpatia e rapporto tra le popolazioni europee e gli americani. Questo mi sembra una novità e quello che mi sembra aver verificato in questa mia seconda permanenza a New York, è l’idea che gli americani sono piú aperti, stiano superando quell’idea che l’America è il mondo…”

 

Internet aiuta molto in questo?

“Moltissimo, i social network soprattutto per i giovani sono l’apertura al mondo. E per gli americani significa quindi maggiore conoscenza e apertura nei confronti anche dell’Europa”.

 

Quindi l’America continuerà a non poter far a meno dell’Europa e viceversa?

“ Io credo di sí, sono convinta di questo come europea e penso anche che sia così per la maggior parte degli americani”.

 

Lei è arrivata a New York mentre era in carica il governo Berlusconi, ma subito dopo entra in carica il governo Monti e Giulio Terzi diventa il responsabile della Farnesina.  Quali sono i vantaggi, se ci sono, di avere un suo ex collega a capo del Ministero degli Esteri?

“Beh, i vantaggi ci sono, moltissimi. Abbiamo una persona come ministro degli Esteri che è un mio collega ed è stato anche il mio capo in varie circostanze. È una persona che conosce molto bene gli Usa, oltre all’Onu è stato anche ambasciatore a Washington.  È stato direttore degli affari politici alla Farnesina, direttore generale, ricoperto incarichi importanti in Italia e all’estero.  Per me il vantaggio è evidente, so che al ministero c’è una persona e un team che lavora con lui che ha una conoscenza e una capacità di interpretazione di quello che succede negli Stati Uniti che credo che in passato non ci sia mai…”

 

Cioé, vi capite al volo?

“Effettivamente parliamo la stessa lingua. Chiaramente una persona che viene dalla diplomazia ha un’altra visione del funzionamento della macchina ministeriale che è una parte importante del ruolo del ministro e anche lí sicuramente ci sono dei vantaggi. Se ci sono degli svantaggi io credo che siano solo per lui, nel senso che ricoprendo questa posizione e venendo dai ranghi della diplomazia, magari ci si aspetta e gli vengono chieste delle cose in piú rispetto ad un normale ministro degli Esteri. Per quanto riguarda noi vedo soltanto dei vantaggi”.

 

Ad aprile ci saranno le elezioni politiche in Italia e il Consolato deve assicurare la correttezza nello svolgimento delle elezioni anche per gli italiani residenti a New York e Connecticut. Il suo Consolato è pronto a questa sfida? Teme la possibilità di imbrogli?

“Mi fa molto piacere parlarne, ci stiamo avvicinando rapidamente a questa scadenza e forse non se ne è parlato abbastanza. Noi ci stiamo preparando. In realtà il punto di partenza per poter far svolgere bene le elezioni all’estero è che ci sia una anagrafe consolare corretta e la piú chiara possibile. Su questo noi stiamo lavorando da tempo. La Dott.ssa Pasqualini che si occupa e supervisiona questa parte, utilizza vari strumenti per l’aggiornamento dell’anagrafe consolare e il team che lavora con lei è in gambissima. Lei fa il funzionario itinerante, va nei posti piú lontani della nostra circoscrizione,  per fare passaporti ma non solo. Questo risolve un problema immediato alla persona che ha difficoltà a venire in consolato e per noi ha un riscontro immediato per avere aggiornamenti su situazioni familiari, indirizzi etc Inoltre abbiamo cominciato da un po’ di tempo a raccogliere le email di tutte le persone che hanno contatti col consolato. E’ un lavoro continuo, che dovra’ essere intensificato in vista delle elezioni, avremo bisogno di maggiori risorse e siamo autorizzati ad assumere impiegati. Gli imbrogli? Il sistema elettorale italiano protegge dagli imbrogli”.

 

Però all’estero si parla di tante buste inviate da poche persone…

“Il sistema di controllo molto rigido ed efficace in Italia applicato all’estero diventa più complicato. Io non vedo questa grande attività sottorranea per preparare  deviazioni del sistema di voto, ma non sottovaluto il rischio e come tutti gli altri consoli siamo impegnati affinche non si verificano situazioni del genere. Ma il rischio più grosso ai fini della credibilità del risultato del voto all’estero è riuscire a far votare il più elevato numero possibile di persone. Perchè se la percentuale dei votanti sugli aventi diritto rimane molto bassa, perde un po’ di significato tutto il senso dell’operazione che è molto costosa in termini di impegno e finanziari. Lo sforzo nostro è dedicato affinché la maggior parte possibile degli aventi diritto al voto all’estero voti. Per tutto il resto faremo del nostro meglio”.

 

Il 2013 sarà l’anno della cultura italiana negli Usa. Ma in tempi di crisi finanziaria come questi, si riesce lo stesso ad organizzare certi eventi?

“Noi nel preparare e nell’attuare l’anno della cultura italiana negli Stati Uniti in realtà non facciamo grande affidamento sulle risorse pubbliche. Certamente ci sono e vengono utilizzate per lanciare alcune iniziative però il lavoro grosso verrà fatto con sponsorizzazioni private, di aziende e associazioni sia italiane che italoamericane.  Quando noi identifichiamo una iniziativa che ha le caratteristiche per essere veramente interessante nel quadro dell’anno della cultura italiana negli Usa, lavoriamo anche per trovare le sponsorizzazioni, quindi delle imprese, fondazioni etc che siano interessate  a sostenere questo tipo di attività. Il nostro ruolo non è svolto solo dai consolati o dagli istituti di cultura che sono in prima linea in questo settore, ma è fatto sotto il coordinamento  dell’ambasciata a Washington e soprattutto sotto l’impulso del Ministero degli Esteri e del ministro Terzi. Vorrei ricordare che il 2013 è volto a presentare non solo la ricchezza culturale dell’Italia del passato ma anche dell’Italia del futuro. Quindi ci sarà tutta una parte dedicata alla scienza e alla tecnologia, alla innovazione in generale. E all’approccio scientifico e alla ricerca universitaria, tutto quello che pone le basi per uno sviluppo della cultura del futuro”.

 

New York secondo lei è destinata a rimanere per un altro secolo il centro culturale ed economico del mondo o è già iniziato il declino?

“Le posso rispondere con quello che mi dicono gli imprenditori italiani che vengono qui. Per loro New York significa aprirsi al mercato mondiale. Quando aprano gli showroom non vengono per conquistare il mercato americano ma per conquistare il mercato mondiale. Da questo punto di vista è indiscutibile che New York rimane il punto di riferimento fondamentale per la proposta commerciale, culturale, economica mondiale”.

 

Uragani permettendo…

 “L’uragano ha messo in evidenza non solo le debolezze di New York ma di qualsiasi metropoli. Una lezione per tutte le grandi città.  Sono convinta che New York abbia la capacità di imparare e sfruttare la lezione di questo uragano per impostare un modello di città un po’ diverso, un po’ meno consumistico e più basato in uno stile di vita meno sprecone”.

Qualche cittadino italiano residente nella zona ha chiesto aiuto al consolato dopo l’uragano Sandy? Cosa può fare in questi casi il Consolato per chi si dovesse trovare ancora in difficoltà?

“A partire da domenica sera abbiamo cominciato a ricevere telefonate da connazionali residenti a New York e, soprattutto, di passaggio, questi ultimi preoccupati per la cancellazione dei voli. Nei due giorni di lunedì e martedì siamo rimasti aperti grazie alla dedizione del personale del Consolato che, malgrado le enormi difficoltà si è recato in ufficio in numero sufficiente da assicurare i servizi e l'assistenza ai connazionali. Abbiamo ricevuto richieste (telefoniche o direttamente al Consolato) da circa 150 persone, la maggior parte delle quali desiderose di rientrare al più presto in Italia, essendo state, in molti casi, evacuate dagli alberghi nei quali si trovavano. A partire da mercoledì abbiamo cercato di verificare , attraverso le autorità locali o le associazioni italo americane, se vi fossero connazionali in difficoltà, in particolare nelle aree particolarmente colpite di Staten Island Coney island e long  Island. Lo stesso ha fatto il Consolato di Newark per il New Jersey. Sappiamo  che vi sono stati casi in cui i connazionali hanno avuto gravi danni alle abitazioni, ma non ci sono stati segnalati casi di connazionali deceduti o ricoverati in ospedale. Il Consolato e le altre istituzioni italiane sono pronte a collaborare con le autorità locali e le associazioni che stanno organizzando le operazioni di recovery ed alcuni di noi lo stanno facendo anche personalmente come volontari. Naturalmente restiamo all'ascolto dei connazionali che intendano segnalarci situazioni di particolare difficoltà”.

 

Lei è la prima console generale donna a New York. La sua nomina qui sembra sia riuscita anche a soccorrere l’immagine dell’Italia, soprattutto sul ruolo della donna nel nostro paese, ricordiamo che nel 2011 la credibilità dell’Italia era colpita da noti scandali nelle prime pagine dei giornali di tutto il mondo… Quanto bisognerà aspettare ancora per avere anche una donna a Palazzo Chigi? E magari una donna anche al Quirinale? Sono pronti gli italiani?

“Io credo che in Italia ci siano molte donne che possono senza alcun dubbio ricoprire l’incarico di Presidente del Consiglio o di Presidente della Repubblica. Credo che l’accesso sia ancora un po’ piú difficile per le donne che per gli uomini, ma sono anche convinta che c’è un cambiamento e che c’è un diverso modo di vedere il ruolo delle donne in politica e nel governo. Dipende molto dalla capacità di quelle donne, che sono sicura che lo possono fare, di avere veramente la forza e il coraggio di proporsi e insistere nel proporsi. Sono convinta che troverebbero il sostegno non solo delle donne ma anche degli uomini italiani”.

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