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Con la Sicilia negli occhi e l’America nel cuore

Francesco Liberto nel suo atelier a Cefalù

Francesco Liberto nel suo atelier a Cefalù

Francesco Liberto, stilista, poeta, pittore, ama e trae ispirazione da Cefalù quanto da New York. E alla sua terra ha dedicato il progetto Made in Sicily Fashion Art Show che ora vuole far conoscere oltreoceano  

 

Sognare l’America, conoscerla fino in fondo, scoprirla attraverso le letture, i racconti, la gente. Trovare quel filo sottile che unisce i due mondi, la Sicilia e il Nuovo mondo, e trasformarlo in storia, in memoria, in arte. Anche da lassù, dalla finestra di questo bellissimo palazzo dell’Ottocento, dove il mare Tirreno racconta di miti e leggende, di popoli invasori, l’America non sembra così lontana. La ritroviamo nei ritagli di giornali, nella musica in filodiffusione, nei dipinti pop art. 

Di quella terra promessa Francesco Liberto si è innamorato grazie ai racconti del nonno. Lui, artista di Cefalù, vive il sogno siciliano: portare la Sicilia a New York. Per raccontarla, inventarla, mostrarla nella sua totale bellezza. Quella che molti immigrati hanno forse dimenticato o che alcuni ricordano avvolta da un alone opaco.

Con la Sicilia negli occhi e l’America nel cuore, Francesco ci racconta, dalla sua casa atelier di Cefalù, cosa significa essere un’artista oggi in Sicilia. E mentre tutti hanno fatto già le valigie e sono pronti a dissacrare questa terra, già fin troppo martoriata, lui ha deciso di rimanere nella sua Cefalù. Una città che ama incondizionatamente al punto da averle dedicato un corto, Cefalù T’Amo, che è un’ode d’amore a questa città tanto cara a Ruggero II. A Cefalù vive, crea, scrive poesie, disegna bozzetti che trasforma in abiti di alta moda, scava nel suo passato per trarre ispirazione nel suo futuro. Lui, artista conosciuto già in Sicilia le cui opere hanno già toccato altri continenti, ama reinventarsi, rinnovarsi senza porre limiti alla sua creatività.

Per lui un biglietto di andata e ritorno in tasca. Per esplorare quella terra dove il nonno era emigrato, toccare con mano il sottile confine tra mito e realtà. Infine,  fare ritorno nella sua Itaca.

Francesco Liberto

Francesco Liberto a lavoro nel suo studio

New York ti ha ispirato molti lavori e la Grande Mela rappresenta per te un sogno oltre che un legame. Come fai a conoscere così bene la città senza esserci mai andato?

Si è vero : New York mi ha sempre ispirato e mi ispira. Per me la Grande Mela è l'eccellenza della modernità, è la più alta espressione dell'evoluzione sul pianeta Terra. Ad essa mi legano tanti ricordi della mia infanzia. Sono cresciuto in una famiglia in cui si respirava aria d'America e di New York. Infatti, mio nonno era emigrato proprio a New York, agli inizi del 900 come tantissimi altri siciliani che lasciarono la terra natia per cercare lavoro. A New York mio nonno trovò lavoro e le condizioni economiche della mia famiglia migliorarono. Ne sentivo parlare in casa ed il fascino della metropoli cominciava ad entrarmi dentro e a stimolare la mia fantasia ed il mio interesse, finendo, quasi quasi, per cambiare il mio DNA. Oggi, l'America e New York sono dentro di me, anche per i tanti amici americani che mi ritrovo, tra cui Elaine, la più grande delle mie amiche che ho conosciuto a Cefalù. Oggi, per New York, provo lo stesso amore che provo per Cefalù.

Sei  molto legato alla tua terra e hai dedicato un corto, Cefalù t'Amo, alla tua città. Se avessi la possibilità, molleresti tutto per andare via?

A Cefalù sono vissuto, vivo e lavoro. A Cefalù ho dedicato un cortometraggio che si trova sul web ed il cui titolo dice tutto : Cefalù t’Amo – L’ultima Diva. Un filmato di pochi minuti per mostrare al mondo la bellezza dell’architettura naturale del suo paesaggio e delle architetture che l’uomo vi ha costruito attraverso la storia di una diva degli anni 50. Una diva che, a Cefalù, insieme alle bellezze paesaggistiche ed architettoniche scopre l'amore.

No, per me non sarebbe facile mollare tutto e andare via. Però, non posso negare che la tentazione di cambiare per arricchirmi di nuove esperienze, per accrescere il mio bagaglio culturale, per crescere artisticamente, c'è, ed è pure forte. Amo il confronto e le sfide. Perciò, andare via per poi, magari, ritornare.

Cosa significa oggi essere un artista in Sicilia?

Essere artisti in Sicilia è un’impresa. Quando 25 anni  fa intrapresi la mia vita lavorativa di stilista, inizialmente il mio obiettivo  fu  quello, dopo gli studi di geometra, di trasferirmi al Nord Italia. Cosa che  feci per un periodo. Quella esperienza fu determinante per  capire come funzionasse il settore moda, ma, soprattutto, per capire che  la  programmazione è indispensabile, che il tempo  è importante e prezioso. Regole  che tutt’ora sono le mie e fanno parte della mia vita. Purtroppo, però, in Sicilia non lo sono. 

Noi siciliani siamo lenti. Siamo un grande popolo, un popolo di grande intelligenza, di grandi  risorse, di immensa umanità, ma siamo un po' lumaconi. Pensa cosa significò per me fare lo stilista in Sicilia. Per  fortuna la mia testardaggine ha portato dei buoni frutti e per oltre 11 anni ho diretto artisticamente con grandi sacrifici un maglificio a Castelbuono, nel cuore del Parco delle Madonie. Poi cambiai pagina e, con caparbietà, ho tirato fuori l’artista che avevo dentro. Adesso sono quindici anni che produco. Però, che fatica!

Cosa si dovrebbe fare per incoraggiare di più l'arte?

C’è tanto da  fare, c’è tanto da  costruire. Sarebbe necessaria una sensibilità nuova e più forte da parte della Politica. In tal senso lascia ben sperare l’attuale governatore Crocetta che, almeno sinora, si è mostrato attento all’Arte e più in generale alla questione cultura in Sicilia. Spero che nel settore della promozione dell’arte e della cultura si riesca a scuotere e a coinvolgere le amministrazioni comunali per le quali, troppo spesso, l'esiguità delle risorse costituisce il più comodo dei paraventi dietro il quale nascondono una inadeguatezza strutturale e di fondo che, in taluni casi, è addirittura allarmante.

Francesco Liberto scala

Una delle creazioni di Francesco Liberto, artista poliedrico ed eclettico

Made in Sicily Fashion Art show è un format che tu hai creato e il tuo desiderio è quello di farlo conoscere al pubblico americano. Le istituzioni siciliane non ti hanno dato ascolto al momento. Punti alle associazioni italo-americane. Cosa farai per realizzare il tuo obiettivo? 

Made in Sicily Fashion Art Show è uno spettacolo che già  porto in giro  in Sicilia. Un format già collaudato che, ogni volta, riscuote consensi molto positivi da  parte del pubblico. Un contenitore, uno show, un mix di moda, arte e cultura. Nutro l’ambizione di farlo conoscere in America perché non è uno  spettacolo come tanti, è uno show nel quale i protagonisti sono figli della terra di Sicilia. È uno spettacolo che  vorrei proporre oltreoceano con un sottotitolo: Un ponte lungo cent’anni… Uno spettacolo che prende spunto dalla storia di mio nonno che è la storia di tanti emigranti dalla Sicilia, per farla conoscere alle nuove  generazioni di italo-americani. Un evento che tiene alto il nome della Sicilia nel mondo. Un ponte lungo 100 anni che ha portato la Sicilia a New York e che le nuove risorse della Sicilia, stilisti, cantanti, ballerini, poeti, attori, ripercorrono in un viaggio con ritorno. Questa è l'dea, questo l'appello a sostegno che vorrei lanciare ai tanti Italo-Americani che ancora oggi hanno nel cuore la Sicilia, quella Sicilia che ha tanto da dare, tanto ancora da far vedere e raccontare. A loro chiedo di aiutarmi, di aiutarci a venire in America.

Parliamo di Cefalù, che potrebbe essere la Taormina del Tirreno. Cosa cambieresti della tua città?

Cefalù è Cefalù. Taormina è Taormina. Entrambe sono due luoghi di grande  bellezza.
Però, posso non dire che di Cefalù non condivido le strategie di marketing  che sono state poste in essere negli ultimi vent’anni. A mio giudizio ne hanno mortificato la potenzialità produttiva. Personalmente le cambierei radicalmente con una  progettualità diversa e con una concezione del modo di fare turismo del tutto diverse da quelle adottate dalle pubbliche amministrazioni che si sono succedute negli ultimi decenni.
Per  portare  avanti e per fare progredire una  città con una innata vocazione turistica, oltre ad avere qualità e doti manageriali, le pubbliche amministrazioni devono essere disponibili al confronto ed aperte al dialogo. Con chi è in grado di dare contributi qualificati e non, piuttosto, come purtroppo avviene, con figure di comodo solo perché votate all’obbedienza.

Torniamo alla tua arte ed al tuo modo di essere artista. Sei uno stilista, un pittore, uno scultore, un creativo. Quale forma d'arte ti rappresenta di più?

Artisticamente sono nato stilista. Già a cinque anni ho cominciato a coltivare questa idea-ambizione. L’Arte, però, ha varie forme di espressione, ed  io mi diverto a  fare  zapping con ciò che, nella vita e della vita, mi ispira di più. La mia produzione varia con il variare della mia ispirazione. Dipingo un quadro, scrivo una poesia, creo un abito. Quale che sia la mia forma espressiva, si tratta di sviluppare un'idea che nasce da un input occasionale o da un travaglio improvviso.

Quale artista senti intellettualmente più vicino a te?

ll mio Maestro Edilio Riccini e sua moglie Silvia, donna di grande spessore culturale del Bronx: lei mi ha regalato la prima pianta di New York, e mi diceva: tu devi andare là. Il nostro patrimonio siciliano è ricchissimo. Mancano però le grandi mostre i grandi eventi e i musei rischiano di chiudere.

Cattiva amministrazione o mancanza di cultura?

Cattiva amministrazione e, nel contempo, mancanza di cultura. Un mix micidiale che impoverisce il patrimonio siciliano e che frustra la crescita delle individualità emergenti.
Basta pensare che avere concesso un luogo pubblico per fare una mostra o per organizzare un evento è più difficile di vincere un terno al lotto.

Francesco Liberto quadri

L’atelier di Francesco Liberto

Se dovessi lasciare la Sicilia cosa metteresti in valigia per ricordarla?

Il mio cuore è colmo di ricordi. Sono i fatti che hanno scandito il diario della mia  vita. La loro valigia è il mio cuore. Li porto e li porterò dentro di me. Sempre ed ovunque dovessi andare.

Per ricordarmi della Sicilia, nel mio ipotetico bagaglio a mano, di materiale metterei soltanto un ritratto. Quello della mia famiglia. L'ipotetica valigia la lascerei vuota. Per riempirla nel mio nuovo luogo. 

Giovani che partono e che ritornano o che non tornano mai. Tu perché hai deciso di restare?

Che  bella  domanda! Mi costringe a guardare indietro. Ho deciso di restare anzitutto per mio padre. La mia mamma è morta  quando avevo soltanto due anni e il mio legame con papà è diventato talmente forte da avere condizionato, con altrettanta forza, la mia scelta di rimanere. Una scelta che mi ha portato a lavorare qui, con tante difficoltà sì, ma con altrettante soddisfazioni e con tanti riconoscimenti. Sino a ieri ho letto dei tantissimi giovani che stanno andando via  da  questa terra. Me ne dispiaccio. Mi fa rabbia che in Sicilia non si trovi  lavoro, però i tempi sono difficili ovunque. Le partenze della speranza spesso si risolvono in ritorni della disperazione. Quella disperazione che sarebbe giusto imparassimo a vincere prima della partenza proprio nella nostra Sicilia che è terra di grandi potenzialità.
Dobbiamo essere noi a saperle cogliere.

 

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