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Matteo Lo Greco e l’abbondanza delle forme

Una scultura di Lo Greco in mostra di fronte ai Giardini, sede della Biennale di Venezia

Una scultura di Lo Greco in mostra di fronte ai Giardini, sede della Biennale di Venezia

Un artista che con le sue sculture racconta la sensualità della donna, della sua Sicilia e di Venezia, mentre si batte per l'arte contemporanea e per i più giovani. La VOCE lo ha intervistato nel suo atelier

 

A dare il benvenuto ai visitatori venuti da tante parti del mondo alla 55ma Biennale di Arte Moderna di Venezia, è la scultura bronzea Primo Passo, posta in entrata ai Giardini, sede della Biennale. L’opera è dello scultore Matteo Lo Greco, artista di fama internazionale, nato a Palma di Montechiaro (Agrigento), che vive e lavora a Venezia.

Lo Greco si forma culturalmente e professionalmente durante gli anni '70. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze Politiche, continua la sua crescita professionale in Portogallo, all’Accademia delle Belle Arti, sotto l’attenta guida dell’artista Antonio Duarte. La sua creatività si esprime con l’uso di materiali variegati: il bronzo, il marmo, il legno, la terracotta e il vetro resina. La sua carriera professionale annovera la presenza permanente di alcune sue opere presso il Museo di Arte Contemporanea di Mirandela (Portogallo), esposizioni, oltre che in Italia, negli Stati Uniti, in Europa e in Francia dove si inserisce nella tradizione dei Saloni d’Arte di Parigi (MAC 2000, Grand Palais).

atelier Matteo Lo Greco Venezia

L’atelier di Matteo Lo Greco a Venezia

Siamo andati ad intervistare Matteo Lo Greco nel suo atelier: un giardino paradisiaco posto in un lembo di terra, bagnato, da un lato dalla laguna veneziana, e dall’altro dal mare aperto. Il giardino è popolato dalle sue sculture-creature, beatamente baciate dal sole e accarezzate dal vento, dai titoli eloquenti: Abbraccio, Bacio, Amore, Danza, L’Acrobata, Olimpia, Saluto, solo per citarne alcune. Quello che colpisce, nell’osservare le sculture, è la trasfigurazione della figura femminile. Le donne sono rappresentate nella loro eccessiva abbondanza di forme: donne solide, ma che nel loro danzare, baciarsi, abbracciarsi, abbozzare sorrisi e sguardi curiosi, emanano leggerezza di spirito, infondono serenità, se non addirittura, un senso di felicità. Donne forti, quindi, come la figura materna ma, allo stesso tempo, donne sensuali e accattivanti nelle loro forme .

Da cosa nasce in lei questa riproduzione della figura femminile così ricca nei volumi quanto nei sentimenti?

Le mie donne sono il Sud, sono l’abbondanza che caratterizza la mia terra, una terra generosa nel donare; il famoso granaio dell’Impero Romano. All’abbondanza di quello che la natura siciliana può offrire corrisponde un forte senso di generosità umana, tipica della popolazione siciliana. Le curvature morbide delle mie sculture sono una reminiscenza delle dolci colline della mia terra che intervallano le grandi vallate. Un panorama che offre tranquillità all’occhio dell’osservatore e serenità allo spirito. Un’interpretazione della Sicilia un po’ diversa da come viene frequentemente descritta, ma la Sicilia è anche questo. Tuttavia le forme delle mie donne sono anche frutto dei trent'anni di vita trascorsi a Venezia , circondato dall’architettura di questa citta florida di sensuali linee gotiche.

Le sue sculture rappresentano quindi un paesaggio interiorizzato. Questo mi ricorda un frase dello scrittore Pino Aprile in un suo recente libro Terroni (2011): "Gli italiani vanno al Nord in cerca di soldi; al Sud in cerca dell’anima", si va al Sud in cerca di ispirazione, di un sogno, di un modo di vivere… lei cosa ne pensa?

Sì, cerco di riprodurre ciò che ho da tanti anni abbandonato ma che ho sempre portato dentro di me: valori che ho assimilato e che non sono mai mutati. Per me il paesaggio è anche il paesaggio dell’anima siciliana che non smette mai di donare, di accogliere, di condividere. Valori impregnati di cristianità e di amore verso l’altro che in Sicilia si concretizza con una spontanea generosità. Questi valori positivi andrebbero riconosciuti e valorizzati poiché sono ancora integri nella cultura del Sud. Io cerco con la mia scultura di testimoniare tutto ciò; questo è il significato dell’abbondanza, delle grandi voluminosità che sono tipiche della Donna–Madre; simbolo, allo stesso tempo, di sensualità e di fecondità.

Matteo Lo Greco Non è questo in contraddizione con il fatto che soprattutto la sua Sicilia è una Sicilia caratterizzata da una forte migrazione; come coniuga questo con il concetto di abbondanza che lei rappresenta nelle sue opere?

Io ho visto la sofferenza umana, l’ingiustizia sociale, la povertà e la rabbia incisa sui volti dei poveri; il processo migratorio, quindi, come ricerca di una speranza. Una migrazione segnata, inoltre, dal dolore nel dover abbandonare il proprio paese e dalla paura dell’ignoto. Ma si emigra dalla disorganizzazione, dall’incapacità del potere politico di risolvere la questione meridionale, di cui si parla dall’unità d’Italia. Con le mie opere cerco di diffondere un messaggio di auspicio nella speranza che un giorno la ricchezza della mia Sicilia possa rendere gli stessi siciliani cittadini sereni e soddisfatti nella loro terra di origine: la grande madre terra, come i miei grandi corpi femminili.

Perché lei ha scelto di esprimere la sua arte attraverso un linguaggio così moderno?

L’arte moderna è svincolata da canoni ristretti e offre all’artista molteplici modalità per esprimere i sentimenti. L’arte come espressione del sentimento dell’artista più che riproduzione dell’oggetto. Inoltre il simbolismo dell’arte moderna stimola forti emozioni nell’osservatore. Questo induce l’artista ad uno stato perenne di “elogio del dubbio“: uno stato di incertezza in attesa delle risposte del pubblico che induce l’artista ad una profonda riflessione.

Però è anche vero che con il concetto di arte moderna si corre il rischio di interpretare per arte ciò che arte non è.

Sono d’accordo. Tutt’oggi c’è una grande confusione tra arte e design. Molte volte, opere di designer, per quanto preziose, vengono confuse con opere d’arte. Il design segue processi mentali diversi da quelli dell’arte poiché è per lo più un atto di esecuzione del tratto, dettato dalla ricerca della perfezione, piuttosto che da un'ispirazione emozionale. I lavori di design a cui faccio riferimento sono soprattutto di produzioni del Nord Europa dove, ad una povertà storica di espressioni artistiche, in senso classico, corrisponde, inevitabilmente, una carenza di ispirazione artistica. Questo spiega perché l’arte moderna, per molti nordici, si esprime nella pura esecuzione di forme, per quanto originali e interessanti. Noi italiani abbiamo un collegamento diretto con l’arte classica e produciamo un’arte che, pur essendo contemporanea, si richiama all’arte italica; questo e’ legato all’appartenenza ad un paese dove si convive con arte di sublime fattura.

Può parlarci della sua recente protesta a Venezia, in occasione dell’apertura della 55 biennale, di fronte alla Fondazione Bevilacqua La Masa?

È stata una protesta per ribadire le originali finalità della Fondazione Bevilacqua La Masa: promuovere le opere dei giovani e lanciarli tra il grande pubblico. Invece, durante i grandi eventi della città di Venezia, gli spazi donati dalla Fondazione Bevilacqua La Masa, per volontà delle autorità politiche, vengono riservati ad autori famosi, deprivando i giovani artisti di un diritto acquisito. La protesta è stata organizzata dalla Spa+A, ovvero la Società Per gli Artisti e per gli Amici dell’arte. Questa è un’associazione che nasce a Venezia ma che sta avendo un ottimo riscontro nazionale e internazionale e raggruppa artisti delle diverse arti: pittori, scultori, poeti, musicisti, scrittori. Abbiamo avuto occasione di collaborare con l’Università Ca’ Foscari, con il Comune di Venezia e con la Galleria Internazionale d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia, cercando di promuovere iniziative con l’obiettivo di rendere i giovani artisti protagonisti delle esposizioni artistiche. Il mio impegno sociale artistico, inoltre, è attivo anche nella mia Sicilia. Continuo a portare nella mia terra quello che ho affinato con la mia ricerca, viaggiando e lavorando in paesi diversi. Così, per esempio, nel mio paese di origine, Palma di Montechiaro, ho patrocinato artisticamente le opere di Giuseppe Bonsignore, un artista incompreso in vita e morto in povertà. Bonsignore ha usato l’arte per fronteggiare, probabilmente, la sua profonda solitudine, riproponendo sulla tela la sua sensibilità e i suoi sentimenti con una capacità artistica che io paragonerei all’arte di Chagall.

Al termine dell’intervista, prima di lasciare l’atelier, Lo Greco si preoccupa di lasciar scendere da una fontana, posta in giardino, un leggero filo d’acqua: “È per dissetare gli uccelli con acqua fresca, durante la mia assenza“ spiega l’artista. Un atto di poetica gratitudine dell’artista per queste leggiadre creature che, in sua assenza, fanno compagnia con il loro canto alle sue sculture.

 

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