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L’eredità di Claudio Abbado. Intervista con due esperti di musica della Grande Mela

Abbiamo chiesto a Paul du Quenoy e Fred Plotkin di ricordare il grande direttore d'orchestra recentemente scomparso. Alcuni lo paragonano a Toscanini, ma Abbado era una persona privata, umile e discreta. Uomo di sinistra, credeva nell'impegno sociale, nel rapporto diretto con i musicisti e nei giovani. Candidati fra i suoi possibili eredi, un milanese e un venezuelano

L’orgoglio della musica italiana, nonché recente senatore a vita (che ha devoluto il suo stipendio alla scuola di musica di Fiesole), Claudio Abbado si è spento a Bologna all’età di 80 anni, lo scorso 20 gennaio.

Per ricordare il suo contributo alla musica classica e comprenderne l'eredità, La VOCE di New York ha voluto intervistare due importanti esponenti del mondo della musica nella Grande Mela: Paul du Quenoy, attualmente professore alla facoltà dell’Università Americana di Beirut, esperto di storia della musica e critico musicale di alcune delle rassegne più importanti al mondo; e Fred Plotkin grande esperto di opera in America, definito dal New York Times una leggenda vivente per l’incommensurabile conoscenza della cucina e della musica italiana.

Claudio Abbado nasce a Milano da una famiglia borghese ricca di stimoli musicali: il padre, Michelangelo è insegnante di violino al prestigioso Conservatorio Giuseppe Verdi e poi vicedirettore dello stesso; la madre, Maria Carmela Savagnone è pianista, suo fratello maggiore, Marcello Abbado, è pianista, compositore e direttore dello stesso conservatorio milanese, e sua sorella Luciana Abbado Pestalozza è fondatrice del Festival di MilanoMusica… il suo destino era in qualche modo tracciato?

Paul du Quenoy: Claudio Abbado indubbiamente viene da una famiglia di tradizione milanese, e Milano nel Novecento ruotava intorno alla musica, in qualche modo tutto quello che gli accadeva intorno sembra presagire il uso destino in questo settore.

Fred Plotkin: Non è detto che uno debba seguire il mestiere della propria famiglia, ma crescere in un ambiente musicale è una benedizione perché la musica penetra le emozioni e sveglia tutti i sensi. Chi è circondato dalla musica impara un altro modo, non verbale, di capire, di capirsi e di esprimersi. È davvero esaltante. Aggiungiamo che, ovviamente, Abbado è nato con rari talenti, e questi erano coltivati dai genitori e dall'ambiente musicale nel quale è cresciuto.

Alcuni lo paragonano ad Arturo Toscanini, trovate ci siano delle affinità, come ad esempio che entrambi debuttarono al Teatro alla Scala poco più che trentenni?

Paul du Quenoy

Paul du Quenoy

Paul du Quenoy: Come Toscanini, Abbado fu un genio musicale, ma sono completamente diversi l’uno dall’altro. Toscanini era molto autorevole e metteva anche molta soggezione, al contrario di Abbado, che aveva un modo di fare assai accomodante. Era anche molto curioso. Avevano un temperamento molto diverso. Toscanini amava la sua fama, aveva un piglio pressoché dittatoriale con i suoi colleghi, mentre Abbado era molto gentile, umile e discreto. Era un uomo di grande modestia, odiava ricevere applausi, per lui contava semplicemente la musica.

Fred Plotkin: Direi che c'erano delle coincidenze, ma sono cresciuti in epoche completamente diverse. Le cose che avevano in comune erano talento, amore per la musica, estremo rispetto per i compositori e, infine, un notevole senso di impegno politico e sociale. Ma Toscanini visse nel periodo delle guerre mondiali e della distruzione del Teatro alla Scala.  Lui era uno dei primi maestri che hanno usato i media (dischi, radio, un po’ di televisione) per diffondere la musica. Abbado ha portato la musica in luoghi (fabbriche, scuole, centri sociali per i poveri) dove normalmente non si sentono opera e musica classica. Tutti e due non erano religiosi ma potevano trovare un sacro universale nella musica religiosa che andava molto oltre i temi cristiani e verso un sacro umano. Erano anche due maestri italiani tra i pochi ad aver raggiunto un livello di performance nel repertorio lirico e sinfonico tedesco. I loro Beethoven, ed il Mahler di Abbado, erano quasi imbattibili.

Come pensate abbia influito la sua transizione dal Teatro alla Scala di Milano alla Staatsoper di Vienna nel suo percorso professionale e in seguito la Berliner Philharmoniker?

Paul du Quenoy: Quando aveva 35 anni era già al Teatro alla Scala, poi una volta arrivato a Vienna e Berlino, era tra i più famosi al mondo nella cerchia dei suoi colleghi. Sicuramente tra Vienna e Berlino aveva più libertà di sperimentare, attraverso la suite della musica tedesca e russa, e la musica moderna, specialmente con le opere nuove.

Fred Plotkin: Non penso abbia influito. Era già molto ammirato in Austria, Germania ed Inghilterra. Abbado ha diretto le istituzioni musicali più prestigiose del suo tempo e ha messo assieme delle orchestre per forgiare i giovani musicisti con repertori mai eseguiti prima di lui. Già quando ha preso la direzione della Scala negli anni ‘60 ha innalzato gli standard e l’ha resa accessibile a tutti in maniera interclassista.

Ricordate come è stato uno dei suoi ultimi concerti al Royal Albert Hall di Londra nel 2007?

Paul du Quenoy: Tutti i critici ricordano questo concerto come memorabile. La Sinfonia di Mahler ha incantato i giornalisti britannici specializzati in musica, come Andrew Clark. Probabilmente non è stato l’ultimo ma è stato il miglior congedo, dal momento che era tutto impeccabile e molto travolgente.

Fred Plotkin: Non mi risulta che sia stato il suo ultimo concerto. Credo che l’ultimo sia stato l’estate scorsa, ad agosto, al Festival di Lucerna, con il quale ha avuto una collaborazione di 47 anni. Uno dei pezzi era Bruckner, non mi ricordo l’altro.

Era conosciuto per il rispetto nei confronti dei colleghi, che uomo era nel privato?

Paul du Quenoy: Non conosco i dettagli, ma tutti sanno che era un uomo di grande passione. Nella vita privata era generoso quanto nella musica.

Fred Plotkin

Fred Plotkin

Fred Plotkin: Chiunque lo abbia incontrato non potrà dimenticare il suo sorriso disarmante. Anche i suoi occhi erano sorridenti, diceva sempre “si può fare tanto con i propri occhi, nella musica come nella vita”, e i suoi, di occhi, comunicavano il suo amore per la musica e i musicisti. Conosceva ogni partitura a memoria, in modo da poter guardare i propri musicisti negli occhi. Era un uomo privato, non amava mettersi al centro dell’attenzione. Era una persona con dei valori saldi, anche se non ha mai cercato di imporli agli altri. Politicamente era un uomo di sinistra che viveva a seconda dei suoi ideali, che però non hanno mai condizionato il suo rapporto con gli altri artisti che magari non condividevano le sue idee. La stampa di destra lo aveva ribattezzato “il maestro con la bacchetta rossa”. Era un uomo molto egalitario, privo di qualsiasi presunzione. Amava la musica e i giovani e riuscire a farli lavorare assieme. Il suo privato volgeva alla famiglia, gli amici, il supporto alle cause umanitarie e soprattutto credeva nella musica e nello studio di questa disciplina. Ha studiato fino ai suoi ultimi giorni – nello specifico la Terza Sinfonia di Robert Schumann.

Chi pensate potrebbe essere il suo erede in Italia?

Paul du Quenoy: Penso potrebbe essere Riccardo Chailly, che è milanese, proprio come Abbado, seppure il suo cognome abbia origini francesi. Come Abbado ha lavorato molto alla Scala in gioventù e potrebbe benissimo diventare il suo successore nella tradizione musicale italiana.

Fred Plotkin: Nessuno può essere chiamato ad essere il suo erede. Era straordinario. Ma posso dire che ammirava molto Gustavo Dudamel, il giovane conduttore d’orchestra venezuelano (direttore della Filarmonica di Los Angeles) che è cresciuto in El Sistema, il programma del Venezuela che aiuta i bambini disagiati ad imparare a suonare uno strumento, leggere la musica e far parte di orchestre quali la Simon Bolivar. Come gesto significativo, Abbado diede a Dudamel la sua prima bacchetta da conduttore, come simbolico passaggio del testimone. Ma penso che non ci sarà un erede di Abbado, proprio come non c’è stato un erede di Toscanini.

 

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