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Il maestro professore. Intervista con Federico Cortese della Boston Youth Symphony Orchestra

Crede nei giovani e nel seguire le proprie inclinazioni. Federico Cortese, direttore d'orchestra e docente ad Harvard, dal 1999 è music director della Boston Youth Symphony Orchestra. Lo abbiamo intervistato e ci ha raccontato dei suoi studenti, del suo incontro con Claudio Abbado, delle differenze tra Italia e USA e del vivace futuro della musica classica

Devo ammettere che ero un po’ intimorita dall’idea di intervistare un direttore d’orchestra. Quelle figure di spalle al pubblico mi hanno da sempre messa in soggezione: la concentrazione, l’impeto e la fermezza che servono a guidare un’orchestra nella mia mente si associavano solo a maestri dall’aspetto un po’ burbero e severo. Federico Cortese, dal 1999 music director della Boston Youth Symphony Orchestra, non corrisponde di certo a questa immagine. L’ho incontrato nel suo studio alla Harvard University, dove insegna in qualità di Senior Lecturer e direttore della Harvard-Radcliffe Orchestra, per approfondire la sua storia, a cavallo tra Italia e Stati Uniti, ma soprattutto per parlare di musica: dalla forza dei giovani al panorama musicale in Italia, dalla recente scomparsa del maestro Claudio Abbado al futuro della musica classica.

Lei vive a Boston da oltre 15 anni, ma si è formato in Italia. Qual è stato il suo percorso di studi?

Ho studiato al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma dove ho studiato oboe, composizione e direzione. Avevo intanto frequentato il liceo classico e, anche su consiglio dei miei genitori [il padre è Ennio Cortese, professore ordinario di storia del diritto italiano, ndr], mi sono iscritto alla facoltà di giurisprudenza laureandomi con una tesi in diritto commerciale. Al tempo, avevo pensato che questo “piano B” potesse risultare utile, considerando le difficoltà nell’intraprendere una carriera nel campo musicale, ma quella laurea è poi rimasta sempre nel cassetto. Negli anni ho poi realizzato che, nonostante i tanti ostacoli e gli impedimenti in cui ci si può imbattere, è fondamentale seguire le proprie passioni, dedicandosi interamente ad esse. Ai miei studenti, presi alle volte tra l’amore per la musica e le più immediate possibilità economiche presso grandi compagnie, consiglio sempre di scegliere quello che realmente piace loro di più: si lavora meglio (e qualche volta si guadagna anche meglio) quando si fa con passione ciò che si ama.

Come è maturata la scelta di lasciare l’Italia?

Già dopo il diploma, ho continuato a studiare direzione a Vienna alla Hochschule für Musik dove sono stato borsista per due anni. In Italia non c’era molto spazio e così ho deciso di partire. L’Italia non è purtroppo un paese rivolto alle giovani generazioni, non lo era anni fa quando sono partito e oggi la situazione è – se possibile – peggiorata. E il problema non riguarda solo i “talenti”, ma la formazione e la crescita delle persone “comuni” – quale io mi ritengo – nei loro rispettivi ambiti di formazione professionale. Direi che negli Stati Uniti si presta più attenzione all’addestramento professionale.  Negli USA si considera un dovere sociale  l’insegnare ai giovani ai loro esordi professionali le tecniche del mestiere.  Un dovere sociale o, se preferisce,  un investimento produttivo. Nel nostro paese questo non si fa. Questa è la vera differenza con l’Italia.

Di recente la scomparsa del maestro Claudio Abbado ha richiamato l’attenzione dei media sul mondo della musica classica. Lei ha avuto la fortuna di conoscerlo di persona?

Ho incontrato Abbado la prima volta da studente a Vienna e poi in diverse occasioni: una persona affabile e semplice, anche se riservato e talvolta un po’ distante. Ricordo una volta che, invitato a dirigere a Boston con i Berliner Philarmoniker, si era intrattenuto a parlare con me prima di entrare in scena; sorridendo gli ho dovuto ricordare che forse era il caso di salire sul podio (ci sarebbe andato nel giro di due secondi, si capisce, ma mi sentivo un po’ agitato all’idea che lo stavo facendo tardare…). Di lui ho sempre apprezzato e ammirato, tra le tante cose, il desiderio di lavorare con i giovani, desiderio che ben comprendo e condivido e che nasce dal piacere e dalla freschezza che si prova nel fare musica con loro. Un altro aspetto del maestro che mi ha sempre affascinato e che cerco di tenere a modello era la sua inesauribile voglia di mettersi in gioco con nuovi progetti, volendo sempre creare qualcosa di innovativo e spesso unico. Abbado ha segnato la storia della musica classica italiana; spero che la sua figura non sia ridotta solo a un vuoto simbolo idolatrato, ma rimanga un vero modello da seguire ancora in futuro nelle scelte e negli intenti.

Non ho mai capito né aderito alla divisione tutta italiana tra “abbadiani” e “mutiani”. Si tratta di due maestri molto diversi tra loro, ma entrambi straordinari; varrebbe anzi la pena sottolineare che entrambi hanno avuto formidabili carriere all’estero, ma non sempre hanno avuto quella presenza stabile in Italia che sarebbe stata invece auspicabile.

In questi anni lei ha diretto, oltre che in Italia e negli Stati Uniti, nei teatri di tutto il mondo, dalla Russia al Giappone, dall’Australia all’America Latina. Ha riscontrato differenze nel modo di approcciarsi alla musica da parte delle diverse orchestre e del pubblico?

direttoreNella mia carriera ho avuto scambi sicuramente interessanti, ma talvolta bizzarri e curiosi con le orchestre asiatiche; nei paesi latini il rapporto è alle volte più spinoso, ma le orchestre danno sempre prova di una grande generosità. In Russia il legame tra il pubblico e l’orchestra è molto forte, in quanto la musica rappresenta tuttora un importante elemento identitario. Negli Stati Uniti lavoro con piacere con le orchestre giovanili, giovani di eccellenti qualità e di grande entusiasmo. Alle differenze di pubblico nei vari paesi presto forse meno attenzione anche se qualche aspetto mi è rimasto impresso. Ad esempio, il pubblico statunitense si entusiasma con i grandi nomi con finali in fortissimo, ma nel complesso è sempre piuttosto generoso. In Italia, almeno a Roma, ricordo che da ragazzo avevo sempre la sensazione che tutti non aspettassero altro che l’ultimo accordo per alzarsi e uscire di corsa, quasi avessero lasciato la macchina in seconda fila.

Lei è direttore musicale della Boston Youth Symphony Orchestra. Quali sono i progetti in corso e le iniziative future?

La BYSO è un’occasione di studio e incontro eccezionale per giovani musicisti. Ogni anno riceviamo tra le 800 e le 900 richieste di audizione, ammettendo circa 450 studenti dai 7 anni ai 18. Si tratta di una scuola certamente molto dura e rigorosa, dove – oltre a una sana competizione – si respira anche uno stretto rapporto tra gli studenti, di emulazione e partecipazione; sono previste inoltre circa 100 borse di studio per i ragazzi delle comunità più povere.

La BYSO ha 6 orchestre di livelli diversi e di età diverse.  L’orchestra più avanzata, che io dirigo, prepara 5 programmi ogni anno: 4 sinfonici completi (di grande repertorio sinfonico) e un’opera lirica in forma semi-scenica. Inoltre offriamo all’interno della “family series” della Boston Symphony Orchestra alcuni concerti per bambini (ad esempiio Pierino e il Lupo, o una versione un po’ ridotta del Flauto Magico che faremo a Marzo).

Che rapporti ci sono tra la BYSO e la Boston Symphony Orchestra (BSO)? Come è stato lavorare come Assistant Conductor del maestro Seiji Ozawa?

La BSO è stata per me l’alma mater qui a Boston e continuo ancora a collaborare con l’orchestra principale, con cui ci sono scambi importanti e fruttuosi per i nostri studenti. Sono stato forse il principale anello di congiunzione tra le due istituzioni dal momento che mi è stato offerto il posto da Music Director della BYSO quando mi trovavo a lavorare presso la Boston Symphony in qualità di assistant conductor al maestro Ozawa, un personaggio straordinario e a suo modo unico. Ozawa non eccelle per la sua comunicazione verbale, anche se è sicuramente una persona straordinaria, spesso divertente, e dalle qualità eccezionali. Ho collaborato con lui per tre anni, apprezzandone l’incredibile memoria e il grande senso del suono; ha un una capacità stupefacente di controllare fisicamente l’orchestra, può dirigere con il solo mignolo: più un pezzo è complesso, più lui si trova a suo agio.

Quali corsi insegna ad Harvard? Che rapporto esiste tra dirigere e insegnare a dirigere?

Dal mio primo semestre di insegnamento ho sempre cambiato l’argomento dei miei corsi, cercando di venire incontro agli interessi dei miei studenti: dal Falstaff a Così fan tutte, da Stravinsky e la Parigi di inizio secolo alla direzione d’orchestra. Nei miei corsi inoltre abbino sempre la teoria alla componente pratica e strumentale, inserendo spesso a confronto temi letterari e artistici.

Provocatoriamente, cerco sempre di dissuadere i ragazzi dal seguire il corso in direzione d’orchestra, una materia quasi impossibile da insegnare. In primo luogo – e non si tratta di falsa modestia – non credo di averne la competenza; potrei dire che mi limito ad aiutarli a correggere in loro quelli che riconosco essere miei difetti nella direzione. È inoltre quasi impossibile insegnare direzione d’orchestra in brevi semestri e senza quasi mai un’orchestra con cui fare pratica: servirebbero cinque anni di lavori forzati (dal pianoforte al contrappunto) solo per avvicinarsi ad avere un’idea più veritiera. Quest’anno sto portando avanti un esperimento nel tentativo di coinvolgere ancora di più i ragazzi, già molto attivi ed entusiasti; insegno infatti un doppio corso di musica da camera e direzione d’orchestra su Beethoven, pensato quindi sia per gli strumentisti che per i direttori, i quali ultimi– dopo la sezione teorica – potranno esercitarsi dal vivo dirgendo i loro colleghi strumentisti i quali suoneranno sia i pezzi sinfonici sia il repertorio di musica da camera.

Quali sono i brani e/o le opere che preferisce dirigere?

Ho ovviamente una grande passione per il repertorio sinfonico, ma direi che l’opera ha un posto speciale nel mio cuore. Si tratta di un linguaggio in cui – forse anche per la componente melodrammatica – mi sento molto a mio agio. I titoli e i nomi sarebbero infiniti sia nell’opera che nel sinfonico, sarebbe impossibile farne un elenco.

In un recente articolo del New York Times si è discusso del calo di incassi registrato dal Metropolitan Opera per la stagione 2012-2013, nonostante l’abbassamento del costo dei biglietti. In molti denunciano ormai la “morte” della musica classica. Quale futuro si immagina?

Credo che la musica classica sia tutto sommato vivissima, ma che a poco a poco si stia spostando dai luoghi tradizionali verso nuovi luoghi. Non necessariamente la troveremo sempre negli spazi in cui si è svolta nel XX secolo, così come già in passato si era spostata dalle case gentilizie ai teatri pubblici. Cambieranno probabilmente gli impresari della musica classica come industria, così come stanno evolvendo gli stili di vita e la società intorno a noi. Il Metropolitan Opera è un’istituzione straordinaria, dotata di un’eccezionale organizzazione, ma non necessariamente un modello unico, assoluto e immutabile per produrre e mettere in scena il teatro e l’opera.

In futuro, saranno diversi i modi di fruire la musica classica e l’opera, e forse alcune istituzioni dovranno trasformarsi: sarebbe tuttavia eccessivo considerare questo, che è un problema di tipo sociale e finanziario, come una condanna a morte della musica in sé.

 

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